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La narrazione non ferma la fisica stiamo già pagando caro la negazione della crisi climatica

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La temperatura del pianeta è aumentata di oltre 1,35 gradi rispetto al periodo preindustriale. Gli Usa parlano di bufale ma i grandi assicuratori si ritirano dalla California per “colpa” degli incendi. Stiamo lasciando campo alla Cina
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Un “nuovo” negazionismo climatico sta occupando il dibattito pubblico. Si tratta di una narrazione costruita con cura, che punta a obiettivi precisi. Primo: delegittimare il percorso di decarbonizzazione dell’economia, dipingendolo come espressione di un ambientalismo ideologico. Secondo: depotenziare l’urgenza climatica, riscrivendo l’agenda delle priorità — difesa, crescita, occupazione — come se fossero alternative alla transizione.

In questo quadro vengono messe sotto attacco le politiche per la diffusione delle rinnovabili, l’elettrificazione, la tutela del territorio. Si sostiene che il Green Deal sia troppo costoso e penalizzi le imprese. La stessa narrazione investe la dimensione tecnologica: le rinnovabili “non funzionano”, “inquinano più dei combustibili fossili”, sarebbero ec…

Un “nuovo” negazionismo climatico sta occupando il dibattito pubblico. Si tratta di una narrazione costruita con cura, che punta a obiettivi precisi. Primo: delegittimare il percorso di decarbonizzazione dell’economia, dipingendolo come espressione di un ambientalismo ideologico. Secondo: depotenziare l’urgenza climatica, riscrivendo l’agenda delle priorità — difesa, crescita, occupazione — come se fossero alternative alla transizione.

In questo quadro vengono messe sotto attacco le politiche per la diffusione delle rinnovabili, l’elettrificazione, la tutela del territorio. Si sostiene che il Green Deal sia troppo costoso e penalizzi le imprese. La stessa narrazione investe la dimensione tecnologica: le rinnovabili “non funzionano”, “inquinano più dei combustibili fossili”, sarebbero economicamente insostenibili.

È evidente che ogni politica pubblica sia migliorabile. Ma queste affermazioni non reggono alla prova dei fatti: lo scorso anno la produzione elettrica da rinnovabili in Europa ha superato quella da fossili; gli investimenti globali nelle tecnologie energetiche non fossili sono quasi doppi rispetto a quelli in petrolio, gas e carbone; in molti mercati ormai le auto elettriche vendono più dei veicoli a combustione interna. Eppure, una parte del mondo continua a cavalcare questa narrazione, con l’obiettivo di difendere lo status quo. Pensare che l’impegno climatico possa evaporare perché si racconta una storia diversa significa ignorare la realtà fisica osservata, che è ormai chiarissima. La temperatura del pianeta è aumentata di oltre 1,35 gradi centigradi rispetto al periodo preindustriale. Dagli anni Ottanta, la velocità di riscaldamento medio è triplicata. Gli ultimi tre anni sono stati i più caldi mai registrati. Viviamo una sequenza di eventi che, rispetto al passato, appaiono straordinari ma che, rispetto al futuro, rischiano di diventare ordinari. È il momento di passare dall’emergenza alla gestione strutturale del rischio.

In questo scenario, gli Stati Uniti — oggi tra i principali vettori della nuova ondata negazionista — sono anche tra i Paesi più esposti. I recenti incendi catastrofici in California hanno spinto grandi assicuratori come State Farm e Allstate a ritirarsi dal mercato immobiliare privato di quella regione. Non è una scelta ideologica: è l’effetto di un cambiamento strutturale nelle stime attuariali, legato all’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi estremi, favorito dall’inaridimento progressivo della regione e dalla modifica dei regimi dei venti.

Persino i tentativi di eliminare i vincoli sulle emissioni negli Usa devono fare i conti con questa realtà. L’abrogazione dell’Endangerment Finding da parte dell’Agenzia per la Protezione Ambientale americana (Epa), ne è l’esempio più significativo. La vicenda affonda le radici in una sentenza del 2007, quando la Corte Suprema - basandosi su evidenze scientifiche - stabilì che i gas serra rientrano nella definizione di agenti inquinanti, concludendo che il rapporto causale tra emissioni e danno potenziale alla salute pubblica era fuori discussione. L’Epa era quindi obbligata ad agire.

I 2 punti per l’abrogazione

Quando l’attuale amministrazione ha annunciato l’intenzione di abrogare quel fondamento regolatorio, ha articolato due argomenti. Il primo, di natura scientifica, riprende la tesi già tentata dall’amministrazione Bush e respinta allora “senza ambiguità” dalla Corte. È lo stesso registro che ritorna nella retorica che definisce il cambiamento climatico una “hoax”, una “bufala”. Il secondo è giuridico-amministrativo: si sostiene che regolamentare quelle emissioni estenda l’autorità dell’Epa oltre i confini del mandato legislativo. Nella comunicazione finale del febbraio 2026, tuttavia, l’agenzia ha abbandonato l’attacco frontale alla scienza, concentrandosi sulla questione dei limiti della propria autorità. Non è difficile comprenderne la ragione: l’argomento della “bufala climatica” difficilmente sopravviverebbe al vaglio giudiziario di fronte all’evidenza scientifica.

Non c’è dubbio che questo atto rappresenti un passo indietro nella sfida climatica, così come lo è il tentativo, in Europa, di depotenziare il Green Deal invece di migliorarlo. La conseguenza di favorire Paesi come la Cina, che stanno spingendo sulle tecnologie a basse emissioni su basi industriali e di mercato.

Per quella parte del mondo industriale pronta a lasciarsi sedurre dall’idea che le regole sul clima siano solo una moda, la sequenza crescente di eventi estremi che occupano sempre più spazio nella nostra cronaca rappresenta un monito pericoloso da ignorare. La fisica non risponde alle narrazioni. Determina il comportamento del clima e, con esso, la quota di rischio economico e finanziario che dovremo affrontare nei prossimi anni. Fino a quando non decideremo di investire seriamente in un futuro diverso.

* Docente di Corporate Sustainability, SDA Bocconi e Direttore Scientifico, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici

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