Guerra e caro-petrolio, se non è un disastro lo dobbiamo all’ecologia. Nonostante Trump
di Maurizio RicciNon sarà un disastro. Chi lo dice ha i capelli (rimasti) abbastanza grigi da ricordare le strade deserte e il clima plumbeo dell'"austerità" degli anni '70. Le previsioni, infatti, se la guerra continua, disegnano un periodo difficile di ristagno, ma non una recessione. Il barile che resta a 100 dollari, sino a fine anno, dovrebbe tosare un po' più di mezzo punto dallo sviluppo del Pil europeo, portandolo vicino allo zero, mentre l'inflazione tornerebbe a scavalcare il 3 per cento.
E' la penale che paghiamo per conto delle guerre dell'America di Trump, che, invece, se la caverebbe meglio: il Pil inciamperebbe appena di un decimo di punto. Quello che l'economia generale perderebbe per il rincaro del barile, come in Europa, verrebbe in parte recuperato, infatti, da…
Non sarà un disastro. Chi lo dice ha i capelli (rimasti) abbastanza grigi da ricordare le strade deserte e il clima plumbeo dell'"austerità" degli anni '70. Le previsioni, infatti, se la guerra continua, disegnano un periodo difficile di ristagno, ma non una recessione. Il barile che resta a 100 dollari, sino a fine anno, dovrebbe tosare un po' più di mezzo punto dallo sviluppo del Pil europeo, portandolo vicino allo zero, mentre l'inflazione tornerebbe a scavalcare il 3 per cento.
E' la penale che paghiamo per conto delle guerre dell'America di Trump, che, invece, se la caverebbe meglio: il Pil inciamperebbe appena di un decimo di punto. Quello che l'economia generale perderebbe per il rincaro del barile, come in Europa, verrebbe in parte recuperato, infatti, dai maggiori profitti dei petrolieri americani, in una sorta di partita di giro. Tuttavia, soprattutto con le elezioni a novembre, Trump ha poco motivo di consolarsi.
Il conto per l’americano medio
Prima che i petrolieri incassino quei profitti e li rimettano in circolazione, l'americano medio avrà tempo di pagare la sua bolletta: l'inflazione Usa tornerebbe a sfiorare il 4 per cento.
Negli anni '70, tuttavia, le crisi petrolifere ebbero effetti assai più devastanti. Eppure, il blocco di 20 milioni di barili al giorno nello stretto di Hormuz rappresenta, dicono gli esperti, il buco più grande nella storia del mercato globale del petrolio. Cosa è cambiato in questi 50 anni? La differenza è "l'intensità di petrolio" delle economie, ovvero la quantità di greggio di cui hanno bisogno per funzionare. Ancora nel 1990, l'Italia, con un chilo di petrolio, produceva 7 dollari di Pil. I paesi della Ue, in media, con quel chilo di petrolio, producevano beni e servizi per 5 dollari di Pil. Gli Stati Uniti 3 dollari.
E adesso? Con quello stesso chilo di greggio, l'Italia, nel 2023, sfornava Pil per 26 dollari. L'Unione europea, 23 dollari. Oltre quattro volte di più, con lo stesso barile. Come mai? Perché le auto sono più efficienti o sono addirittura elettriche, gli elettrodomestici di casa e i macchinari delle fabbriche hanno imparato ad usare meno energia, anche i grandi energivori - le acciaierie, i cementifici, le cartiere - si ingegnano a risparmiare. Siamo stati ecologicamente virtuosi. Se gli americani lo fossero stati quanto noi, navigherebbero questa crisi con anche maggior agio. Invece, nella terra dei megaSuv, quei 3 dollari di Pil che, nel 1990, si producevano con un chilo di petrolio, sono diventati solo 13.
L’ecologia paga
La sensibilità ecologica, insomma, ha pagato e paga. Il lungo percorso di decarbonizzazione intrapreso dall'Unione europea, riducendo l'uso dei combustibili fossili, ci ha messo al riparo da conseguenze più dirompenti della crisi petrolifera. Se, come gli americani, l'Italia con un chilo di petrolio producesse solo per 13 dollari, invece di 26, pagheremmo il blocco di Hormuz il doppio. Ecco perché la risacca che, in questi mesi, a Bruxelles e a Strasburgo, ha accerchiato e soffocato il Green Deal e l'impegno contro la CO2 della Ue è l'equivalente di spararsi ad un piede. Limitare l'effetto serra e le emissioni di anidride carbonica non è solo un problema di salute futura. E' anche, qui ed ora, buona economia. Perché i combustibili fossili non sono solo il grande veicolo delle emissioni. Garantirsi un salvacondotto contro la dipendenza energetica - come dimostra la guerra in corso - significa proteggere lo sviluppo. Prima ci liberiamo di Hormuz e meglio sarà.
Non c'è da aspettare molto per capire come andrà. Nei prossimi giorni, a Bruxelles, si giocherà una partita chiave, intorno al destino degli Ets, il sistema europeo che penalizza i grandi inquinatori e premia chi compie le scelte più efficienti. Proprio l'Italia - che in tema di efficienza ha ottenuto risultati importanti - ha aperto la battaglia per sospendere, in nome di un risparmio immediato, le multe per chi più spreca energia. E' una scelta che premierebbe i ritardatari e punirebbe gli innovatori.
Lo ricorda un documento presentato a Bruxelles da cento aziende che, per limitare le emissioni, in questi anni si sono impegnate. Non ce n'è nessuna italiana, ma c'è qualche insospettabile gigante, come la Volvo e le acciaierie Tata. Quello che costa, fa notare il think tank Bruegel, non è la decarbonizzazione. E' il prezzo del metano. Quindi, la leva è usarne meno. E gli Ets, costringendo le aziende a usare meno metano, ne abbassano la domanda e, dunque, anche il prezzo: il risparmio di lunga durata è lì.