Economia

Hormuz, stop prolungato. Il governo in allarme per il commercio

Hormuz, stop prolungato. Il governo in allarme per il commercio
(afp)

Telefonata Tajani-Rubio, la Farnesina stima gli effetti di un shock sistemico sull’economia. Possibile un mese senza forniture dal Qatar. Pichetto apre all’uso delle centrali a carbone

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ROMA - La preoccupazione del governo cresce di ora in ora. In linea con le notizie che arrivano dalla fonte del pericolo: lo stretto di Hormuz, il corridoio da cui transita una quantità rilevante dei carichi di gas naturale liquefatto destinati all’Italia. La situazione si è aggravata. I timori non sono legati solo al crollo del traffico (-90% per le petroliere) – immagine plastica del blocco del passaggio per mano di Teheran – ma anche ai tempi di riattivazione della produzione del Gnl che viene poi caricato sulle navi in partenza da Doha.

Secondo quanto riferito da Reuters, infatti, il colosso QatarEnergy ha deciso di tenere fermi gli impianti per almeno due settimane. Ne serviranno altrettante per rimetterli in moto, quando l’escalation militare rientrerà. Un’altra incognita. Per Roma è un problema importante perché il calo delle importazioni si traduce in un aumento dei prezzi sul mercato europeo, quindi in un impatto che dalle bollette può intaccare anche la competitività industriale e la crescita.

Ecco perché ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha tirato in ballo la situazione nello stretto tra Oman e Iran nel corso di un colloquio telefonico con il segretario di Stato Usa, Marco Rubio. «La chiusura di Hormuz, se prolungata – ha detto il vicepremier – potrebbe provocare effetti duramente negativi sulle economie internazionali».

Dietro l’allarme c’è uno scenario di rischio. È quello descritto dalla Farnesina in un documento riservato. Nel testo, che Repubblica ha potuto visionare, la chiusura dello stretto di Hormuz è descritta come «uno shock di breve periodo o sistemico», a seconda dell’evoluzione della crisi in Medio Oriente, che può avere effetti su «competitività, inflazione, commercio estero e crescita».

A soffrire di più per l’impennata dei prezzi di metano e petrolio sarebbero i settori energivori: trasporti, logistica, industria pesante e manifatturiera, chimica e plastica. Ma «il rialzo sostenuto» delle materie prime potrebbe anche attivare una spirale inflattiva, «con pressioni al rialzo sui tassi di interesse e ricadute sugli investimenti». Non solo. Tra gli effetti macroeconomici è indicato anche un possibile apprezzamento dell’euro sul dollaro per via della minore esposizione degli Stati Uniti alla fluttuazione dei prezzi energetici.

Il capitolo “commercio estero e crescita” è altrettanto ricco di contraccolpi. La contrazione dell’economia globale, indotta proprio all’aumento dei costi dell’energia, potrebbe incidere sulla domanda dei beni italiani, «in particolare da parte di mercati extra Ue particolarmente esposti soprattutto in Asia e le stesse economie del Golfo, laddove la crisi dovesse protrarsi».

In più passaggi, i tecnici del ministero degli Esteri definiscono i prezzi come «il rischio principale». Le forniture di petrolio non suscitano timori perché – si legge in un passaggio del documento – sono «fortemente diversificate», mentre il Gnl in arrivo dal Qatar costituisce una fetta importante delle importazioni italiane di gas liquefatto. Anche in questo caso, il problema non è l’ammanco ma l’effetto della contrazione dell’offerta sui prezzi. L’invito è anche a «monitorare il possibile impatto su altre commodities che transitano attraverso Hormuz».

L’alert della Farnesina è condiviso anche da altri ministeri. Il titolare dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, sottolinea come l’Italia sia «nella condizione di essere abbastanza sicura quantitativamente» dato che – spiega – «ha lo stoccaggio di gas più alto d’Europa e fonti di approvvigionamento diversificate». Ma il ministro non nasconde la preoccupazione per la situazione nello stretto di Hormuz. Al punto da considerare la possibilità di far ripartire le centrali a carbone che – dice – «non vorrei mai riattivare, ma che però sono da tenere come riserva nell’interesse del Paese».

Nel giorno in cui le Borse europee ritornano in territorio positivo, con il prezzo del gas in calo e quello del greggio stabile, il governo deve fare anche i conti con gli effetti della crisi. Domani due riunioni della commissione di allerta rapida al ministero delle Imprese. Sul tavolo l’aumento dei prezzi dei carburanti, ma anche le possibili ricadute sull’inflazione, in particolare su carrello della spesa e settore agroalimentare.

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