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Unicredit, il piano europeo: mossa su Commerzbank con lo sguardo verso Est

ANDREA ORCEL CEO UNICREDIT 

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Il progetto di Orcel ha tre gambe: la partita aperta in Germania, l’espansione in Paesi ad alta crescita, che passa anche dalla Grecia e la trasformazione industriale in Italia, dove c’è chi non esclude possibili acquisizioni
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MILANO – Non solo Germania. L’Ops annunciata da Unicredit su Commerzbank giusto una settimana fa è il fuoco d’artificio che ha sorpreso i mercati, ma non esaurisce la strategia del gruppo guidato da Andrea Orcel. L’offerta lanciata sulla seconda banca tedesca – un’operazione da circa 35 miliardi, costruita non per conquistarla immediatamente, ma per avere le mani libere una volta superata la soglia del 30% e aprire così una nuova fase di confronto con Francoforte – è solo il tassello più evidente di un progetto più ampio: rafforzare il profilo paneuropeo del gruppo, crescere nei mercati dove la banca è già forte e usare il capitale con una disciplina che rimane, per Orcel, la condizione di partenza di qualsiasi mossa.

i numeri del nuovo gruppo, secondo gli analisti

Alla conference di Morgan Stanley a Londra, sempre la settimana scorsa, con tutti i riflettori del mondo finanziario puntati addosso, il ceo di Unicredit ha…

MILANO – Non solo Germania. L’Ops annunciata da Unicredit su Commerzbank giusto una settimana fa è il fuoco d’artificio che ha sorpreso i mercati, ma non esaurisce la strategia del gruppo guidato da Andrea Orcel. L’offerta lanciata sulla seconda banca tedesca – un’operazione da circa 35 miliardi, costruita non per conquistarla immediatamente, ma per avere le mani libere una volta superata la soglia del 30% e aprire così una nuova fase di confronto con Francoforte – è solo il tassello più evidente di un progetto più ampio: rafforzare il profilo paneuropeo del gruppo, crescere nei mercati dove la banca è già forte e usare il capitale con una disciplina che rimane, per Orcel, la condizione di partenza di qualsiasi mossa.

i numeri del nuovo gruppo, secondo gli analisti

Alla conference di Morgan Stanley a Londra, sempre la settimana scorsa, con tutti i riflettori del mondo finanziario puntati addosso, il ceo di Unicredit ha spiegato in modo netto le ragioni della sua mossa: «L’unica strada per risolvere la situazione in un modo o nell’altro è attraverso un confronto diretto e costruttivo». E ancora: dopo 18 mesi di stallo, ha spiegato Orcel, l’Ops è servita a «sbloccare la situazione». Se poi dal confronto con Commerzbank dovesse emergere «un risultato positivo», Unicredit potrebbe anche «rivedere i termini» dell’offerta. Restano, naturalmente, tutte le resistenze tedesche. Berlino continua a difendere l’indipendenza di Commerzbank, mentre la ceo Bettina Orlopp ha chiesto una proposta più articolata prima di sedersi davvero a discutere. La proposta arriverà, probabilmente, perché la Germania resta centrale non solo per la possibile combinazione con Commerzbank ma anche per i risultati già ottenuti con Hvb, indicata dallo stesso Orcel come uno degli esempi più riusciti della trasformazione del gruppo.

Oggi, l’Ops su Commerzbank non nasce come una scalata tradizionale e allo stesso tempo è il banco di prova in cui Orcel vuole testare l’aderenza tra dichiarazioni di intenti e fatti concreti, magari giocando anche di sponda nel rapporto tra autorità di vigilanza e politica europea da una parte e blocco di potere tedesco dall’altra. Se davvero la Banking Union deve uscire dai convegni e dai documenti per entrare nella pratica, è la scommessa, allora anche un socio forte dell’Ue come la Germania non potrà a lungo sottrarsi a quello che molti percepiscono come un obbligo per andare avanti sulla strada dell’integrazione europea.

