La guerra manda a terra le Borse asiatiche: Tokyo perde il 5,2%, Seul giù del 6%
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Lunedì nero per le Borse asiatiche. Le tensioni in Medio Oriente e l'impennata dei prezzi del petrolio fanno registrare di nuovo pesanti segni meno. A Tokyo l'indice Nikkei ha chiuso in ribasso del 5,2%. A Seul l'indice Kospi ha chiuso in calo del 5,96%. Taipei ha perso il 4,43%, Sydney il 2,85% e l'indice Hang Seng di Hong Kong ha ceduto l’1,49%. Shanghai più cauta perde lo 0,67%
La dipendenza dal Medio Oriente
“Un aumento significativo e duraturo dei prezzi del petrolio metterebbe a dura prova le regioni importatrici di energia, in particolare l'Europa e l’Asia”, commentano gli analisti di Moody’s. Le economie di Giappone, Corea del Sud e Taiwan sono tra le più vulnerabili alle interruzioni di gas naturale e petrolio dal Medio Oriente.…
PECHINO - Lunedì nero per le Borse asiatiche. Le tensioni in Medio Oriente e l'impennata dei prezzi del petrolio fanno registrare di nuovo pesanti segni meno. A Tokyo l'indice Nikkei ha chiuso in ribasso del 5,2%. A Seul l'indice Kospi ha chiuso in calo del 5,96%. Taipei ha perso il 4,43%, Sydney il 2,85% e l'indice Hang Seng di Hong Kong ha ceduto l’1,49%. Shanghai più cauta perde lo 0,67%
La dipendenza dal Medio Oriente
“Un aumento significativo e duraturo dei prezzi del petrolio metterebbe a dura prova le regioni importatrici di energia, in particolare l'Europa e l’Asia”, commentano gli analisti di Moody’s. Le economie di Giappone, Corea del Sud e Taiwan sono tra le più vulnerabili alle interruzioni di gas naturale e petrolio dal Medio Oriente. Tokyo importa circa il 90% del suo petrolio dalla regione. Seul dipende dal Medio Oriente per il 70% delle sue importazioni di greggio. Circa il 60% del petrolio che importa Taiwan arriva via nave proprio attraverso Hormuz. Nel mercato di Tokyo, le azioni hanno registrato un calo generalizzato, compresi i produttori di elettronica, i titoli tecnologici e le società legate all’energia. Il produttore di materiali semiconduttori Nitto Boseki ha registrato un calo superiore al 13%.
In Corea del Sud i colossi dei chip Samsung e SK Hynix hanno trascinato al ribasso l'indice di riferimento, con un calo superiore al 7% ciascuno. A Taiwan, invece, il colosso dei semiconduttori Tsmc, ha registrato un calo di circa il 4%. “Il Giappone e la Corea sono giganti industriali che funzionano grazie al petrolio importato. Quando il prezzo del greggio sale alle stelle, ciò si ripercuote direttamente sulle aziende: i costi dei fattori produttivi esplodono e le aspettative di inflazione aumentano”, afferma all’agenzia Afp Stephen Innes di Spi Asset Management.
La risposta dei Paesi asiatici
Oggi il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha annunciato “un sistema di tetto massimo per i prezzi dei prodotti petroliferi” al fine di “alleviare la pressione sulle famiglie”. Taiwan, che dipende anch'essa quasi interamente dalle importazioni di energia, ha già fissato un limite settimanale agli aumenti del prezzo del petrolio. Il Giappone starebbe valutando la possibilità di attingere alle riserve nazionali di petrolio, scrive l’agenzia di stampa nipponica Kyodo.
Più cauta è stata la reazione dei mercati cinesi. Pechino, il più grande importatore mondiale di petrolio, è ben preparata ad affrontare eventuali sconvolgimenti del mercato grazie alle sue vaste riserve, sostengono gli analisti. Secondo la società Kpler, nel 2025 il Medio Oriente ha rappresentato circa il 57% delle importazioni dirette cinesi di greggio trasportato via mare. “La Cina adotterà le misure necessarie per preservare la propria sicurezza energetica”, ha assicurato oggi Guo Jiakun, il portavoce del ministero degli Esteri.
“La Cina subirà le conseguenze economiche del conflitto in Iran, ma le ingenti riserve statali di materie prime fondamentali attenueranno gli effetti peggiori. Pechino dispone di potenti meccanismi di protezione, tra cui: enormi riserve strategiche di greggio – pari a circa quattro mesi di importazioni – che possono essere rilasciate in caso di carenza significativa. E prezzi al dettaglio dei carburanti gestiti dallo Stato, con un tetto massimo che limita l'estrema volatilità e protegge i consumatori”, scrivono gli analisti di Trivium. “Un conflitto prolungato aumenterebbe i costi fiscali e metterebbe sotto pressione le aziende statali, ma Pechino si prepara ad affrontare crisi come queste”.
Secondo Bloomberg, “un volume record si trova attualmente su petroliere al largo delle coste cinesi, rappresentando una potenziale riserva per le raffinerie private del Paese, mentre la guerra in Medio Oriente interrompe i flussi più ampi. Secondo Kpler, quasi 40 milioni di barili di petrolio provenienti da Iran, Russia e Venezuela si trovano su navi inattive vicino al Paese, con un aumento di oltre il 17% rispetto alla settimana precedente lo scoppio del conflitto”.