L’economista Sapir: “La corsa è iniziata, per la Ue 1% in più d’inflazione con la guerra”
di Eugenio OccorsioROMA – «Allo stato attuale possiamo già dare per scontato un aumento dell’inflazione in Europa fra lo 0,50 e l’1%, da aggiungere al sofferto 2% che la Bce finora è riuscita a garantire. E per la crescita ciò equivale almeno allo 0,1-0,2% in meno». André Sapir guida una cattedra in economia internazionale all’Université Libre de Bruxelles ed è, fra i ricercatori del Bruegel, uno dei più impegnati nel seguire la terza guerra del Golfo.
È la più grave crisi petrolifera dai tempi di quella del 1973, voluta dallo sceicco Yamani, oppure di quella del ritorno degli ayatollah del 1979? «Forse non siamo ancora ai livelli di quelle due crisi, anche se alcune caratteristiche di globalità le accomunano, soprattutto perché non ne conosciamo la durata né i futuri sviluppi in termini di brutalità e violenza: abbiamo tutti visto il presidente iraniano Pezeshkian chiedere clamorosamente scusa ai Paesi vicini per averli cannoneggiati salvo poi riprendere ad attaccarli poche ore dopo. La chiamano guerra…
ROMA – «Allo stato attuale possiamo già dare per scontato un aumento dell’inflazione in Europa fra lo 0,50 e l’1%, da aggiungere al sofferto 2% che la Bce finora è riuscita a garantire. E per la crescita ciò equivale almeno allo 0,1-0,2% in meno». André Sapir guida una cattedra in economia internazionale all’Université Libre de Bruxelles ed è, fra i ricercatori del Bruegel, uno dei più impegnati nel seguire la terza guerra del Golfo.
È la più grave crisi petrolifera dai tempi di quella del 1973, voluta dallo sceicco Yamani, oppure di quella del ritorno degli ayatollah del 1979? «Forse non siamo ancora ai livelli di quelle due crisi, anche se alcune caratteristiche di globalità le accomunano, soprattutto perché non ne conosciamo la durata né i futuri sviluppi in termini di brutalità e violenza: abbiamo tutti visto il presidente iraniano Pezeshkian chiedere clamorosamente scusa ai Paesi vicini per averli cannoneggiati salvo poi riprendere ad attaccarli poche ore dopo. La chiamano guerra mondiale non a caso: i quattro Paesi più colpiti dal boom petrolifero sono Cina, Giappone, India e Sud Corea».
Dove arriverà il petrolio? «Nelle contrattazioni informali del weekend abbiamo visto il greggio, sia Brent che West Texas Intermediate, schizzare nei pressi dei 100 dollari al barile, con alcune sub-varietà non ufficiali come un petrolio particolarmente leggero degli Emirati superare i 107. Di fatto il Brent ha chiuso venerdì a 93 dollari e il WTI a 91. Oggi ne sapremo di più con la riapertura dei mercati. Ma secondo me siamo solo all’inizio della corsa, con tutte le conseguenze in termini di inflazione e poi recessione. Il massimo storico del petrolio fu raggiunto alla vigilia della crisi finanziaria del 2008, a 147,50 al barile, non abissalmente lontano. Solo un mese e mezzo fa il petrolio valeva 60 dollari».
Restando sull’Europa, il paragone più vicino è quello con la crisi ucraina nel 2022: allora si parlava di gas, ma il confronto è appropriato? «Nel momento più difficile, estate 2022, il gas arrivò a 330 euro per chilowattora sul mercato di Amsterdam. Solo con una corsa frenetica dei governanti europei ai quattro angoli del mondo alla ricerca di nuove fonti si riuscì a rientrare da quei livelli. Venerdì valeva già 53 euro».
Quali potranno essere le prime conseguenze per l’economia mondiale in generale? «Le più pesanti, a carico di chi tutto questo ha causato: gli Stati Uniti, che già – dai dazi illegittimi alla popolarità del presidente sotto i minimi – hanno più di un problema. Nei giorni dell’attacco all’Iran, il saldo fra posti di lavoro creati e perduti in febbraio è stato negativo per 92mila posti di lavoro, contro un’aspettativa di creazione di 50mila».