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La scossa demografica, Corea e “Modello Flessibile” possono salvare l’Italia

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Seul è il simbolo del declino demografico, ma negli ultimi anni ha invertito la tendenza. Non solo bonus: fondamentale lo sforzo di governo e giganti industriali nel combattere l’incertezza abitativa e la cultura del lavoro “totalizzante”
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Le statistiche demografiche sono spesso lette come bollettini di una guerra persa in partenza. Per anni, la Corea del Sud è stata il simbolo globale di questo declino: un Paese iper-tecnologico dove la fecondità è crollata fino a 0,72 figli per donna (mentre per il mantenimento della popolazione è necessario il 2,1), una soglia da estinzione. Tuttavia, i dati preliminari dell’ultimo biennio mostrano un’inaspettata inversione di tendenza. Per la prima volta dopo otto anni di caduta libera, le nascite hanno ripreso a salire. Non si tratta di una rivoluzione (0,75 nel 2024 e 0,8 nel 2025), ma di un segnale: la “trappola demografica” non è ineluttabile. Cosa è cambiato? La risposta non risiede nei bonus monetari, che pure sono stati massicci. Un fattore è stato lo sforzo di governo e giganti industriali (le Chaebol) di combattere l’incertezza abitativa e la cultura del lavoro “totalizzante” che stigmatizza chi si assenta per motivi genitoriali, con effetti sulla carriera.

Per l’Italia q…

Le statistiche demografiche sono spesso lette come bollettini di una guerra persa in partenza. Per anni, la Corea del Sud è stata il simbolo globale di questo declino: un Paese iper-tecnologico dove la fecondità è crollata fino a 0,72 figli per donna (mentre per il mantenimento della popolazione è necessario il 2,1), una soglia da estinzione. Tuttavia, i dati preliminari dell’ultimo biennio mostrano un’inaspettata inversione di tendenza. Per la prima volta dopo otto anni di caduta libera, le nascite hanno ripreso a salire. Non si tratta di una rivoluzione (0,75 nel 2024 e 0,8 nel 2025), ma di un segnale: la “trappola demografica” non è ineluttabile. Cosa è cambiato? La risposta non risiede nei bonus monetari, che pure sono stati massicci. Un fattore è stato lo sforzo di governo e giganti industriali (le Chaebol) di combattere l’incertezza abitativa e la cultura del lavoro “totalizzante” che stigmatizza chi si assenta per motivi genitoriali, con effetti sulla carriera.

Per l’Italia questa è una lezione preziosa. Francesco Billari, rettore della Bocconi e tra i massimi esperti di demografia, sostiene da tempo che la denatalità non sia un sottoprodotto della ricchezza, ma della mancata evoluzione sociale: i Paesi che superano l’inverno demografico sono quelli che portano a compimento la “rivoluzione di genere”. Non basta che le donne lavorino; occorre che gli uomini partecipino alla cura in modo speculare e che le istituzioni riducano il costo opportunità di avere un figlio.

Il confronto Usa

Qui entra in gioco il confronto con gli Usa: spesso li citiamo come un esempio di scarso welfare, eppure la loro fecondità (seppur in calo, oggi è all’1,6 figli per donna) è più alta di quella Ue. Il motivo risiede nel dinamismo del mercato e nella cultura ottimista e più permeata dalla religione (che è un fattore). Nell’economia americana, la facilità di riallocazione del capitale umano riduce l’ansia da “carriera spezzata” che invece attanaglia i giovani italiani e asiatici. In Italia, la rigidità trasforma ogni congedo in un rischio per l’impresa e in una macchia sul curriculum. Come possiamo importare questo dinamismo senza sacrificare le protezioni sociali? La risposta risiede in una riforma coraggiosa dei congedi, che passi dal “permesso rosa” alla “responsabilità neutra”. Un congedo di paternità obbligatorio ragionevole, unito ad uno “genitoriale” dove la coppia sceglie chi rimane a casa, pagato per il sovrappiù di costi dalla fiscalità generale, è lo strumento tecnico per eccellenza. Se l’assenza per paternità diventa la norma, il “rischio di assunzione” di una donna in età fertile svanisce perché diventa identico a quello di un uomo.

La realtà italiana

Tuttavia, bisogna fare i conti con la realtà produttiva italiana. In una micro-Pmi con tre dipendenti, l’assenza di uno è un problema quasi insormontabile. È qui che la politica demografica deve saldarsi con la politica industriale. La sfida demografica deve diventare l’incentivo finale per il salto dimensionale delle nostre imprese. Lo Stato dovrebbe premiare, anche fiscalmente, le Pmi che decidono di fondersi, creare consorzi o reti d’impresa per gestire servizi di welfare comune, come gli asili nido inter-aziendali. Un’azienda con 50 o 100 dipendenti gestisce i congedi attraverso pianificazione e digitalizzazione; una ditta individuale vive nell’emergenza costante. In questo scenario, il fisco non può più agire tramite “mance” elettorali. I bonus bebè sono irrilevanti per modificare le decisioni di lungo periodo. Una famiglia decide di mettere al mondo un figlio se percepisce un vantaggio fiscale che dura vent’anni, non tre mesi. Il modello francese del “Quoziente Familiare” — dove la pressione fiscale decresce stabilmente all’aumentare dei componenti del nucleo — offre una certezza di reddito disponibile che nessun assegno una tantum può pareggiare. È un contratto tra Stato e cittadino: tu investi nel futuro demografico del Paese, lo Stato riduce stabilmente il tuo carico tributario. Anche i grandi investimenti in asili nido di alcuni Paesi come la Norvegia hanno portato effetti benefici.

Naturalmente poiché non ci sono pasti gratis, queste agevolazioni devono essere compensate da severi tagli alla spesa pubblica in altri settori, a cominciare dalle pensioni. In conclusione, la cultura è lenta a cambiare, ma le strutture economiche possono fungere da acceleratore. Se rendiamo obbligatorio per un padre essere presente nei primi mesi (magari alternandosi alla mamma), se incentiviamo le Pmi a crescere per offrire servizi migliori, se trasformiamo il fisco in uno strumento di stabilità decennale, se miglioriamo i servizi per la prima infanzia con più asili nido, la cultura si adeguerà di riflesso, anche dal punto di vista dell’ottimismo. Il trend può essere invertito, ma si deve guardare alla natalità come a un indicatore molto importante di efficienza e modernità di un sistema economico. L’Italia deve agire, manca ancora il coraggio di passare dai bonus alle riforme di sistema.

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