Okonjo-Iweala (Wto): “Una crisi lunga in Iran peserà soprattutto su Ue e Asia”
di Filippo SantelliNgozi Okonjo-Iweala, 71 anni, economista nigeriana naturalizzata americana, è al secondo mandato alla guida dell'Organizzazione mondiale del commercio
ROMA – L’impatto della guerra in Iran sarà significativo», dice Ngozi Okonjo-Iweala, dal 2021 direttrice generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), una delle istituzioni del vecchio mondo che una guerra dopo l’altra, un dazio dopo l’altro, si sgretola sotto i nostri occhi. La intervistiamo insieme alle altre testate del gruppo Lena.
Le vostre ultime stime sul commercio globale erano già negative, nel 2026 lo vedevate crescere solo dello 0,5%. Con il conflitto in Iran peggiorano? C’è un rischio recessione?
«Stiamo analizzando la situazione, tutto dipenderà dalla durata della crisi. Se sarà breve l’impatto potrebbe non essere così forte, i mercati energetici potrebbero recuperare rapidamente, se invece durerà più a lungo le conseguenze saranno più serie. Stiamo valutando tre scenari: uno di alcune settimane, uno di medio periodo, circa tre mesi, e uno lungo, fino un anno».
ROMA – L’impatto della guerra in Iran sarà significativo», dice Ngozi Okonjo-Iweala, dal 2021 direttrice generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), una delle istituzioni del vecchio mondo che una guerra dopo l’altra, un dazio dopo l’altro, si sgretola sotto i nostri occhi. La intervistiamo insieme alle altre testate del gruppo Lena.
Le vostre ultime stime sul commercio globale erano già negative, nel 2026 lo vedevate crescere solo dello 0,5%. Con il conflitto in Iran peggiorano? C’è un rischio recessione?
«Stiamo analizzando la situazione, tutto dipenderà dalla durata della crisi. Se sarà breve l’impatto potrebbe non essere così forte, i mercati energetici potrebbero recuperare rapidamente, se invece durerà più a lungo le conseguenze saranno più serie. Stiamo valutando tre scenari: uno di alcune settimane, uno di medio periodo, circa tre mesi, e uno lungo, fino un anno».
Quale ritenete il più probabile?
«Tutti speriamo che il conflitto duri il meno possibile ma nessuno sa dirlo con certezza e noi non siamo analisti militari. Non posso ancora dare dei numeri ma riteniamo che l’impatto sarà significativo perché l’energia entra nel costo di produzione di quasi tutti i beni, quindi aumenterà i prezzi pesando sui consumatori e sulla domanda».
Ci sono economie più esposte?
«L’Europa potrebbe essere più colpita, perché dipende molto dalle importazioni di energia, come tutta l’Asia Orientale. Non così Stati Uniti e Canada, che sono autosufficienti. Tra i possibili beneficiari c’è la Russia, specie se alcune sanzioni venissero allentate».
Tutto questo avviene mentre il sistema del commercio stava già vivendo una crisi esistenziale sotto i colpi dei dazi e dell’America First di Trump. Quanto è profonda questa crisi?
«Credo sia il peggiore sconvolgimento del commercio globale dalla Seconda guerra mondiale, ma proprio per questo trovo sorprendente quanto il sistema sia resiliente. Quasi tre quarti del commercio di beni continuano ad avvenire all’interno delle regole del Wto, che garantiscono stabilità e prevedibilità. Vuol dire che per tutti gli altri membri il sistema resta efficace, che non tutto è rotto, anche se questo non significa minimizzare i problemi: il fatto che dobbiamo prendere decisioni più veloci, che i sussidi concessi da alcuni Paesi non sono trasparenti e danneggino gli altri, che alcune aree e comunità sono rimaste indietro facendo crescere le diseguaglianze».
Gli Stati Uniti erano l’architetto di questo sistema. Senza di loro la globalizzazione e lo stesso ruolo del Wto sono a rischio?
«Gli Stati Uniti esprimono molte critiche valide, come del resto tanti altri Paesi: ritengono che il sistema e le sue regole non si siano evolute e adattate al nuovo ambiente globale. Noi parliamo di “ri-globalizzazione”: persone e imprese hanno ancora bisogno di commerciare ma dobbiamo ripensare il modo in cui ciò avviene. Penso per esempio alle vulnerabilità emerse durante la pandemia: alcuni Paesi dipendono troppo dagli Stati Uniti come mercato e dalla Cina per le forniture. Il sistema va riformato e reso più robusto. Non è facile ma tutti stanno partecipando alla discussione. Ora serve la volontà politica».
Non pronuncia mai il nome “Trump”. Sarebbe più facile riformare l’organizzazione che dirige se gli Stati Uniti uscissero?
«Non pronuncio il nome e non lo pronuncerò perché i membri del Wto sono i Paesi, mentre i leader cambiano. Noi diamo grande valore alla presenza degli Stati Uniti: non si limitano ad esserci, partecipano al dibattito».
I vari “deal” di Trump, tra cui quello con l’Europa, avevano riportato un minimo di certezza per le imprese. Dopo la bocciatura della Corte suprema, i nuovi dazi e le nuove indagini lanciate da Washington quegli accordi salteranno e ripartirà l’escalation?
«Da quel che sento i membri del Wto sperano che gli accordi firmati con gli Stati Uniti siano preservati, gli stessi Stati Uniti hanno avvalorato questa aspettativa. Se entrambe le parti lo dicono mi aspetto che succeda. Nel frattempo l’incertezza aumenta ovunque, un incertezza tremenda».
L’intesa tra Stati Uniti ed Europa rispetta le regole Wto?
«Tutti gli accordi bilaterali siglati con gli Stati Uniti sono al di fuori del sistema del Wto».
A proposito di Europa, la Commissione ha presentato un piano industriale che prevede, tra le altre cose, la preferenza per i prodotti Ue negli appalti pubblici. Sono politiche legittime o è protezionismo?
«Stiamo ancora cercando di capire. L’Europa è uno dei principali sostenitori del sistema multilaterale e ha sempre cercato di lavorare all’interno delle regole del Wto. Ho sentito dire a Macron che l’obiettivo è proteggersi senza essere protezionisti. Il Wto già prevede strumenti di salvaguardia per tutelare i propri prodotti: spero che la Ue usi quelli o che, se non li ritiene adeguati, si discuta per renderli tali».
Intanto il surplus commerciale della Cina continua a gonfiarsi senza sosta. Sussidi ed eccesso di produzione danneggiano il resto del mondo?
«Alla Cina abbiamo detto chiaramente che il modello di crescita basato sull’export che ha funzionato negli ultimi quarant’anni non può funzionare per i prossimi quaranta. Ne deve trovare un altro, stimolando la domanda interna e aumentando le importazioni. Vediamo sforzi in questo senso, se avranno successo questo aiuterà a riequilibrare il sistema commerciale globale».