Dopo un turbolento 2025, contrassegnato da un susseguirsi di offerte pubbliche piombate come uno tsunami sui principali player del settore bancario italiano, in questo inizio 2026 comincia a delinearsi il nuovo assetto del sistema. Gli occhi sono puntati sul Monte dei Paschi di Siena e sul suo controllo, dopo che a fine ottobre ha concluso con successo l’acquisizione di Mediobanca che si è portata con sé lo strategico pacchetto del 13% di Generali.
I fatti degli ultimi giorni, anche se la partita non è ancora finita, lasciano aperte molte strade che saranno delineate dal risultato della prossima assemblea e da quale amministratore delegato verrà eletto. Da qui dipenderà il controllo della filiera che parte dal Monte dei Paschi, passa per Mediobanca e arriva fino a Generali. La clamorosa esclusione di Luigi Lovaglio — il banchiere che ha guidato il risanamento finale di Mps e poi l’attacco al fortino di Piazzetta Cuccia — dalla lista del cda che guiderà l’istituto senese nel prossimo …
Dopo un turbolento 2025, contrassegnato da un susseguirsi di offerte pubbliche piombate come uno tsunami sui principali player del settore bancario italiano, in questo inizio 2026 comincia a delinearsi il nuovo assetto del sistema. Gli occhi sono puntati sul Monte dei Paschi di Siena e sul suo controllo, dopo che a fine ottobre ha concluso con successo l’acquisizione di Mediobanca che si è portata con sé lo strategico pacchetto del 13% di Generali.
I fatti degli ultimi giorni, anche se la partita non è ancora finita, lasciano aperte molte strade che saranno delineate dal risultato della prossima assemblea e da quale amministratore delegato verrà eletto. Da qui dipenderà il controllo della filiera che parte dal Monte dei Paschi, passa per Mediobanca e arriva fino a Generali. La clamorosa esclusione di Luigi Lovaglio — il banchiere che ha guidato il risanamento finale di Mps e poi l’attacco al fortino di Piazzetta Cuccia — dalla lista del cda che guiderà l’istituto senese nel prossimo triennio, è infatti il risultato finale di un lungo braccio di ferro che si è consumato dietro le quinte tra il manager e Caltagirone (la lettera del Gruppo).
Gli azionisti Mps
Repubblica ha ricostruito il dissidio tra management e azionisti ascoltando più fonti che hanno partecipato alla trattativa. La differenza di vedute e di strategie ha cominciato a delinearsi fin dalla fine del 2024, appena dopo che Caltagirone e la Delfin (la finanziaria della famiglia Del Vecchio) acquistarono pacchetti azionari rotondi dal Ministero dell’Economia in un collocamento che successivamente è finito sotto gli occhi della procura. Caltagirone e Delfin cercavano già da tempo una banca che potesse fungere da ariete di sfondamento per penetrare in Mediobanca dove i due soci avevano già il 30% del capitale. Non potevano farlo da soli perché la Bce glielo aveva impedito, non avendo i due imprenditori i requisiti di capitale necessari a prendere il controllo di una banca. E così trovarono in Mps e Lovaglio il cavallo giusto per la loro impresa.
Che, secondo chi ha lavorato al dossier, partiva dalla richiesta che Siena acquistasse subito sul mercato un 5-10% di azioni Mediobanca in modo da assicurarsi l’esito della partita, e poi in seguito lanciare l’Ops. Il banchiere non ha ascoltato questa richiesta arrivata dagli azionisti e a fine gennaio 2025 ha lanciato direttamente l’Ops. Il problema si è poi ripresentato a inizio aprile, quando con l’annuncio dei dazi da parte di Trump il titolo Mediobanca è crollato insieme al resto del listino, aprendo una finestra di acquisto interessante per Mps. Ma anche in questo caso Lovaglio ha preferito attendere, non impiegare i soldi di Mps appena risanato, e proseguire con il suo piano di aggregazione rivolto al mercato.
Un altro motivo di dissidio tra Caltagirone e Lovaglio — spiegano fonti vicine a Mps — ha riguardato le modalità di comunicazione della soglia minima del 35% per il successo dell’Ops e poi, ad agosto 2025, le vedute divergevano anche in occasione della cruciale assemblea di Mediobanca per l’acquisto di Banca Generali. Sempre secondo le stesse fonti, anche in questo caso Caltagirone voleva che Mps comprasse sul mercato azioni Mediobanca in modo da ostacolare l’operazione di Alberto Nagel, che poi è fallita per la discesa in campo delle casse di previdenza.
