Quanto vale l’Iran? La domanda si è imposta prepotentemente nei giorni scorsi in seguito agli attacchi militari da parte di Stati Uniti e Israele al Paese che si affaccia sul Golfo Persico. Al momento l’attenzione è focalizzata sull’impatto che il conflitto sta avendo sulle forniture di petrolio, visto che dallo Stretto di Hormuz passa il 20% del trasporto di greggio mondiale, soprattutto in direzione di Cina e India. E quindi, come già avvenuto diverse volte in passato, l’emergenza è caratterizzata da un forte aumento del prezzo del petrolio che poi si traduce quasi automaticamente in aumento del prezzo della benzina che impatta direttamente sulle tasche della popolazione, anche nei Paesi europei lontani dal conflitto in corso.
I principali siti minerari di Teheran
Ma ad una analisi più approfondita le differenze tra un attacco al Venezuela e un attacco all’Iran, a parte il petrolio, possono portare a conseguenze ben …
Quanto vale l’Iran? La domanda si è imposta prepotentemente nei giorni scorsi in seguito agli attacchi militari da parte di Stati Uniti e Israele al Paese che si affaccia sul Golfo Persico. Al momento l’attenzione è focalizzata sull’impatto che il conflitto sta avendo sulle forniture di petrolio, visto che dallo Stretto di Hormuz passa il 20% del trasporto di greggio mondiale, soprattutto in direzione di Cina e India. E quindi, come già avvenuto diverse volte in passato, l’emergenza è caratterizzata da un forte aumento del prezzo del petrolio che poi si traduce quasi automaticamente in aumento del prezzo della benzina che impatta direttamente sulle tasche della popolazione, anche nei Paesi europei lontani dal conflitto in corso.
I principali siti minerari di Teheran
Ma ad una analisi più approfondita le differenze tra un attacco al Venezuela e un attacco all’Iran, a parte il petrolio, possono portare a conseguenze ben diverse. Proprio perché l’Iran è un Paese ricchissimo di risorse naturali (non solo petrolio), che da almeno quarant’anni a questa parte non riescono a essere sfruttate a dovere, a causa del regime politico oscurantista e delle sanzioni economiche che sono state imposte.
Un eventuale cambio di regime potrebbe dunque sbloccare questa situazione e la ricchezza economica che si sprigionerebbe dal sottosuolo dell’Iran può far gola a molti Paesi, dagli Stati Uniti, alla Cina, alla Russia e anche all’Europa. Per capirne di più è utile dare uno sguardo alle mappe prodotte dalla Gachet Foundation e ai dati forniti dalla RTI Exploration — la società fondata da Alain Gachet, ingegnere minerario che nel 2004, dopo aver lavorato nel comparto petrolifero, ha deciso di fondare una società specializzata nella ricerca dell’acqua nel sottosuolo terrestre. Le aree da mettere sotto osservazione sono quelle del Golfo Persico per il gas naturale, mentre per i minerali i siti più importanti sono nelle provincie di Kerman-Yazd per il ferro e il rame, nel nord-ovest per l’oro e il rame (Azerbaigian) e nel Khorasan per il carbone e l’alluminio.
Il potenziale del gas iraniano
L’Iran è il Paese con le più grandi riserve di gas naturale del mondo, stimate intorno a 34 trilioni di metri cubi (Tcm) che rappresentano circa il 17% delle riserve globali, davanti a Russia (15%) e Qatar (13%). Con quest’ultimo l’Iran condivide il più grande giacimento del mondo, il South Pars Field (North Field dalla parte del Qatar) situato nel Golfo Persico che ha riserve per 14 Tcm soltanto dalla parte dell’Iran (un terzo del totale). Il suo sviluppo è stato suddiviso in 24 fasi, molte delle quali rimaste incompiute a causa delle sanzioni e della mancanza di investimenti stranieri. «La prima volta che ho preso consapevolezza della notevole importanza delle risorse naturali iraniane fu nel 1990-91 quando partecipavo alle trattative sul gas del North Dome a Doha - spiega Gachet - Ho anche capito che queste enormi risorse di gas erano condivise tra l’Iran (1/3) e il Qatar (2/3). Ma mentre il Qatar è riuscito ad acquisire risorse finanziarie e tecnologiche occidentali, a liquefare il suo Gnl (Gas Naturale Liquefatto) e a venderlo a Paesi lontani come il Giappone e il Sud-est asiatico, l’Iran, a causa delle sanzioni a cui è stato sottoposto, non è riuscito a sviluppare questa capacità di liquefazione. L’Iran quindi utilizza il 93% del suo gas per il consumo interno ed esporta il resto solo tramite gasdotto, a un prezzo più elevato verso Paesi come Turchia e Azrbayjan». Ma ora gli sconvolgimenti politici in corso e la guerra potrebbero cambiare questa situazione.
