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“Compra europeo”, il piano Ue per rilanciare l’industria: “Varrà il 20% del Pil entro il 2035”

Stéphane Séjourné, vicepresidente della Commissione Ue con delega all'Economia (afp)

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La Commissione svela la proposta di regolamento su appalti pubblici e investimenti esteri. Séjourné: “Un cambiamento di dottrina impensabile fino a poco fa”
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ROMA – L’obiettivo è invertire il declino industriale europeo in una serie di settori strategici come tecnologie verdi e automotive, sempre più dominati dalla Cina. Lo strumento è duplice: da un lato incanalare una quota delle commesse pubbliche verso prodotti made in Europe, dall’altro fare in modo che gli investimenti esteri stimolino il più possibile produzione e occupazione europea.

Mercoledì, dopo ben quattro rinvii e una feroce battaglia interna, la Commissione europea ha presentato l’atteso Industrial accelerator act (IAA), pilastro di quella strategia per la competitività invocata da Mario Draghi e promessa da Ursula von der Leyen. “Un cambio di dottrina impensabile fino a poco tempo fa”, ha detto il suo estensore, il commissario francese all’Industria Stéphane Séjourné, reduce da settima…

ROMA – L’obiettivo è invertire il declino industriale europeo in una serie di settori strategici come tecnologie verdi e automotive, sempre più dominati dalla Cina. Lo strumento è duplice: da un lato incanalare una quota delle commesse pubbliche verso prodotti made in Europe, dall’altro fare in modo che gli investimenti esteri stimolino il più possibile produzione e occupazione europea.

Mercoledì, dopo ben quattro rinvii e una feroce battaglia interna, la Commissione europea ha presentato l’atteso Industrial accelerator act (IAA), pilastro di quella strategia per la competitività invocata da Mario Draghi e promessa da Ursula von der Leyen. “Un cambio di dottrina impensabile fino a poco tempo fa”, ha detto il suo estensore, il commissario francese all’Industria Stéphane Séjourné, reduce da settimane di scontro al calor bianco che ora si sposterà sul fronte dei governi e dell’Europarlamento, chiamati all’approvazione definitiva. Sono moltissime infatti, dalla Germania in giù, le resistenze a una misura fortemente caldeggiata dal presidente francese Emmanuel Macron, che prova ad adattare l’Europa all’epoca della “sovranità economica” e della sfida tecno-industriale tra le superpotenze, ma che rischia secondo alcuni di sconfinare in un protezionismo autolesionistico.

“Buy european”, che cos’è la preferenza europea

Il primo pilastro della misura è l’introduzione di un principio “made in Europe” nel ricco mercato degli appalti, che secondo la Commissione vale 2mila miliardi l’anno, così come negli schemi di incentivi pubblici. Si prevede in sostanza che qualsiasi utilizzo dei soldi dei contribuenti nei settori delle industrie energivore come acciaio o cemento, delle tecnologie verdi come batterie, pannelli solari o nucleare, e dei veicoli elettrici preveda delle quote specifiche di componenti prodotti in Europa (anche da aziende non europee) e a basse emissioni. Nel caso di un appalto edilizio, per esempio, il 25% dell’alluminio e il 5% del cemento utilizzati devono essere made in Europe. E così il 70% delle componenti di una auto elettrica per la quale gli acquirenti beneficino di un bonus all’acquisto.

L’obiettivo di questa clausola, già impiegata da molti Paesi extra-Ue, è stimolare la domanda di merci prodotte in Europa nei settori strategici. Fin dall’inizio è stata molto discussa: se è vero che nel suo rapporto Draghi ne suggerisce un utilizzo mirato, genera vari timori tra imprese e governi. Il primo è un aumento dei costi di produzione e delle commesse pubbliche. Il secondo ulteriori oneri burocratici per le imprese, anche se Séjourné ha assicurato che non sarà richiesta loro alcuna reportistica e che i controlli saranno tutti “ex post”. Il terzo riguarda la reazione degli altri Paesi, in particolare i partner.

