Cortocircuito Trump. Per errori e falsità ora pagano gli americani
Eugenio OccorsioQuesta bomba atomica dei dazi sui mercati di tutto il mondo, è una storia di errori, qualcuno in buona fede (pochi perché Trump non conosce la buona fede), molti basati su una menzogna di fondo ripetuta e ripetuta finché per la legge orwelliana assurta al livello di verità, e cioè che a pagarne l’equivalente sarebbero stati i Paesi esteri fino alla fantasmagorica cifra di 2.700 miliardi di dollari in dieci anni.
Chi paga i dazi
Senonché tutti gli uffici studi più qualificati, dal Kiel Institute alla Fed, hanno dimostrato che a rimetterci sono per il 90% gli importatori e i consumatori americani. I dazi sono una tassa e come tutte le tasse portano inflazione, ed ecco spiegata la coraggiosa ostinazione (che gli è costata il posto) con cui Jeremy Powell, capo della Fed ormai…
Questa bomba atomica dei dazi sui mercati di tutto il mondo, è una storia di errori, qualcuno in buona fede (pochi perché Trump non conosce la buona fede), molti basati su una menzogna di fondo ripetuta e ripetuta finché per la legge orwelliana assurta al livello di verità, e cioè che a pagarne l’equivalente sarebbero stati i Paesi esteri fino alla fantasmagorica cifra di 2.700 miliardi di dollari in dieci anni.
Chi paga i dazi
Senonché tutti gli uffici studi più qualificati, dal Kiel Institute alla Fed, hanno dimostrato che a rimetterci sono per il 90% gli importatori e i consumatori americani. I dazi sono una tassa e come tutte le tasse portano inflazione, ed ecco spiegata la coraggiosa ostinazione (che gli è costata il posto) con cui Jeremy Powell, capo della Fed ormai uscente, si opponeva ai ribassi dei tassi (e ai dazi). Se tutto andrà come previsto il nuovo capo della Fed, Kevin Warsh (che prenderà il timone in maggio) sarà pronto a ricadere nell’errore come gli altri corifei di Trump. Ecco alcuni dei pericoli.
I rincari tornano a mordere gli americani
Il ragionamento di Trump, suffragato dal ministro del Tesoro Scott Bessent e dai Richelieu di corte Stephen Miran e Peter Navarro, è a suo modo articolato. L’eventuale inflazione portata dai dazi sarà abbattuta dall’intelligenza artificiale con la sua spinta alla produttività. Un profitto futuro pagato subito dai contribuenti. Ma gli economisti mainstream hanno spiegato l’irrazionalità di tale posizione. «Nella migliore delle ipotesi, i dazi sono costati finora mille dollari a famiglia», ha spiegato Jeffrey Sachs, economista della Columbia, nella newsletter Common Dreams. «Sta di tatto che il deficit di beni, quello che Trump definisce un’emergenza, è stato nel 2025 di 1.241 miliardi di dollari, peggiore dei 1.215 del 1924». Ma com’è possibile allora che Trump si sia vantato nel discorso sullo Stato dell’Unione del 23 febbraio di aver migliorato il deficit del 78 per cento?
La risposta l’ha data il premio Nobel Paul Krugman su Substack: «Come si ricorderà, all’annuncio dei superdazi in primavera si scatenò una corsa agli acquisti dall’estero per poter riempire i magazzini di merce “non daziata”. In quell’attimo le importazioni furono anormalmente alte. Poi via via gli inventari si sono vuotati e si è tornati ad una situazione di equilibrio». Ma c’è un caso ancora più clamoroso di errore-truffa di Trump: oltre al deficit, obiettivo dei dazi era il ripristino della potenza manifatturiera e occupazionale. «Come pensava di raggiungerla mentre nel frattempo arrestava e deportava decine di migliaia di lavoratori stranieri con i metodi inumani che tutti abbiamo visto?», si chiede Stephen Roach, economista di Yale. I conti non tornano: l’occupazione nel solo settore manifatturiero è stata nel gennaio 2026 di 12,59 milioni di unità, quando nel gennaio 2025 era di 12,673. Un declino di 83mila posti di lavoro, roba da Grande Depressione.
