✕

Via al rilascio delle riserve di petrolio, è il più grande della storia. Ma i prezzi risalgono

Ascolta l'audio

I 32 Paesi dell’Agenzia internazionale dell’Energia approvano l’immissione sul mercato di 400 milioni di barili per contrastare l’impennata delle quotazioni. Trump: ne daremo un po’ anche noi
2 minuti di lettura

ROMA – In un rigurgito di multilateralismo le grandi potenze economiche provano a tamponare la crisi petrolifera scatenata dalla guerra in Iran, varando il più grande rilascio coordinato di riserve della storia. I 32 membri dell’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie) hanno autorizzato ieri all’unanimità l’immissione sul mercato di 400 milioni di barili, un terzo delle scorte totali e oltre il doppio di quelle rilasciate nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La mossa di emergenza però non tranquillizza i mercati: ieri il greggio texano, il Wti, è risalito del 5% sopra gli 87 dollari, e quello del Brent europeo è tornato sopra i 90. Il motivo? Le scorte possono tamponare la crisi per qualche tempo, non risolvere il problema di fondo, cioè la chiusura dello Stretto di Hormuz.

ROMA – In un rigurgito di multilateralismo le grandi potenze economiche provano a tamponare la crisi petrolifera scatenata dalla guerra in Iran, varando il più grande rilascio coordinato di riserve della storia. I 32 membri dell’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie) hanno autorizzato ieri all’unanimità l’immissione sul mercato di 400 milioni di barili, un terzo delle scorte totali e oltre il doppio di quelle rilasciate nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La mossa di emergenza però non tranquillizza i mercati: ieri il greggio texano, il Wti, è risalito del 5% sopra gli 87 dollari, e quello del Brent europeo è tornato sopra i 90. Il motivo? Le scorte possono tamponare la crisi per qualche tempo, non risolvere il problema di fondo, cioè la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Tutti i dubbi su efficacia e durata

Le ragioni dello scetticismo sono almeno due. La prima riguarda l’efficacia del rilascio. Il blocco delle esportazioni dai Paesi del Golfo fa sparire dal mercato tra i 15 e i 20 milioni di barili al giorno, ma sarà difficile per i Paesi immetterne sul mercato più di cinque ogni giorno, visti i rigorosi meccanismi di asta da rispettare. La seconda riguarda la durata dell’effetto: i 400 milioni mobilitati ieri “coprono” una ventina di giorni di ammanco. Per allora il conflitto sarà terminato e Hormuz riaperto? Possibile, per molti resta lo scenario base, prima di tutto perché ogni giorno i costi (elettorali) dell’offensiva diventano per Trump più difficili da sostenere. Ma è tutt’altro che impossibile, a giudicare dalle minacce di Teheran, che fra un mese i missili volino ancora e ci si ritrovi al punto di partenza, con un cuscinetto di scorte ridotto. «Le sfide che stiamo affrontando sono senza precedenti», ha detto il direttore generale dell’Aie Fatih Birol.

Dal Giappone agli Stati Uniti

Il primo Paese ad aver fissato il rilascio è il Giappone, che partirà lunedì. Si tratta di uno degli Stati membri dell’Aie più esposto alle importazioni dal Golfo, che valgono la quasi totalità dei suoi consumi interni. In serata anche Trump ha detto che ridurrà «un po’» le scorte americane, le più ampie nel gruppo dei 32. In Europa le prime ad aderire sono state Germania e Austria, ma ogni Paese, Italia compresa, ne userà una parte. Per massimizzare gli effetti sarà decisivo il coordinamento dell’Aie, anche considerato che le riserve sono composte da prodotti diversi, sia grezzi che raffinati. Ma decisiva sarà anche la Cina, che non fa parte del gruppo ma negli ultimi anni ne ha accumulata una quantità enorme, stimata oltre il miliardo di barili. Se per la prima volta ne rilasciasse una quota contribuirebbe non poco a distendere il mercato.

Una soluzione tampone

Il tampone si può quindi allargare, guadagnando altro tempo. Specie se l’Arabia Saudita farà la sua parte, dirottando parte del greggio che estrae verso il Mar Rosso e aggirando così Hormuz. Ma pur sempre un tampone resta, e senza la riapertura dello Stretto da cui passa un quinto degli idrocarburi globali è impossibile che mercati e prezzi si normalizzino. Vale a maggior ragione per il metano, per cui non esiste un meccanismo globale di riserve: «La situazione nei mercati del gas naturale è altrettanto critica - ha detto ieri Birol -. Ci sono poche opzioni per sostituire i carichi mancanti di Gnl, i paesi asiatici ad alto reddito competono duramente con l’Europa per quelli disponibili». Ieri ad Amsterdam, borsa europea di riferimento, il metano ha chiuso in rialzo di oltre il 3%, vicino ai 50 euro per megawattora.

Il costo per l’Europa

Così i Paesi del G7 sono tornati a discutere anche di altre scorte, le pattuglie militari che potrebbero accompagnare le petroliere attraverso Hormuz. Gli americani le ipotizzano da giorni, anche se per ora si sono limitati a un falso annuncio. Per gli europei schierarle a guerra in corso significherebbe rischiare di essere trascinati nelle ostilità. Resta il fatto che proprio l’Europa è l’area più esposta al rischio “stagflazione” per uno shock energetico prolungato. Ieri la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha detto che i rincari degli idrocarburi sono già costati alla Ue 3 miliardi, «il prezzo della nostra dipendenza». Ma ha aggiunto che non è il momento di allentare le sanzioni contro la Russia, ringalluzzita da questa crisi: «Applicare il tetto al prezzo del petrolio contribuirà a stabilizzare i mercati e a limitare le entrate di Mosca».

Leggi i commenti