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Data center colpiti a Dubai: Big Tech sotto attacco ora si scopre vulnerabile

(afp)

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I droni iraniani centrano un cervellone di Amazon e altri impianti al servizio dell’IA. Gli analisti: “Sono diventati bersagli naturali”
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DUBAI – La sagoma bruciacchiata del capannone grigio con la scritta Amazon in alto a sinistra, proprio sopra lo squarcio provocato dal drone iraniano che l’ha centrato domenica scorsa, nel primo giorno di azioni dirette su questa parte di mondo, è off limits. Irraggiungibile ai curiosi che, pure, hanno visto le immagini dell’edificio in fiamme circolate su televisioni e social, protetto com’è dai cancelli che circondano i principali edifici dell’area industriale a sud di Dubai. Una sfilza di capannoni coi loghi di grandi aziende locali e internazionali.

È qui che velivoli senza pilota hanno colpito le strutture dell’Amazon web services — la piattaforma di cloud computing più diffusa al mondo, che archivia dati e fornisce servizi digitali es…

DUBAI – La sagoma bruciacchiata del capannone grigio con la scritta Amazon in alto a sinistra, proprio sopra lo squarcio provocato dal drone iraniano che l’ha centrato domenica scorsa, nel primo giorno di azioni dirette su questa parte di mondo, è off limits. Irraggiungibile ai curiosi che, pure, hanno visto le immagini dell’edificio in fiamme circolate su televisioni e social, protetto com’è dai cancelli che circondano i principali edifici dell’area industriale a sud di Dubai. Una sfilza di capannoni coi loghi di grandi aziende locali e internazionali.

È qui che velivoli senza pilota hanno colpito le strutture dell’Amazon web services — la piattaforma di cloud computing più diffusa al mondo, che archivia dati e fornisce servizi digitali essenziali — scatenando un incendio che ha costretto a staccare gli impianti e a un lungo black-out dei servizi. Cui hanno contribuito pure altri due attacchi su strutture analoghe, una sempre negli Emirati e l’altra in Bahrein: primo attacco militare diretto contro strutture di Big Tech. Con buona pace dei report ufficiali, dove l’azienda che, assieme a Google, nel 2021 ha firmato un contratto da 1,2 miliardi di dollari col governo israeliano (Project Nimbus), cui fornisce, appunto, servizi di cloud, preferisce parlare di incidente provocato da “oggetti non identificati”. Negando, cioè, che si sia trattato di un atto di guerra nei suoi confronti. Ma contemporaneamente raccomandando ai clienti di «attuare piani di “disaster recovery”: modalità per ripristinare le proprie informazioni da backup remoti, archiviati in altre aree», a garanzia che nulla vada perduto a causa del conflitto.

Matt Pearl, direttore del Center for strategic and international studies, al Financial Times lo dice chiaro, invece: «Gli iraniani considerano i data center parte della guerra. Un modo efficace per avere un impatto concreto sulla regione».

Una bella rogna per il Paese che da tempo mira a diversificare la propria economia basata sul petrolio, aspirando a trasformarsi in nuovo hub d’intelligenza artificiale del Golfo. Una tecnologia sempre più usata per la sorveglianza, la navigazione, l’analisi in tempo reale di video e riprese satellitari: utile, cioè, tanto in tempo di pace che di guerra.

A tal scopo ha già ricevuto una proposta concreta da Microsoft, intenzionata a investire 15 miliardi sul territorio entro il 2029. Mentre un consorzio guidato da OpenAI e Nvidia ha annunciato i piani per un “Progetto Stargate Uae”, ovvero una versione locale — la più grande fuori dagli Usa — dell’iniziativa pubblico-privata già concepita in America per sviluppare intelligenza artificiale di prossima generazione. Territorio scelto pure da altri colossi interessati a sfruttare la disponibilità energetica a basso costo locale. Tanto che il presidente americano Donald Trump, lo scorso maggio, ha garantito investimenti da 2mila miliardi di dollari a tali tecnologie. Allentando pure le restrizioni sulle vendite di chip all’avanguardia nel Golfo, con Emirati e Arabia Saudita che ora possono ricevere fino a 500mila processori Nvidia l’anno. E ottenendo in cambio da Abu Dhabi l’impegno a rompere i legami con le cinesi Huawei e Humain. Escludendo, di fatto, Pechino dalla futura espansione dell’IA nella regione.

«La minaccia di attacchi simultanei a più data center, durante questa guerra, costringerà le aziende a ripensare le proprie strategie», ci dice un esperto di cybersicurezza italiano qui a Dubai, che preferisce mantenere l’anonimato. «Finora, protezione significava solo blindarsi da attacchi informatici e accessi malevoli. Ora – continua – molti hanno compreso che bisogna iniziare a pensare a come difenderli fisicamente da missili e droni». Perché colpire i data center — simboli del potere tecnologico americano agli occhi degli ayatollah che hanno già rivendicato l’azione — significa paralizzare più aziende con un colpo solo. Infliggendo danni cospicui. E questo è talmente vero che sebbene l’Amazon di Dubai sia stato solo scalfito, le azioni del colosso di Seattle sono repentinamente calate del 2,7 per cento. «Questi luoghi stanno diventando nuovi bersagli naturali. Attaccarli è più economico e efficace che difenderli», sintetizza Ali Bakir, politologo dell’Università del Qatar: «Puoi paralizzare banche, uffici governativi, settori chiave: ogni minuto d’inattività costa milioni di dollari a chi è colpito».

Certo, per ora i danni reputazionali sono limitati. «Tutto dipenderà dalla lunghezza e dall’evoluzione del conflitto», dice Ryan Bohl, analista senior per il Medio Oriente di Rane Network, specializzato in rischi geopolitici. «Le aziende stanno monitorando con attenzione la situazione per capire se quello di Amazon è stato un episodio contenuto o l’inizio di un ciclo di incidenti. In tal caso, bisognerà rimodellare le ipotesi di stabilità a lungo termine».

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