C’è un gap tra l’economia italiana e la forza del Bel Paese quando si tratta di credere in giovani start up. Terza potenza del continente, l’Italia è appena l’ottava per numero di investimenti nel venture capital. I dati sono chiari: 492 l’anno scorso contro i 3.300 del Regno Unito o i 1.700 della Germania. «Qui c’è una forte competenza tecnica e scientifica», racconta John Elkann, ceo di Exor (la holding del gruppo Gedi, che edita questo giornale), nonché presidente di Vento, fondo di venture capital early-stage. «Ciò che a volte manca è il coraggio di uscire dalla propria comfort zone, avere fiducia in sé stessi e voglia di intraprendere strade nuove». Le qualità proprie di un imprenditore.
I numeri di Vento
Vento nasce nel 2016 come scuola di imprenditorialità. Negli anni si evolve, diventando punto di incontro per giovani innovatori e lancia due fondi per accompagnare gli startupper nelle prime fasi della loro carriera, dalla formazione di un’idea alla messa a terra di un piano al…
C’è un gap tra l’economia italiana e la forza del Bel Paese quando si tratta di credere in giovani start up. Terza potenza del continente, l’Italia è appena l’ottava per numero di investimenti nel venture capital. I dati sono chiari: 492 l’anno scorso contro i 3.300 del Regno Unito o i 1.700 della Germania. «Qui c’è una forte competenza tecnica e scientifica», racconta John Elkann, ceo di Exor (la holding del gruppo Gedi, che edita questo giornale), nonché presidente di Vento, fondo di venture capital early-stage. «Ciò che a volte manca è il coraggio di uscire dalla propria comfort zone, avere fiducia in sé stessi e voglia di intraprendere strade nuove». Le qualità proprie di un imprenditore.
I numeri di Vento
Vento nasce nel 2016 come scuola di imprenditorialità. Negli anni si evolve, diventando punto di incontro per giovani innovatori e lancia due fondi per accompagnare gli startupper nelle prime fasi della loro carriera, dalla formazione di un’idea alla messa a terra di un piano alla raccolta di capitali. Oggi investe con ticket da 150 mila euro in fase pre-seed e seed, con un approccio che non bada al settore o al luogo dell’impresa, purché almeno un fondatore sia italiano. Il risultato sono oltre 160 start up in portafoglio dalla fondazione, nel 2016, per una raccolta di oltre 700 milioni di euro, più di tremila posti di lavoro creati e un valore di mercato complessivo che supera i tre miliardi. Nello stesso decennio, l’Italia ha visto l’ecosistema del venture capital crescere da 5 a 60 miliardi totali. Elkann alza l’asticella: nei prossimi dieci anni Vento punterà a mille start up. «Oggi celebriamo qualcosa che un decennio fa non avremmo mai immaginato di poter fare: non c’è ragione per cui nel prossimo non si possa fare di più», ha spiegato dal palco dell’auditorium dell’Università Bocconi. Oltre al rettore Francesco Billari, sul palco si sono alternati il ceo di Vento, Diyala D’Aveni, alcuni fondatori delle start up in portafoglio e, in collegamento, Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea.
La scelta dei progetti
«Le italiane e gli italiani hanno una grandissima capacità di innovare e trasformare, che è forse il processo più complicato. È molto più faticoso riconfigurare uno stabilimento che esiste piuttosto che costruirne uno nuovo». Due, secondo Elkann, sono i modi di fare innovazione: utilizzare tecnologie esistenti per risolvere i problemi della società e inventarne di nuove. «Il secondo è di certo più attraente, ma c’è molto da fare anche sul primo». Insomma, non serve essere l’ideatore della prossima forma di intelligenza artificiale per definirsi startupper. L’IA è sicuramente predominante nel portafoglio di Vento, ma «tutto ciò che genera grandi problemi, dall’energia alla salute, può essere interessante». Un consiglio a un giovane innovatore? «L’importante è la voglia di creare qualcosa che non esiste, senza aver paura del fallimento ma mantenendo un certo rigore». Le buone idee non funzionano se affrontate con superficialità.