«Se chiudere una guerra è più difficile che cominciarla, come diceva Gabriel Garcia Marquez, figuriamoci cosa significhi uscirne quando non si sa neanche come e perché ci si è trovati dentro», riflette Emma Marcegaglia. «Perché questo è il caso della guerra in Iran: nessuno ha capito perché l’America abbia sferrato l’attacco proprio ora, se è stato per un favore personale di Trump all’amico Netanyahu, se è stato per una mera questione di profitti petroliferi, se perché era arrivata la prova che Teheran fosse a un passo dall’arma nucleare. Probabilmente non lo sapremo mai». Marcegaglia, già presidente di Eni e di Confindustria, è una delle più prestigiose rappresentanti dell’apparato industriale italiano, con una forte proiezione internazionale. Attiva nei settori più disparati, dall’originaria siderurgia all’ospitalità, è a capo con il fratello Antonio del gruppo fondato dal padre Steno a Gazoldo degli Ippoliti (Mantova) nel 1959, che oggi vale 8 miliardi di fatturato e 7.800 dipenden…
«Se chiudere una guerra è più difficile che cominciarla, come diceva Gabriel Garcia Marquez, figuriamoci cosa significhi uscirne quando non si sa neanche come e perché ci si è trovati dentro», riflette Emma Marcegaglia. «Perché questo è il caso della guerra in Iran: nessuno ha capito perché l’America abbia sferrato l’attacco proprio ora, se è stato per un favore personale di Trump all’amico Netanyahu, se è stato per una mera questione di profitti petroliferi, se perché era arrivata la prova che Teheran fosse a un passo dall’arma nucleare. Probabilmente non lo sapremo mai». Marcegaglia, già presidente di Eni e di Confindustria, è una delle più prestigiose rappresentanti dell’apparato industriale italiano, con una forte proiezione internazionale. Attiva nei settori più disparati, dall’originaria siderurgia all’ospitalità, è a capo con il fratello Antonio del gruppo fondato dal padre Steno a Gazoldo degli Ippoliti (Mantova) nel 1959, che oggi vale 8 miliardi di fatturato e 7.800 dipendenti.
È decisiva per il vostro gruppo l’economia del Golfo?
«Non direttamente, però l’area del Golfo è strategica a livello di filiera per tutto il commercio mondiale. Le attività industriali, a partire dalla siderurgia, sono inserite in altrettante catene del valore che adesso sono sconvolte, dal petrolio al gas (le cui quotazioni sono raddoppiate fino a superare i 56 euro a megawattora) per continuare con l’acido solforico, l’elio e ancora altre materie prime. Per non parlare dei trasporti: il gasolio da navigazione è già cresciuto del 20%, il mercato dei noli del 60% in pochissimi giorni, l’altro giorno una compagnia dei Lloyds ha pagato due milioni di sterline per assicurare un suo cargo ad Hormuz. È tutto concatenato: la produzione di acciaio inossidabile è impossibile senza nickel, che richiede per la sua produzione l’acido solforico che proviene prevalentemente dal Medio Oriente e che è difficile da rimpiazzare rapidamente visto che l’Europa dipende quasi totalmente dalle importazioni. O ancora, per alcune vernici serve il cobalto, altro elemento per il quale siamo fortemente dipendenti. Tutto questo è un problema che riguarda l’intera industria legata a materie prime strategiche e perciò al ciclo della supply chain. Tutti abbiamo un po’ di scorte e coperture: ma quando finiscono, che facciamo? E sembra che questa guerra non finirà presto. L’intera economia europea e italiana sono a rischio: non siamo al panico, ma gli impatti ci sono, eccome. Se anche la guerra finisse domani, quando le catene del valore si interrompono, non è che si riprendono in un attimo. Il danno è fatto. Per rimettere tutto in moto, ci vogliono mesi. Il problema è aggravato dal contesto economico non brillante, come hanno confermato la settimana scorsa sia Fed che Bce: siamo in un contesto economico non brillante con una domanda finale non forte».
Quali sono i fattori che creano maggiori paure?
«Il più drammatico è nei prezzi dei combustibili fuori controllo. Prendiamo solo la giornata di mercoledì 8 marzo: il petrolio aveva aperto “piatto” intorno ai 100 dollari, una cifra che ormai non stupisce più nessuno pur essendo per il 25% superiore a due mesi fa. Poi è arrivato l’attacco israeliano contro il complesso di South Pars e i relativi giacimenti, e in due ore le quotazioni sono schizzate prima a 107, poi a 112 dollari, per chiudere a 109,65. Comprende quanto sia difficile operare in una situazione del genere? E sono prezzi che paghiamo subito, sull’unghia: il gas, il petrolio, i noli marittimi e qualsiasi altro bene soggetto a un mercato. E non dobbiamo dimenticare il problema dei tassi di interesse che sono già in lieve rialzo: ma corriamo il rischio di andare in recessione globale».
Cosa bisogna fare per non essere travolti dalla crisi?
«Prepararsi, e bene. Si dice che l’Europa dia il meglio di sé nelle situazioni più difficili. Non dobbiamo perdere il sangue freddo, ma sia l’Europa sia i governi devono prepararsi a supportare le imprese e i cittadini ragionando con coerenza. Dobbiamo ritrovare quell’efficienza che ci ha portato a gestire unitariamente le questioni dei dazi e prima del Covid. Penso, per esempio, alla possibilità di sforare il patto di stabilità, come facemmo in tempo di pandemia. A crediti d’imposta specifici sui costi dell’energia. Ma, ripeto, la parola chiave deve essere unità. I risultati “tecnici” (a parte quelli militari come l’invio di navi nel Golfo) del Consiglio europeo di giovedì scorso, vanno nella direzione giusta. Perfino su questioni che da sempre ci dividono come gli Ets (la “tassa sul carbonio”, ndr), che l’Italia chiede di sospendere vista l’incombenza di altre emergenze, si sta facendo strada una via negoziale. Gli Ets andrebbero rivisti per minimizzare i danni per l’industria e le produzioni di certe parti d’Europa».
Ma l’Italia, “del suo”, cosa potrebbe fare?
«Dovremmo pensare anche noi a un pacchetto di supporto per imprese e cittadini, come in parte il governo sta facendo, ma serve l’ok dell’Europa. Noi non abbiamo grandi margini di manovra perché abbiamo un debito alto. E non credo che la soluzione sia consentire un uso maggiore degli aiuti di stato, che penalizzerebbe i Paesi che non hanno risorse, come il nostro. Naturalmente, dobbiamo essere attenti nella messa a terra delle soluzioni per evitare di trovarci a pagare prezzi troppo alti dopo, ma dobbiamo agire per scongiurare il rischio che l’economia vada in blocco. Ma ripeto, serve un’azione a livello europeo».