«In queste prime due settimane di guerra, Donald Trump, ma anche gli altri protagonisti del conflitto, ci hanno offerto ogni possibile motivazione e anche una lunga serie di domande senza risposta. La verità è che nessuno sa esattamente perché questa guerra sia scoppiata. E proprio per questo nessuno è in grado di sapere quanto durerà. Ricordate quando il primo maggio 2003 George W. Bush atterrò sulla portaerei Abraham Lincoln (che aveva partecipato alle operazioni in Iraq e stava rientrando alla base) e vi tenne un discorso con alle spalle uno striscione che diceva Mission Accomplished (Missione Compiuta)? Quanti mesi di combattimento, i più feroci, dovettero passare ancora?». Charles Kupchan è uno dei più prestigiosi analisti geopolitici americani. Professore nel Department of Government della Georgetown University a Washington, già consulente internazionale di Barack Obama, è oggi il “guru” del Council of Foreign Relations e sta per dare alle stampe “Bringing Order to Anarchy: gove…
«In queste prime due settimane di guerra, Donald Trump, ma anche gli altri protagonisti del conflitto, ci hanno offerto ogni possibile motivazione e anche una lunga serie di domande senza risposta. La verità è che nessuno sa esattamente perché questa guerra sia scoppiata. E proprio per questo nessuno è in grado di sapere quanto durerà. Ricordate quando il primo maggio 2003 George W. Bush atterrò sulla portaerei Abraham Lincoln (che aveva partecipato alle operazioni in Iraq e stava rientrando alla base) e vi tenne un discorso con alle spalle uno striscione che diceva Mission Accomplished (Missione Compiuta)? Quanti mesi di combattimento, i più feroci, dovettero passare ancora?». Charles Kupchan è uno dei più prestigiosi analisti geopolitici americani. Professore nel Department of Government della Georgetown University a Washington, già consulente internazionale di Barack Obama, è oggi il “guru” del Council of Foreign Relations e sta per dare alle stampe “Bringing Order to Anarchy: governing the world to come”, dal quale tutti ci aspettiamo di capirci qualcosa di più.
Professore, la posizione più ambigua sembra ancora una volta quella americana: perché a poche settimane dal Venezuela, dalla semi-crisi groenlandese, dalla clamorosa sconfitta dei dazi, e mettiamoci pure il giallo rosa-verde (il colore del denaro) degli Epstein Files, il presidente ha sentito il bisogno di infilarsi in un nuovo pasticcio?
«Ormai abbiamo imparato a conoscerlo. Tipica in lui è la mancanza di strategia. Perché un presidente che ha ripetutamente promesso di tirar fuori il Paese da qualsiasi palude militare, l’ha invece infilato nella più fetida e rischiosa? I suoi miopi e incompetenti consulenti diplomatici lo coinvolgono troppo rapidamente in una guerra? Lo fa per dimostrare a se stesso e al suo pubblico che non si tira indietro in situazioni complicate? Trump ha un’anima neo-isolazionista, che lo spinge ad abbandonare l’Ucraina al suo destino, combinata con l’arroganza e la voglia di dimostrare la sua forza, succeda quel che succeda a partire dell’aumento dell’inflazione interna che era il suo mantra elettorale e rischia ora di essere la premessa di una recessione su scala mondiale come successe, a proposito di petrolio, nel 1973 e nel 1979».
Ma l’inflazione è inevitabile?
«L’inflazione e la sua degenerazione della recessione, magari con l’aggravante della stagflazione sono scontate con un aumento del greggio da 60 a 90 dollari in meno di tre mesi. Giovedì alle 12 ora italiana, (quando avviene questa conversazione, ndr), il greggio ha di nuovo superato tale soglia con un aumento del 5,66% su mercoledì. Ciò porta la benzina americana oltre i 2,50 dollari al gallone che Trump ha sempre considerato la soglia “invalicabile”. Senza contare l’inflazione nel suo complesso che supera di nuovo il 4% con un aumento fra lo 0,50 e l’1%».
Oltre al carattere fumantino di Trump, quali possono essere stati gli altri motivi per intervenire in Iran?
«Sicuramente il carattere altrettanto intemperante di Netanyhau che da decenni non vedeva l’ora di liberarsi della questione iraniana e ritiene il Paese a questo punto abbastanza indebolito militarmente ma soprattutto economicamente».
Quale politica dovrebbe seguire l’amministrazione Usa?
«Intanto rinunciare al “regime change”, in favore dell’instaurazione di una “Repubblica Islamica 2.0”. Lo scheletro istituzionale rimane lo stesso ma i nuovi leader sono meno bellicosi, meno ideologici, più pragmaticamente pronti a trattare i problemi chiave che sono essenzialmente due, con una forte connotazione economica: la questione nucleare, dove dovrebbero realmente impegnarsi e non superare le soglie oltre le quali l’uranio arricchito diventa pericolo di bomba, e ovviamente la navigabilità degli Stretti di Hormuz».
La dirigenza islamica minaccia di portare il prezzo a 200 dollari.
«A parte che i prezzi non li fa l’Opec pur restando ovviamente il negoziatore più forte, con mezzo mondo che sta chiudendo i rubinetti è urgentissimo un accordo multilaterale ferreo. Certo, la salita al potere di un radicale come Moytaba Khamenei, che ancora giovedì ha annunciato che terrà lo stretto ben serrato e ha proseguito indisturbato a cannoneggiare le navi in transito, non semplifica le trattative. Però perfino lui, i suoi Pasdaran e gli alleati kurdi, azeri, basij, baluchis (molti dei quali hanno affiliazioni internazionali ed ecco che la guerra trascende dai confini iraniani) devono ammettere che così non si può andare avanti. Si rischia ogni giorno un ennesimo attacco internazionale, e visti i toni di Trump le conseguenze sarebbero più devastanti che mai».
Il modello è il Venezuela?
«Direi l’opposto, lì si è trovata facilmente una seconda linea in grado di assecondare i voleri di Trump, qui siamo ben lontani dal trovare quel governo “tranquillo” e acquiescente che sarebbe l’ideale per Trump. Con l’aggravante che Cina e Russia, e in qualche modo anche l’India, se hanno assistito in silenzio all’operazione Caracas, stavolta vogliono essere chiamate in causa, con quale ruolo ancora non si è capito: non c’è che sperare che il loro animo sia dialogante. Ma ho poche speranze».