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Tenaris nella morsa dei dazi Usa

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La società produttrice di tubi è alle prese con l’antidumping per l’import da Messico e Argentina e con le tariffe sull’acciaio
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Aprile del 2025: arrivano i dazi di Donald Trump poi, nella maggior parte dei casi, rivisti. Febbraio del 2026: c’è lo stop della Corte Suprema (con eccezioni), a cui subito dopo segue l’annuncio di nuove tariffe da parte degli Usa, prima del 10 e poi del 15 per cento. Gli Stati Uniti, insomma, non arretrano di un millimetro davanti alla possibilità di inasprire le politiche commerciali sugli importatori. E, se mai i dazi escono dalla porta, gli Usa trovano il modo di farli rientrare dalla finestra.

C’è un caso aziendale che, con tutte le differenze specifiche, restituisce l’idea di questo accanimento statunitense sui dazi: quello di Tenaris, gruppo con un giro di affari da 11,98 miliardi di dollari nel 2025, controllato dalla famiglia Rocca tramite San Faustin e specializzato nella produzione di tubi per l’industria dell’energia.

Aprile del 2025: arrivano i dazi di Donald Trump poi, nella maggior parte dei casi, rivisti. Febbraio del 2026: c’è lo stop della Corte Suprema (con eccezioni), a cui subito dopo segue l’annuncio di nuove tariffe da parte degli Usa, prima del 10 e poi del 15 per cento. Gli Stati Uniti, insomma, non arretrano di un millimetro davanti alla possibilità di inasprire le politiche commerciali sugli importatori. E, se mai i dazi escono dalla porta, gli Usa trovano il modo di farli rientrare dalla finestra.

C’è un caso aziendale che, con tutte le differenze specifiche, restituisce l’idea di questo accanimento statunitense sui dazi: quello di Tenaris, gruppo con un giro di affari da 11,98 miliardi di dollari nel 2025, controllato dalla famiglia Rocca tramite San Faustin e specializzato nella produzione di tubi per l’industria dell’energia.

La storia comincia nell’ottobre del 2021, ai tempi dell’amministrazione Biden, quando il Dipartimento del commercio (Doc) Usa avvia un’indagine antidumping a seguito della quale fissa dazi del 78,3 e del 44,9% sui tubi cosiddetti octg (oil country tubular goods), particolare tipologia usata nelle perforazioni di petrolio e gas, che Tenaris importa rispettivamente dall’Argentina e dal Messico verso gli Stati Uniti. Non si sta parlando, quindi, delle tariffe di Trump ma di quelle fissate dall’antidumping, sulla base dell’ipotesi di concorrenza sleale per via di prezzi troppo bassi (dazi simili, nei mesi scorsi, avevano agitato i pastai).

Il gruppo con un’importante sede a Dalmine (Bergamo) deve così mettere da parte in un deposito specifico il dovuto in base a questi superdazi, fino alla chiusura dell’indagine e alla determinazione finale del Doc. Per l’import dall’Argentina, il “verdetto” arriva il 6 giugno 2025, quando la tariffa cala drasticamente dal 78,3 al 6,76% e Tenaris matura il diritto a riottenere buona parte di quanto anticipato nel deposito, oltre a interessi: si spiega così la voce di 34 milioni di dollari che, nell’ultimo trimestre del 2025, ha contribuito a un utile operativo di 516 milioni di dollari per la divisione tubi. C’è solo un piccolo problema: i soldi effettivi, a oggi, la quotata italiana non li ha ancora ricevuti.

Per l’import dal Messico, invece, la decisione finale giunge il 5 settembre 2025, quando i dazi vengono tagliati dal 44,9 al 26,1 per cento: un livello che non accontenta Tenaris, la quale presenta appello.

Ma proprio quando la questione antidumping sembra avviarsi verso la chiusura, ecco che nel 2025, sotto l’amministrazione Trump, l’autorità di frontiera Us Customs and Border Protection (Cbp) presenta un nuovo conto da pagare: 49,6 milioni di dollari per mancati oneri sull’import dall’Argentina e dal Messico dal 2022 al 2025. Tenaris, non ritenendo l’importo dovuto, ha chiesto chiarimenti al Doc a riguardo. Nel frattempo, già dal 2025, ha dovuto creare un deposito per queste ulteriore tariffe, i cui costi sono in parte già stati recepiti nel bilancio del 2025 appena presentato.

La vicenda insegna che, di questi tempi, chi importa merce in Usa non può dormire sonni troppo tranquilli. Fortuna che Tenaris conta diversi stabilimenti negli States: a Bay City e ad Ambridge produce tubi senza saldatura, a Hickman e Conroe tubi saldati e a Koppel realizza acciaio. Già oggi il 90% dei tubi che il gruppo vende negli Stati Uniti è prodotto localmente, e quindi esente da dazi. In ogni caso, gran parte delle tariffe oggi pagata da Tenaris è sull’import di barre di acciaio (semilavorato), categoria disciplinata dalla Section 232 che non c’entra con gli octg nel mirino dell’antidumping e non rientra nemmeno nel provvedimento della Corte Suprema. Il gruppo punta ad aumentare la produzione di Koppel proprio per riuscire, almeno in parte, a ridurre l’impatto di questi dazi sull’acciaio; nella speranza che anche sul fronte antidumping la situazione si faccia più tranquilla.

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