Esportazioni ferme dal Qatar e stretto di Hormuz chiuso: si teme il petrolio a 150 dollari
di Francesco ManacordaMILANO – Il Qatar annuncia che chiuderà i rubinetti e i mercati si incendiano: petrolio in forte rialzo e sopra i 90 dollari, Borse in calo ovunque e nuovi timori sull’economia globale. Il ministro dell’Energia di Doha, Saad al-Kaabi, avverte infatti che la guerra in Medio Oriente potrebbe costringere nel giro di pochi giorni tutti gli esportatori del Golfo a fermare le esportazioni di petrolio e gas. E se il conflitto dovesse proseguire, spiega, il prezzo del greggio potrebbe arrivare fino a 150 dollari al barile.
Tanto basta per far salire in giornata il contratto future sul petrolio Brent con consegna a maggio prima sopra i 90 dollari al barile e poi addirittura vicino ai 94 dollari, con un balzo dell’8% in una sola seduta e il livello più alto dall’inizio della guerra. Anche il benchmark americano, il petrolio Wti, avanza con forza: chiude a 90,90 dollari, con un incremento del 12% rispetto al giorno prima e del 35% in una settimana.
Il Qatar – secondo produttore mondiale …
MILANO – Il Qatar annuncia che chiuderà i rubinetti e i mercati si incendiano: petrolio in forte rialzo e sopra i 90 dollari, Borse in calo ovunque e nuovi timori sull’economia globale. Il ministro dell’Energia di Doha, Saad al-Kaabi, avverte infatti che la guerra in Medio Oriente potrebbe costringere nel giro di pochi giorni tutti gli esportatori del Golfo a fermare le esportazioni di petrolio e gas. E se il conflitto dovesse proseguire, spiega, il prezzo del greggio potrebbe arrivare fino a 150 dollari al barile.
Tanto basta per far salire in giornata il contratto future sul petrolio Brent con consegna a maggio prima sopra i 90 dollari al barile e poi addirittura vicino ai 94 dollari, con un balzo dell’8% in una sola seduta e il livello più alto dall’inizio della guerra. Anche il benchmark americano, il petrolio Wti, avanza con forza: chiude a 90,90 dollari, con un incremento del 12% rispetto al giorno prima e del 35% in una settimana.
Il Qatar – secondo produttore mondiale di gas naturale liquefatto – ha dichiarato lo stato di forza maggiore, dando la disdetta alle consegne previste, dopo che un attacco con droni iraniani ha colpito il grande impianto di liquefazione di Ras Laffan, il cuore dell’industria del Gnl dell’emirato. La produzione è stata fermata per ragioni di sicurezza e il ritorno alla normalità potrebbe richiedere settimane o mesi, spiega ancora al-Kaabi.
E il rischio non riguarda solo il gas. L’escalation militare nel Golfo ha di fatto annullato il traffico marittimo nello stretto di Hormuz, la rotta da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Con le compagnie di navigazione riluttanti a far transitare le petroliere, gli operatori temono uno shock sull’offerta di greggio. Il balzo dei prezzi energetici si riflette così su tutta la regione. In Iraq gran parte dell’estrazione è già stata fermata e altri paesi del Golfo potrebbero ridurre l’offerta se la crisi dovesse proseguire, mentre il blocco delle petroliere riempie gli stoccaggi locali e rende in alcuni casi concreta la possibilità di estrazioni a ritmo ridotto. Anzi, secondo il Wall Street Journal, il Kuwait ha già tagliato la produzione di alcuni impianti.
Le Borse mondiali, ovviamente, non restano immuni dal nuovo allarme: Wall Street chiude in calo con l’indice S&P 500 in flessione di circa l’1,36%, il Nasdaq in ribasso dello 1,59% e il Dow Jones in perdita dello 0,95%. In Europa lo Stoxx 600, l’indice che raggruppa i principali titoli quotati sui mercati azionari cede circa l’1%, ma ha bruciato 918 miliardi in una settimana, mentre l’indice mondiale Msci perde lo 0,8. Solo Tokyo ha recuperato dello 0,6% dopo la peggior settimana dal 2020. L’illusione di una ripresa si è man mano infranta contro le notizie arrivate in giornata prima dal Medio Oriente e poi proprio dagli Stati Uniti; così in Europa Londra e Milano cedono l’1,1%, Francoforte lo 0,9% e Parigi lo 0,8% dopo aver fatto anche peggio nel corso della seduta.
A rendere ancora più nervosi gli investitori è anche il dato sul mercato del lavoro americano. A febbraio gli occupati sono diminuiti di 92 mila unità rispetto a gennaio, una delle flessioni più forti dai tempi della pandemia, mentre il tasso di disoccupazione è salito al 4,4%. Così, la combinazione tra energia più cara e segnali di rallentamento dell’economia, ha spinto anche ieri molti investitori a ridurre l’esposizione al rischio. In parallelo i titoli di Stato hanno avuto movimenti contrastati, mentre le aspettative sui prossimi tagli dei tassi della Federal Reserve tornano al centro dell’attenzione dei mercati.
Con l’occupazione in calo, infatti, la politica monetaria dovrebbe diventare meno restrittiva e i tassi scendere, appunto per spingere un’economia che langue. Ma se i prezzi del petrolio e del gas non caleranno, o addirittura saliranno rispetto a questi giorni, gli effetti inflattivi non tarderanno a farsi sentire anche negli Usa, rendendo assai difficile qualsiasi allentamento della politica monetaria.