I minerali nel sottosuolo
Il sottosuolo iraniano nasconde inoltre una grande varietà di minerali che già interessavano la Cina all’epoca dei cavalieri Tang. La maggior parte dei giacimenti oggi conosciuti è il risultato di antiche attività estrattive metodicamente mappate dal grande geologo iraniano Mansour Ghorbani. Oggi il rame è la risorsa più sviluppata: le riserve potrebbero ammontare a 21 milioni di tonnellate, il che consentirebbe all’Iran di raggiungere il settimo posto nella classifica mondiale dei produttori.
Le miniere d’oro
L’Iran dispone poi di importanti risorse minerarie di oro, argento, ferro, uranio, piombo, zinco, cromo, barite, sale, gesso, molibdeno, stronzio e silice. L’oro è oggetto di crescente attenzione, il Paese sfrutta già una quindicina di miniere d’oro, la più produttiva delle quali è quella di Zarshouran, nel nord-ovest del Paese. Nel 2025 le autorità iraniane hanno convalidato le riserve della miniera di Shadan, nella parte orientale del Paese, stimate in oltre 61 milioni di tonnellate. Per quanto riguarda il litio, a Hamedan è stata scoperta una riserva stimata in 8,2 milioni di tonnellate, che potrebbe costituire il secondo giacimento più importante al mondo dopo quello del Cile.
«Con un regime più stabile e liberale l’Iran potrebbe avere un futuro luminoso, oltre all’energia questo Paese è ricco di minerali essenziali per la transizione energetica — spiega ancora Gachet — Il problema è che questi enormi depositi non solo sono gestiti molto male, ma c’è anche una carenza cruciale di acqua».
Servono le risorse idriche
In effetti per essere sfruttati a dovere tutti i giacimenti hanno bisogno di grandi quantità di acqua che al momento scarseggia. Le risorse idriche rinnovabili pro capite sono scese da 5.845 metri cubi/anno nel 1961 a soli 1.484 nel 2019, portando il Paese al di sotto della soglia internazionale di stress idrico fissata a 1.700 metri e vicino alla soglia di scarsità assoluta fissata a 1.000. «La crisi idrica in Iran è drammatica, la domanda sta aumentando a causa dell’espansione della popolazione urbana, e per i costi di trasporto in un Paese così grande — osserva Gachet — Non c’è più manutenzione, il governo iraniano ha speso miliardi di dollari per finanziare gli Houthi, Hezbollah, bruciando risorse che potevano essere destinate ai servizi per i cittadini. Ora sono necessari enormi investimenti per ricostruire l’intero sistema di distribuzione dell’acqua e le infrastrutture».
Di fronte a queste difficoltà l’Iran ha messo in atto un ambizioso piano di trasferimento dell’acqua dal Golfo Persico che comprende un numero crescente di impianti di desalinizzazione, con un costo stimato di 285 miliardi di dollari. Ma si è rivelato un sistema antieconomico. «Secondo me la priorità oggi non è il petrolio ma l’acqua. Gli attentati stanno iniziando a distruggere gli impianti di desalinizzazione, c’è una vera guerra per l’acqua in corso, che è molto pericolosa — avverte Gachet — La situazione è critica: nelle prossime settimane, se i bombardamenti continueranno, le persone non potranno sopravvivere, il petrolio non si può bere».
In cima a tutte le priorità c’è ovviamente il ritorno della pace e di una stabilità che permetta di guardare in là nel tempo. In un quadro politico più democratico e più libero, che dia spazio alle elevate risorse culturali e intellettuali, i Paesi europei e in primis l’Italia potrebbero dare un contributo fondamentale. «L’Europa può svolgere un ruolo importante, fornendo persone, investimenti e tecnologia per esplorare e sfruttare meglio questi giacimenti. C’è una vicinanza geografica con l’Iran, l’Italia ha il piano Mattei per l’Africa che potrebbe essere esteso a Teheran, perché l’Europa, proprio come l’Iran, ha bisogno di queste risorse naturali per svilupparsi».