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Tfs, richiamo della Corte Costituzionale a governo e Parlamento: riforma entro un anno

Una udienza pubblica della Corte Costituzionale a Palazzo della Consulta (ansa)

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La Consulta dichiara nuovamente illegittime le disposizioni che regolano il pagamento rateizzato dei trattamenti di fine servizio che spettano ai dipendenti pubblici
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ROMA – Riforme insufficienti, che non rispondono al dettato costituzionale. E così la Consulta chiede ancora una volta al legislatore italiano una riforma che permetta ai dipendenti pubblici di ottenere il trattamento di fine servizio appena vanno in pensione, però stavolta pone un termine. Rinvia la sentenza definitiva al 14 gennaio 2027: se nel frattempo sarà stata varata una riforma, bene. Altrimenti questa volta le norme illegittime verranno abrogate.

Finora non c’è stato un provvedimento di questo tipo perché il bilancio dello Stato si troverebbe, all’improvviso, a dover versare somme ingenti per il Tfs dei dipendenti. La Corte, spiega la nota diffusa nel pomeriggio, ha «considerato ancora una volta che una caducazione del…

ROMA – Riforme insufficienti, che non rispondono al dettato costituzionale. E così la Consulta chiede ancora una volta al legislatore italiano una riforma che permetta ai dipendenti pubblici di ottenere il trattamento di fine servizio appena vanno in pensione, però stavolta pone un termine. Rinvia la sentenza definitiva al 14 gennaio 2027: se nel frattempo sarà stata varata una riforma, bene. Altrimenti questa volta le norme illegittime verranno abrogate.

Finora non c’è stato un provvedimento di questo tipo perché il bilancio dello Stato si troverebbe, all’improvviso, a dover versare somme ingenti per il Tfs dei dipendenti. La Corte, spiega la nota diffusa nel pomeriggio, ha «considerato ancora una volta che una caducazione delle disposizioni censurate comporterebbe l’espunzione contestuale e retroattiva di ogni dilazione e, di conseguenza, la immediata esigibilità dei trattamenti, che si tradurrebbe quantomeno in un temporaneo, ma assai significativo, impatto sulle finanze pubbliche in termini di fabbisogno di cassa».

Però questa volta la riforma deve essere vera, magari graduale, ma deve risolvere il problema, a differenza dei due recenti mini interventi legislativi. Sono state ampliate infatti le categorie dei dipendenti pubblici che, in ragione della loro condizione di fragilità, possono beneficiare dell’erogazione del trattamento di fine servizio o di fine rapporto nel termine di tre mesi dalla cessazione dal servizio, senza ulteriori dilazioni. E poi l’ultima legge di Bilancio ha accorciato di tre mesi i tempi di attesa: troppo poco, valuta la Corte Costituzionale, soprattutto perché non si tratta di interventi organici che puntano a una normalizzazione dei tempi di erogazione del Tfs.

«E’ una vittoria storica per tutto il comparto del pubblico impiego che adesso ha la certezza che nel prossimo futuro il pagamento del Tfs verrà corrisposto in analogia a quello dei lavoratori privati senza alcuna dilazione ed in prossimità della cessazione del rapporto di lavoro!», rivendica l’avvocato Pietro Frisani, patrocinatore dei ricorrenti che hanno sostenuto e portato la questione fino alla Consulta.

Soddisfatti i sindacati, a cominciare dalla Cisl Fp che, ricorda il segretario generale Roberto Chierchia, «è stata la prima organizzazione a mobilitarsi concretamente, raccogliendo oltre 80.000 firme per sostenere l'equiparazione dei tempi di erogazione del Tfs con il Tfr del settore privato». «Questa posizione della Consulta non ci sorprende e va nella direzione di una battaglia di civiltà che ci vede protagonisti da tempo. Quella spinta dal basso oggi trova un nuovo, ennesimo autorevole conforto nelle parole dei giudici costituzionali: non si può continuare a usare il salario dei dipendenti pubblici per esigenze di bilancio». La Consulta, sottolinea il segretario generale del sindacato Confsal-Unsa Massimo Battaglia, chiede al legislatore di intervenire con «un’appropriata disciplina, pur anche nel segno della gradualità», un intervento riformatore che «pianifichi l’eliminazione dei meccanismi dilatori». Quello della Corte, sottolinea Battaglia, «non è un invito, è un ultimatum. Come Confsal-Unsa rivendichiamo con forza che l’unica soluzione accettabile e socialmente equa rimane quella che abbiamo sempre sostenuto: l’erogazione del Tfs/Tfr in un’unica soluzione, immediatamente dopo il pensionamento. Ci batteremo affinché il legislatore non sprechi questo ennesimo, e forse ultimo, monito della Corte Costituzionale».

«Si tratta di un richiamo che impone al Governo un intervento chiaro e tempestivo. – dichiara la segretaria generale Uil Fpl Rita Longobardi – Le misure finora previste non sono sufficienti. La riduzione da dodici a nove mesi dei tempi di liquidazione per chi accede alla pensione di vecchiaia, a partire dal 2027, non rappresenta una risposta strutturale al problema. È necessario ristabilire pienamente la legittimità dell’azione amministrativa garantendo ai lavoratori e alle lavoratrici pubbliche il riconoscimento delle somme maturate a titolo di salario differito nei tempi coerenti con i principi costituzionali”.

Più critico il segretario della Cse Marco Carlomagno: «In buona sostanza – osserva – vuol dire che la Corte Costituzionale ha deciso di non decidere in merito alla “vergogna” del TFS, differendone la decisione al 2027». «A nostro giudizio – spiega – l’ordinanza della Corte appare come un passo indietro rispetto ai precedenti pronunciamenti del 2019 e del 2023, e dà una mazzata alle legittime aspettative di milioni di lavoratori pubblici. Ma noi non ci arrendiamo, e proseguiremo come Cse con impegno la nostra battaglia per il riconoscimento di un sacrosanto diritto dei lavoratori pubblici».

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