La Germania da sola, dunque, non descrive tutta la mappa su cui il gruppo vuole indirizzare la sua strada. Perché Unicredit ha già definito nel piano industriale 2026-2030 il profilo della banca che vuole diventare: un gruppo capace di far crescere ricavi e utili senza rinunciare a una distribuzione molto elevata agli azionisti e senza sacrificare il ritorno sul capitale. Il piano al 2030 punta infatti a salire dai 10,6 miliardi di utile del 2025 a circa 13 miliardi al 2028 e a oltre 15 miliardi al 2030, con un ritorno sul capitale che passa dal 19,2% dello scorso anno a oltre il 23% nel 2028 e intorno al 25% nel 2030, mantenendo una politica ordinaria di payout dell’80% e lasciando aperta la possibilità di ulteriori restituzioni di capitale o di impieghi per la crescita organica e inorganica.

La banca che verrà

Nel piano c’è anche la fotografia geografica della banca che verrà. Per il 2028 è indicata una ripartizione dell’utile che vede il 38% arrivare dall’Italia, il 37% da Germania e Austria e il 25% da Europa centro-orientale e Grecia.

Nel documento strategico il gruppo insiste sul «mix geografico attraente» e sul vantaggio di una presenza già radicata in 13 mercati europei, con oltre il 95% dell’attività concentrata nell’Ue e con un’esposizione ridotta ai rischi geopolitici e di cambio. E qui la memoria corre immediata all’inciampo russo, con le attività ancora nel limbo. Le nuove coordinate, assicura il piano, ammortizzeranno quel fallimento. Eventuali fusioni e acquisizioni, spiega ancora, verranno valutate «se e solo se aggiungeranno sostanziale valore» rispetto a un caso stand alone che la banca considera già molto forte.

Nel piano 2030 l’Europa centro-orientale viene descritta come il «motore della crescita» del gruppo, l’area cioè dove l’aumento del Pil atteso è circa doppio rispetto alla media dell’Unione europea. È qui che la banca vuole aumentare quote di mercato, volumi di prestiti, raccolta e ricavi da prodotti a basso assorbimento di capitale. In parallelo c’è la Grecia, dove l’investimento in Alpha Bank rappresenta una presenza rafforzata in un mercato tornato interessante in termini di redditività e prospettive.

Anche l’Italia resta in questo disegno, ma con un ruolo diverso: quello di piattaforma per una redditività molto elevata. Nel 2025 la divisione italiana ha generato il 41% dell’utile del gruppo ed è indicata nel piano come la centrale di utili di qualità da cui continuare a spingere su commissioni, risparmio gestito, assicurazione e credito al consumo.

E dopo il fallimento dell’offerta lanciata su Banco Bpm, soffocata in culla dall’improprio esercizio del golden power deciso da Palazzo Chigi, anche le prospettive italiane di crescita per acquisizioni potrebbero non essere terminate. Bisognerà tenere gli occhi puntati, ad esempio, sulla situazione di Mps e sulle mosse di Delfin, che possiede il 17,5% della banca senese. Certo, sia Unicredit sia la finanziaria dei Del Vecchio hanno smentito un paio di mesi fa qualsiasi trattativa su quella quota, ma alla fine una strada di crescita e aggregazione per Mps andrà trovata e non è detto che in quel momento Orcel non possa ricomparire. Tra i suoi crediti immateriali potrebbe contare anche l’avvicinamento a Francesco Gaetano Caltagirone, oggi dominus del Monte, grazie al voto favorevole allo stesso Caltagirone che lo scorso anno era stato ostenso all’assemblea delle Generali.

Un tavolo con 3 gambe

Alchimie politico-finanziarie e giochi di potere italo-italiani a parte, comunque, il tavolo Unicredit oggi ha tre gambe. La prima è il consolidamento nei mercati chiave, con la Germania come partita aperta. La seconda è l’espansione nei Paesi a maggiore crescita, soprattutto a Est e in Grecia. La terza è la trasformazione industriale interna: più commissioni, più prodotti distribuiti dalla fabbrica interna, più tecnologia e più intelligenza artificiale per tenere sotto controllo i costi.

Non solo crescita, dunque, ma crescita con efficienza più alta. Se ne sono accorti anche dentro la banca, dove la nuova politica dei costi morde senza sconti dipendenti e dirigenti di qualsiasi rango. Un’austerity che fa a pugni con la retribuzione record di Orcel, arrivato nel 2025 a essere il banchiere più pagato dell’Unione europea, con 16,5 milioni lordi di compensi. E se la campagna tedesca alla fine andrà in porto è probabile che questo non sarà l’ultimo record retributivo del banchiere che ama pensare in grande.

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