Volano petrolio e gas, l’Europa brucia 314 miliardi. Ora si teme il ritorno dell’inflazione
di Filippo SantelliROMA – Cadono le Borse europee, si impennano i prezzi di gas e petrolio, gli investitori cercano riparo in porti sicuri. Al terzo giorno dell’offensiva contro l’Iran, e della reazione di Teheran contro i vicini del Golfo, i mercati riaprono e fanno i conti con il rischio di un Medio Oriente in fiamme. La loro reazione, tutto sommato, si può ancora definire composta. Ma sconta la possibilità dello scenario peggiore: conflitto e instabilità che si prolungano, bloccando a tempo indeterminato lo stretto di Hormuz – da cui passa un quinto degli idrocarburi globali - e compromettendo forniture energetiche decisive per Europa e Asia. Gli effetti? Prima una nuova spinta all’inflazione, a cominciare da carburanti e bollette, e poi un danno alla crescita.
ROMA – Cadono le Borse europee, si impennano i prezzi di gas e petrolio, gli investitori cercano riparo in porti sicuri. Al terzo giorno dell’offensiva contro l’Iran, e della reazione di Teheran contro i vicini del Golfo, i mercati riaprono e fanno i conti con il rischio di un Medio Oriente in fiamme. La loro reazione, tutto sommato, si può ancora definire composta. Ma sconta la possibilità dello scenario peggiore: conflitto e instabilità che si prolungano, bloccando a tempo indeterminato lo stretto di Hormuz – da cui passa un quinto degli idrocarburi globali - e compromettendo forniture energetiche decisive per Europa e Asia. Gli effetti? Prima una nuova spinta all’inflazione, a cominciare da carburanti e bollette, e poi un danno alla crescita.
Lo strappo del gas
Lo strappo più brusco e preoccupante ieri è stato quello del gas. Dopo la decisione del Qatar di chiudere i suoi impianti di metano liquefatto il prezzo della materia prima ad Amsterdam, borsa europea di riferimento, è schizzato all’insù del 40%, a 44 euro al Megawattora, il movimento più ampio da quattro anni. La data non è casuale: dopo il distacco dai tubi di Putin il Vecchio Continente si ritrova a dipendere dagli approvvigionamenti via nave. Salgono anche i prezzi in Asia, persino più legata alle forniture mediorientali, non negli Stati Uniti che sono invece autonomi. Quanto al petrolio, il Brent (la varietà europea) è cresciuto subito dell’8% a 80 dollari, il massimo da otto mesi, prima di ripiegare in parte.
I tre scenari dei prezzi
In questo periodo i prezzi degli idrocarburi erano bassi, con un’offerta abbondante e una domanda debole. È il motivo per cui molti osservatori pensano che la fiammata possa riassorbirsi, se davvero entro qualche settimana attacchi e contrattacchi cesseranno. Ma sarà così? Ieri le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato chiuso Hormuz, affermando che colpiranno qualunque nave tenterà di passare. Se il conflitto si prolungasse e i prezzi si stabilizzassero sui livelli attuali, stimano gli analisti di Capital Economics, l’Europa “pagherebbe” con tre decimi in più di inflazione. E se salissero ancora più in alto – il gas a 50 euro e il petrolio a 100 dollari, come ieri qualcuno ipotizzava – l’inflazione aumenterebbe di un punto pieno e inizierebbe a frenare la crescita, aprendo uno scenario da “stagflazione”. «Finché le tensioni non saranno rientrate prevediamo di nuovo una elevata volatilità», ha detto ieri Confindustria.
L’Europa brucia 314 miliardi
Le Borse del Vecchio Continente, reduci da record a ripetizione, chiudono così una seduta di forti vendite, tra il -1,21% di Londra e il -2,66% di Francoforte, perdendo nel complesso 314 miliardi di capitalizzazione. Milano, -1,97%, ne brucia 17. Soffrono soprattutto i titoli del trasporto aereo – considerata la paralisi dei grandi hub del Golfo -, del turismo, del lusso e del credito, settore ciclico per eccellenza. Vanno in controtendenza le aziende della difesa e quelle dell’energia, che beneficerebbero di materie prime più care. Come in tutte le giornate di volatilità e paura si comprano beni rifugio, come l’oro, il dollaro e i titoli di Stato americani. Anche se poi nel corso del pomeriggio i listini di Wall Street, pure loro partiti al ribasso, hanno invertito la rotta e chiuso sulla parità, a testimonianza di come l’economia degli Stati Uniti, produttori di gas e petrolio, sia (relativamente) più al riparo da un’eventuale crisi in Medio Oriente. È parte dell’azzardo di Trump.