Confindustria, lo scenario da incubo della guerra lunga: per l’Italia shock inflazione e recessione
di Gianni Del VecchioSe la guerra in Iran durasse fino a fine anno per l’economia italiana sarebbe un vero salasso. Con la chiusura prolungata dello stretto di Hormuz i prezzi di petrolio e gas salirebbero alle stelle (addirittura +133%), provocando un forte rialzo di beni e servizi dovuto al fatto che il nostro Paese più degli altri è dipendente dall’estero per l’energia che consuma. Un’inflazione super che volerebbe quasi al 6% e che di conseguenza porterebbe l’intera economia in recessione, con un Pil in territorio negativo (-0,7%) e tutto quello che ne consegue, a cominciare da un ulteriore riduzione dei salari reali e del potere d’acquisto degli italiani fino al blocco della crescita dell’occupazione.
Quanto durerà il conflitto in Medio Oriente
Per tacere degli…
Se la guerra in Iran durasse fino a fine anno per l’economia italiana sarebbe un vero salasso. Con la chiusura prolungata dello stretto di Hormuz i prezzi di petrolio e gas salirebbero alle stelle (addirittura +133%), provocando un forte rialzo di beni e servizi dovuto al fatto che il nostro Paese più degli altri è dipendente dall’estero per l’energia che consuma. Un’inflazione super che volerebbe quasi al 6% e che di conseguenza porterebbe l’intera economia in recessione, con un Pil in territorio negativo (-0,7%) e tutto quello che ne consegue, a cominciare da un ulteriore riduzione dei salari reali e del potere d’acquisto degli italiani fino al blocco della crescita dell’occupazione.
Quanto durerà il conflitto in Medio Oriente
Per tacere degli effetti sulle imprese, che pagherebbero 21 miliardi in più per la bolletta energetica con la conseguente perdita di competitività rispetto ai concorrenti esteri (l’incidenza sui costi vivi salirebbe dal 4,9% al 7,6%). La simulazione da incubo la si trova nell’ultimo report del Centro Studi Confindustria, che quest’anno è inevitabilmente dedicato a guerra e dintorni. Dati che suonano come un vero e proprio allarme verso il governo italiano e ci ricorda ancora una volta come la nostra struttura produttiva sia intrinsecamente collegata alla pace e alla stabilità internazionale, sia per quanto riguarda le forniture energetiche che il commercio internazionale. Il Csc prende però in considerazione anche altri due scenari che sarebbero decisamente migliori per il nostro Paese. Quello intermedio prevede che la guerra prosegua fino a giugno 2026 e quindi duri in tutto quattro mesi. L’ultimo, quello più ottimistico, ipotizza che le ostilità finiscano subito, a fine marzo ovvero fra soli sei giorni.
Lo scenario intermedio
Secondo la simulazione che vede il conflitto durare fino a giugno, le conseguenze per la nostra economia sarebbero pesanti ma in qualche modo più gestibili. I prezzi dell’energia schizzerebbero in alto del 60%, il che si tradurrebbe in un aumento importante dell’inflazione (+4,3%) ma meno di quello che è accaduto l’anno successivo allo scoppio della guerra in Ucraina. Il Pil comunque si bloccherebbe, rimarrebbe fermo rispetto al 2025, facendo cadere l’economia in stagnazione. “In particolare si osserverebbe una dinamica più incerta dei consumi, un indebolimento degli investimenti e ci sarebbe soprattutto un forte peggioramento dell’export, che passerebbe da una crescita dello 0,6% a una contrazione di circa -0,7%. Effetti negativi anche sul mercato del lavoro, con l’occupazione praticamente ferma”, si legge nel report confindustriale.
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Lo scenario ottimista
La simulazione di base è quella decisamente più ottimistica, prevede che la guerra possa fermarsi subito, fra soli sei giorni. Questo è quello che l’Italia dovrebbe augurarsi perché gli effetti sarebbero tutto sommato assorbibili senza forti contraccolpi. I prezzi di petrolio e gas salirebbero solo del 12% e i prezzi al consumo si attesterebbero a fine anno su un comodo 2,5% (considerando che l’obiettivo della Bce è tenerla attorno al 2%, sarebbe un livello più che accettabile). Il Pil anche se anemico rimarrebbe in territorio positivo (+0,5%) e le imprese riuscirebbero a reggere l’urto. Insomma, numeri certamente non da urlo per la nostra economia ma molto vicini al business as usual. Un motivo in più per sperare che il conflitto mediorientale si chiuda al più presto.
La crisi energetica peggiore di sempre?
Il direttore del Centro studi di Confindustria, Alessandro Fontana, avverte: "Rischiamo di avere una crisi energetica come non l'abbiamo mai avuta nella storia, più la guerra sarà lunga, più si corrono rischi". Sulla necessità di interventi decisi interviene anche il presidente di Confindustria Emanuele Orsini. “Quello che chiediamo è di mettere a terra o prepararsi a misure che comunque possono essere incisive e forti per poter sostenere le imprese e l'industria italiana, e quindi pensiamo a Eurobond, pensiamo a ciò che è stato fatto durante il Covid. Il conflitto sui costi dell'energia, soprattutto per il nostro Paese, è “molto impattante” e quindi serve “dare una risposta velocemente”, ha detto Orsini, per il quale è fondamentale intervenire “sul costo dell'energia” che “è un problema sia per le bollette degli italiani, ma soprattutto per le industrie e le imprese”. Per questo chiede la sospensione degli Ets, perché siamo a un punto in cui alcune industrie se ne stanno andando”. Anche la Commissione Ue ha aperto a una modifica del sistema che regola il sistema delle quote per le emissioni. La misura è nata con nobili scopi e per la decarbonizzazione" ma i tempi sono cambiati: "Nel 2019 costava 6 euro a tonnellata, oggi 86 euro a tonnellata".