Il cancello dello zuccherificio di Pontelongo si è chiuso e, con lui, un pezzo di storia industriale italiana. La decisione di fermare la campagna saccarifera nello stabilimento padovano è arrivata qualche giorno fa come una notizia che pesa più del singolo caso locale. Perché Pontelongo non era un impianto qualunque: era il penultimo zuccherificio italiano. Oggi, a restare in piedi è soltanto quello di Minerbio, nel Bolognese, anch’esso controllato dalla cooperativa Coprob – Italia Zuccheri.
l’ultimo baluardo
Lo stop non significa soltanto la perdita di un presidio produttivo nel Veneto. È il simbolo di una parabola industriale che nel giro di pochi decenni ha trasformato uno dei settori agricolo-alimentari più solidi del Paese in una filiera ridotta al minimo. Per capire quanto sia profonda la caduta basta guardare i numeri. Prima della riforma europea del 2006 l’Italia contava 19 zuccherifici – erano addirittura 78 negli anni Sessanta – e coltivava intorno ai 240mila ettari di b…
Il cancello dello zuccherificio di Pontelongo si è chiuso e, con lui, un pezzo di storia industriale italiana. La decisione di fermare la campagna saccarifera nello stabilimento padovano è arrivata qualche giorno fa come una notizia che pesa più del singolo caso locale. Perché Pontelongo non era un impianto qualunque: era il penultimo zuccherificio italiano. Oggi, a restare in piedi è soltanto quello di Minerbio, nel Bolognese, anch’esso controllato dalla cooperativa Coprob – Italia Zuccheri.
l’ultimo baluardo
Lo stop non significa soltanto la perdita di un presidio produttivo nel Veneto. È il simbolo di una parabola industriale che nel giro di pochi decenni ha trasformato uno dei settori agricolo-alimentari più solidi del Paese in una filiera ridotta al minimo. Per capire quanto sia profonda la caduta basta guardare i numeri. Prima della riforma europea del 2006 l’Italia contava 19 zuccherifici – erano addirittura 78 negli anni Sessanta – e coltivava intorno ai 240mila ettari di barbabietola da zucchero. Ogni anno venivano prodotti 1,5 milioni di tonnellate di zucchero e il Paese era sostanzialmente autosufficiente, alimentando la ricca filiera dolciaria nazionale. Oggi resta un solo impianto, le superfici coltivate sono scese a 19mila ettari e la produzione è ferma a 300mila tonnellate. L’80% dello zucchero consumato arriva dall’estero.
Resa in calo per i terreni a barbabietola
A ricordarlo è Ivan Nardone, responsabile del settore per la Confederazione Italiana Agricoltori. Il suo racconto restituisce un mondo che sembra lontanissimo. La «stagione della bietola era quasi un rito collettivo: molti studenti lavoravano negli zuccherifici durante la campagna, un po’ come accadeva per la vendemmia, per pagarsi l’università o le vacanze». La barbabietola era una coltura diffusa, soprattutto nella Pianura Padana, e gli stabilimenti erano veri poli economici per intere comunità.
la riforma del 2006
Per andare all’origine del declino è necessario risalire alla riforma europea del 2006. Per decenni il mercato continentale dello zucchero era stato protetto da un sistema di quote e da un prezzo di intervento che difendeva il prodotto dalla concorrenza internazionale.
Con la liberalizzazione quel meccanismo viene smantellato: entrano sul mercato zuccheri prodotti a costi molto più bassi e l’Unione Europea avvia un processo di ristrutturazione del settore. Vengono introdotti incentivi alla chiusura degli impianti meno competitivi. Nel giro di pochi anni la mappa industriale cambia radicalmente, e l’Italia è uno dei Paesi che paga il prezzo più salato.
un fenomeno europeo
Il caso di Pontelongo, dunque, non è isolato. È l’ultimo capitolo di una storia iniziata quasi vent’anni fa. Anche perché il contesto non è diventato più favorevole. La domanda di zucchero in Europa è in lieve ma costante calo, spinta da nuove abitudini alimentari e da politiche sanitarie orientate alla riduzione degli zuccheri. Secondo uno studio dell’Associazione europea dei produttori di zucchero (Cefs), i consumi alimentari nell’Eurozona sono scesi da oltre 14 milioni di tonnellate nel 2017 a poco più di 12 milioni oggi. Il mercato è stato soffocato da giganti come India, Thailandia e soprattutto Brasile, che da solo controlla circa un terzo delle esportazioni mondiali. Nel frattempo il “mare” di zucchero prodotto nell’Unione si è ridotto da 20 a 15 milioni di tonnellate in dieci anni, provocando la chiusura di 20 stabilimenti e la fine per quasi un coltivatore su quattro.
L’Italia, che pure aveva costruito una filiera solida e tecnologicamente avanzata, si è progressivamente ritirata. E con essa è tramontata anche una delle grandi storie industriali del Novecento: quella dell’Eridania. Fondata nell’Ottocento e diventata nel dopoguerra il cuore dell’industria saccarifera nazionale, la società passò negli anni Settanta sotto il controllo della famiglia Ferruzzi. Fu l’epoca di Raul Gardini e dell’espansione del gruppo agroindustriale. Ma Tangentopoli e il suicidio di Gardini nel 1993 segnarono la fine di quel modello. Oggi il marchio Eridania sopravvive, ma è diventato francese.
l’abbandono dei campi
A rendere più fragile la filiera italiana non sono soltanto le dinamiche di mercato. Anche la produzione agricola è sotto pressione. Confagricoltura sottolinea come, dopo la chiusura di Pontelongo, l’impianto di Minerbio rappresenti l’unico zuccherificio operativo del Paese, con la produzione nazionale concentrata quasi interamente in quell’area. Il problema, però, è che la concorrenza internazionale e i costi crescenti continuano a spingere il prezzo pericolosamente vicino alla soglia della marginalità zero. L’attenzione alla sostenibilità ha inoltre ridotto l’uso di sostanze per la difesa delle colture, rendendo più difficile contrastare le malattie. Ed è così che i campi sono stati progressivamente abbandonati.
Il paradosso è che mentre l’Europa smantellava progressivamente il suo sistema di protezione, il mercato mondiale agiva al contrario. Stando al Cefs, molti dei grandi Paesi esportatori sostengono la filiera con politiche pubbliche, incentivi energetici o sussidi indiretti, consentendo di arrivare sul mercato a prezzi più bassi. Per l’industria europea questo ha significato volatilità e margini ridotti. Dal 2017 al 2021, sempre secondo la ricerca, circa 7 miliardi di euro di valore sono stati trasferiti dai produttori agli utilizzatori industriali. La vicenda italiana è dunque parte di una trasformazione più ampia. Ma nel nostro Paese la contrazione è stata molto più drastica. Oggi l’intera produzione nazionale dipende da un solo stabilimento. Pontelongo, con i suoi silos e le sue ciminiere, è stato per oltre un secolo uno dei simboli della bieticoltura del Nord Italia, e averlo fermato è il segno di una filiera che ha perso il suo equilibrio. E che ora, per sopravvivere, dovrà reinventarsi quasi da zero.