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Private credit, alta tensione: nuovi timori sui prestiti non bancari. Una mina da 2mila miliardi

REUTERS/Brendan McDermid/File Photo

 (reuters)

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Il blocco dei rimborsi da parte di Blue Owl e Blackrock riaccende i dubbi sulla tenuta di un settore arrivato a valere più di 2mila miliardi di dollari
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Per anni il private credit è cresciuto quasi nell’ombra, lontano dai riflettori. Prestiti diretti alle imprese negoziati fuori dalle Borse, spesso tra grandi fondi e aziende sostenute dal private equity. Un mercato enorme ma poco visibile. Da qualche settimana qualcosa si è però incrinato. I grandi del settore hanno iniziato a registrare una pioggia di richieste di riscatto, riportando sotto i riflettori un mondo che fino a poco tempo fa sembrava crescere senza ostacoli, ma che sta pagando il prezzo di essersi voluto aprire alla clientela retail

Le masse gestite dal private credit

L’effetto domino

La prima tessera del domino a cadere è stata quella di Blue Owl Capital. Il 24 febbraio la società, tra i principali gestori di private credit al mondo, ha bloccato i rimborsi di alcuni fondi e il titolo è colato a picco. Mercoledì scorso la quotazione ha raggiunto il minimo di sempre a 9,32 dollari per azione: meno 50% in un …

Per anni il private credit è cresciuto quasi nell’ombra, lontano dai riflettori. Prestiti diretti alle imprese negoziati fuori dalle Borse, spesso tra grandi fondi e aziende sostenute dal private equity. Un mercato enorme ma poco visibile. Da qualche settimana qualcosa si è però incrinato. I grandi del settore hanno iniziato a registrare una pioggia di richieste di riscatto, riportando sotto i riflettori un mondo che fino a poco tempo fa sembrava crescere senza ostacoli, ma che sta pagando il prezzo di essersi voluto aprire alla clientela retail

Le masse gestite dal private credit

L’effetto domino

La prima tessera del domino a cadere è stata quella di Blue Owl Capital. Il 24 febbraio la società, tra i principali gestori di private credit al mondo, ha bloccato i rimborsi di alcuni fondi e il titolo è colato a picco. Mercoledì scorso la quotazione ha raggiunto il minimo di sempre a 9,32 dollari per azione: meno 50% in un anno. L’effetto domino è stato quasi immediato. Pochi giorni dopo Blue Owl, è toccato al colosso Blackstone dover gestire richieste di rimborso significative nel suo fondo di private credit da oltre 80 miliardi di dollari. Poi è stato il turno di un altro gigante americano, Blackrock, che ha visto il suo fondo da 26 miliardi ricevere richieste di rimborso per oltre il 9% del patrimonio in un solo trimestre. Il regolamento del fondo consente però riscatti massimi del 5% a trimestre e il risultato è stato un parziale blocco delle uscite.

Tre episodi che hanno riacceso l’attenzione su un settore cresciuto a ritmi impressionanti. Nel 2007 praticamente non esisteva nemmeno. Ha iniziato a farsi largo dopo la crisi dei subprime e la “cura dimagrante” imposta alle banche tradizionali. Oggi è una forma di credito alternativo che vale almeno 2mila miliardi di dollari. Secondo stime del report Financing the economy 2025 dell’Alternative credit council, il comparto avrebbe addirittura superato i 3.500 miliardi di dollari di asset gestiti a livello globale.

Le masse gestite dal private equity

Il rischio fuggi fuggi

L’ultimo campanello d’allarme è arrivato giovedì scorso, quando Jp Morgan ha annunciato limitazioni all’erogazione di nuovi prestiti nel private credit dopo alcune svalutazioni registrate su operazioni recenti. Poche ore dopo si è scoperto che l’effetto contagio stava coinvolgendo anche la statunitense Cliffwater, a cui sarebbero state avanzate importanti richieste di rimborso su uno dei maggiori fondi di private credit.

È rischio “fuggi fuggi”? Al momento gli analisti propendono per il no, pur evidenziando come aver aperto i cancelli di questi strumenti alla clientela retail si stia rivelando oggi il tallone d’Achille di un sistema poco liquido e covenant-lite, cioè con meno vincoli contrattuali a tutela dei creditori. Insomma, poco adatto a investitori non istituzionali. Proprio il numero uno di Jp Morgan, Jamie Dimon, aveva definito i risparmiatori retail i veri “scarafaggi” di questo mercato, nel senso che rischiano di essere gli ultimi a uscire in caso di problemi.

Guardando le cifre, negli ultimi anni una parte della crescita è stata alimentata attraverso strutture semiliquide rivolte proprio ai privati, come le cosiddette non-traded Bdcs (Business Development Companies). Questi veicoli rappresentano ormai circa il 20% dell’intero mercato americano del private credit. Nonostante la loro rapida espansione, la grande maggioranza del settore resta però in mano agli investitori istituzionali. Fondi pensione, assicurazioni e grandi asset manager rappresentano ancora circa l’80% del capitale investito e operano attraverso strutture chiuse con orizzonti temporali molto lunghi e senza finestre di liquidità. Questo è uno dei motivi per cui, almeno per ora, molti osservatori evitano di parlare di rischio sistemico. Gli investitori istituzionali allocano capitale nel private credit da decenni, conoscono bene la ciclicità dell’asset class e investono in fondi progettati proprio per evitare pressioni di liquidità nel breve periodo.

Economia tecnologica

A complicare il quadro c’è però anche il legame sempre più stretto con l’economia tecnologica. Negli ultimi due anni il boom dell’Intelligenza artificiale ha attirato centinaia di miliardi di dollari verso data center, infrastrutture digitali e società impegnate nello sviluppo di modelli di IA. Una parte significativa di questi investimenti è stata sostenuta proprio attraverso prestiti di private credit, diventati una fonte alternativa di finanziamento rispetto alle banche tradizionali.

Quando negli ultimi mesi sono emersi i primi dubbi sulla sostenibilità dell’ondata di investimenti nell’IA, diversi analisti hanno iniziato a interrogarsi sulla qualità di quei prestiti. Perché se i flussi di cassa attesi da alcune aziende tecnologiche dovessero rivelarsi troppo ottimistici, una parte di quel debito potrebbe diventare più fragile. C’è comunque da dire che nel caso del credito la logica è diversa rispetto all’equity. I prestiti non sono basati sulle valutazioni di mercato delle aziende bensì sulla loro capacità di generare flussi di cassa. E finora, nonostante le correzioni nelle valutazioni azionarie di alcune società tecnologiche, i fondamentali operativi di molte aziende del settore non hanno registrato un deterioramento. Anzi, appena tre giorni fa un colosso come Oracle ha presentato gli ennesimi conti da record. È presto dunque per parlare di crisi sistemica, ma i recenti episodi hanno ricordato agli investitori che il private credit non è più un angolo nascosto della finanza globale. È un mercato enorme, sempre più intrecciato al risparmio di milioni di investitori.

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