l’indice dell’incertezza sulle politiche economiche
Le fake-news del presidente
Il presidente si ostina a chiarire che gli investimenti avviati daranno i loro frutti negli anni a venire, ma gli uffici urbanistici dei vari Stati hanno già risposto che ben pochi sono i lavori effettivamente partiti. E quelle poche aziende, una volta posata la prima pietra hanno bloccato tutto in attesa che si chiarisca una situazione straordinariamente caotica. Oltre a queste fake-news, Trump ne ha dette molte altre: che l’inflazione è migliorata, sempre anno-su-anno, mentre è salita dal 2,8 al 3% (dati dell’amministrazione), che la disoccupazione è diminuita dove invece è passata dal 4 al 4,3%, e altre ancora.
Ma restiamo sui dazi, dietro ai quali si consuma un’aspra battaglia politica. Il progressivo delirante ampliamento dei dazi a vicende che di commerciale non hanno niente (la “weaponization”), oltre a vedere i Dem compatti contro, ha esasperato gli animi anche nel partito del presidente. Sei senatori Repubblicani guidati dal capogruppo Mike Johnson, ex trumpiano di ferro nella prima ora, hanno aderito alla mozione presentata dal capogruppo democratico Gregory Meeks per far saltare l’imposizione del dazio del 25% contro il Canada, reo di non bloccare il traffico di fentanyl. È una droga pericolosa, certo, ma solo lo 0,1% di quella che entra negli Stati Uniti passa per il Canada. È stato un segnale, Trump sui dazi può essere battuto: lo è stato quando ha emanato supertariffe ai danni del Brasile reo di processare Bolsonaro (amico di Trump) per corruzione ed eversione (alla fine si è beccato 21 anni), quando è stata “iperdaziata” l’India perché comprava petrolio russo, prima ancora la Colombia perché rifiutava di accogliere gli immigrati espulsi. Ha tentato di farlo anche con Francia e Germania quando hanno mandato truppe simboliche nella Groenlandia minacciata d’invasione, e ha addirittura promesso sconti sui dazi a chi l’aiuta a ricostruire l’ala est della Casa Bianca dove Trump vuole fare la sala da ballo. Poi è finalmente arrivata la Corte Suprema e ha spazzato via tutto.
L’ipotesi nuove tariffe
Senza perdere un momento, a conferma che «i dazi sono la mia parola preferita nel dizionario», Trump ha annunciato che «con un tocco di penna» (parole sue) trasformerà i dazi bocciati dalla Corte Suprema (dichiarati formalmente estinti la mattina del 25 febbraio) in nuove tariffe: basta con la legge del 1977 sulle emergenze nazionali, e via libera alla clausola 122 del Trade Act del 1974, se non a una legge analoga del 1962 o addirittura allo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 che aggravò la depressione, acuì le tensioni mondiali e fu ritirato in tutta fretta dal presidente Hoover. Ora i congressmen non solo democratici sono ancora una volta messi alla prova: Trump è convinto che può cambiare la natura dei dazi in essere trasformandoli come d’incanto in nuove tasse al 15% uguali per tutti (ma in questo caso scadrebbero dopo 150 giorni dopodiché si vedrà). Non è così semplice, ovviamente. Gli ammontari non sempre coincidono: va bene alla Cina, gravata da dazi in media del 40% che se li ritroverebbe tagliati in quattro, va male per il Regno Unito che era riuscita a ridurli al 10%. E l’Europa? Li aveva accettati al 15% e in teoria per cinque mesi non cambia nulla, ma resta lo sconcerto per questo ennesimo scempio del diritto internazionale.