I dissidi tra Caltagirone e Lovaglio, come ricostruito nei giorni scorsi da Repubblica, sono proseguiti anche dopo la conquista di Mediobanca, proprio sulla strategia futura di aggregazione. Lovaglio ha portato avanti il piano di fusione e uscita dalla Borsa dichiarato fin dall’inizio, che avrebbe garantito delle sinergie e più valore per gli investitori. Caltagirone aveva, e ha, un’idea diversa: mantenere quotata in Borsa Mediobanca, collocando sul mercato un 30% di azioni in eccedenza rispetto all’86% conquistato sul mercato da Mps, riferiscono fonti vicine al cda senese. E con la liquidità ottenuta comprare altre azioni Generali rimpolpando quel 13% del Leone già posseduto che si andrebbe ad aggiungere al 6,7% posseduto direttamente e al 10% già controllato da Delfin. Poco importa se le azioni Mediobanca quotano a un prezzo molto inferiore a quello di acquisto con l’Ops, con la conseguenza che in questa situazione un collocamento delle stesse produrrebbe una forte minusvalenza nel bilancio Mps.
Di fronte a uno scenario di questo tipo la risposta di Lovaglio è stata quella di appellarsi alla Bce, l’unico punto di appoggio su cui ha sempre potuto contare visto che nel cda di Mps la grande maggioranza è schierata a favore dei progetti dell’azionista romano. Sempre secondo le stesse fonti, anche i consiglieri nominati nella lista Assogestioni, almeno due su tre, non hanno mai preso a cuore le istanze dei fondi e del mercato. E anche i consiglieri nominati dal Tesoro, sebbene il ministro Giancarlo Giorgetti abbia speso parole a favore di Lovaglio, hanno sempre remato contro l’ad. L’unico esponente del Mef che seguiva l’impostazione strategica di Lovaglio, Stefano Di Stefano, si è dovuto dimettere per l’ipotesi di insider trading scoppiata proprio nel periodo caldo dei lavori sul rinnovo del cda.
Nel mezzo di questa battaglia viene da chiedersi quale ruolo abbia giocato il primo azionista di Mps, la Delfin della famiglia Del Vecchio, titolare di un 17,5%. Il presidente di Delfin, Francesco Milleri, in tutte le uscite pubbliche ha sempre sostenuto l’operato del management di Mps e di Lovaglio, rivendicando però un ruolo più distaccato dal momento che la partecipazione di Delfin, così come quella di Caltagirone, ha una natura prettamente finanziaria. La Bce, infatti, così come aveva stabilito per le partecipazioni in Mediobanca, ha autorizzato sia Delfin sia Caltagirone a salire fino al 20% di Mps ma senza che essi possano esercitare il controllo della banca, non avendo la solidità patrimoniale richiesta.
Nonostante il sostegno della Bce — che ha anche inviato una lettera al cda Mps a favore della fusione e del delisting — e a quello del primo azionista Delfin, seppur defilato, il vuoto intorno a Lovaglio nelle ultime settimane è diventato enorme. A scavargli la fossa due fatti di non poco conto. L’audizione in Parlamento dei magistrati di Milano, che hanno confermato la loro ipotesi di concerto tra gli azionisti Delfin e Caltagirone fin dal 2019, per la conquista di Mediobanca e di Generali, ma con un apporto decisivo da parte di Lovaglio. Per il manager l’accusa è quella di concorso in concerto determinante per il buon esito dell’operazione. E un’intervista a Bloomberg della premier Giorgia Meloni, che nel giorno della presentazione del piano industriale di Lovaglio dichiarava che il ruolo del governo in Mps era terminato, chiamandosi fuori dalle prossime decisioni riguardanti la banca. Il classico “chiodo sulla bara” per Lovaglio che di lì a poco è stato impallinato dal cda. Spingendo la filiera Mps-Mediobanca-Generali sempre più verso Caltagirone dal momento che Delfin potrebbe presto o tardi uscire dalla compagine, come chiedono a gran voce gli eredi di Del Vecchio.
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La lettera del Gruppo Caltagirone
Dal Gruppo Caltagirone riceviamo e pubblichiamo quanto segue:
Egregio Direttore,
l’articolo “Mediobanca e Generali le mosse di Siena” pubblicato sul numero di Affari&Finanza del 9 marzo a firma Giovanni Pons, ricostruendo il “dissidio tra management ed azionisti” di Mps, riporta la notizia di una “richiesta” - arrivata dagli azionisti – “che Siena acquistasse subito sul mercato un 5-10% di azioni Mediobanca in modo da assicurarsi l'esito della partita, e poi in seguito lanciare l'Ops”. Tale notizia è, per quanto ci guarda, totalmente falsa.
Prendo atto della smentita del gruppo Caltagirone su eventuali acquisti di azioni Mediobanca prima del lancio dell’Ops. Noto peraltro che non ci sono stati commenti da parte dell’altro azionista forte di Mps, cioè Delfin, e che il gruppo Caltagirone non ha smentito le richieste successive indicate nell’articolo, quelle di aprile 2025 e di agosto 2025. In ogni caso, a quanto mi risulta, tali eventuali acquisti erano stati autorizzati da una delibera del cda Mps, dunque una lettura dei verbali del cda, non pubblici, aiuterebbe sicuramente a ricostruire fedelmente l’intera vicenda. – g.po.