Amici e nemici

Proprio questo – i cosiddetti “partner di fiducia” – è uno dei temi più delicati e controversi, anche considerata la diplomazia degli accordi di libero scambio che l’Europa ha lanciato negli ultimi mesi in risposta al protezionismo trumpiano. Al momento l’Unione ha in vigore con 40 Paesi accordi che prevedono il reciproco accesso agli appalti pubblici. I loro prodotti saranno quindi parificati a quelli made in Europe? La risposta è: dipende. La Commissione dovrà infatti valutare se quei Paesi stanno effettivamente rispettano gli accordi, garantendo un equo trattamento ai prodotti europei, e in caso contrario li potrà escludere con uno specifico atto. Tra chi privilegia le aziende nazionali, e penalizza quelle europee nelle commesse pubbliche c’è ovviamente la Cina, ma anche un ex alleato irascibile come gli Stati Uniti o un attuale alleato amichevole come il Canada. Saranno puniti? “Non voglio fare liste ora e aggiungere conflittualità”, ha detto li Commissario a specifica domanda. “Mi limito a dire che se certi Paesi hanno una clausola di preferenza nazionale si tratta di un’asimmetria, non di reciprocità”.

I paletti per chi investe

La seconda potente leva introdotta dalla norma sono delle condizioni per chi investe in Europa nei settori strategici. Si prevede che le operazioni dal valore superiore ai 100 milioni di euro, da parte di Paesi che controllano oltre il 40% di quello specifico mercato – un identikit a cui corrisponde di fatto solo la Cina – debbano soddisfare almeno quattro condizioni su sei: trasferimento della tecnologia, almeno il 50% dei dipendenti in Europa, joint-venture con quota massima di partecipazione straniera al 49%, partenariato con università europee, una parte del giro d’affari investito in ricerca e sviluppo in Europa, almeno il 30% del prodotto finito proveniente da una filiera europea. Séjourné ha ammesso che certi requisiti identificano chiaramente Pechino come obiettivo, ma ha aggiunto che questo è un testo “pro, non contro”, e che simili paletti “sono ormai standard delle grandi potenze nei settori strategici”.

Un percorso difficile

L’ambizioso obiettivo del regolamento, oltre a stimolare l’autonomia europei nelle tecnologie chiave, è anche rilanciare complessivamente la manifattura, facendone salire l’incidenza sul Pil europeo dall’attuale 14 al 20% entro il 2035. Séjourné ha detto che non c’è tempo da perdere, ma non ha voluto sbilanciarsi sulla trattativa che arriverà con Consiglio e Parlamento, riconoscendo che questo testo è già risultato di un difficile compromesso interno alla Commissione, ammorbidito in vari punti rispetto alle prime bozze. Fin dall’inizio la Germania guida la fronda dei contrari, difendendo le ragioni della sburocratizzazione, al centro del documento congiunto da poco siglato con l’Italia, e del libero mercato. E se oltre 1.100 capi azienda europei hanno firmato una lettera a sostegno del cambio di paradigma promosso da Séjourné e dal suo mandante Macron, almeno la potente industria automobilistica è contraria, perché teme l’aumento dei costi legato alla necessità di produrre in Europa.

Si è detto delle resistenze interne alla Commissione, dove la direzione Commercio teme che il nuovo protezionismo vanifichi i grandi sforzi di diplomazia commerciale degli ultimi mesi, finendo per scontentare Paesi che si sta cercando di avvicinare. I governi dalla loro guardano con diffidenza al maggior potere di controllo sugli investimenti che avrebbe l’esecutivo Ue. Sono tutte forze che nelle prossime settimane tenteranno di indebolire, rallentare o addirittura bloccare un testo su cui la quadra appare ancora lontana, ma che Séjourné e la stessa Ursula von der Leyen – ieri significativamente silenziosa in merito – non potevano più permettersi di rimandare oltre.

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