MILANO – “Ho sempre fatto lo scienziato e certamente non ho lavorato per costruire macchine che dovessero offendere. Qui si tratta di costruire macchine per difenderci, per fare deterrenza. Il riarmo serve alla deterrenza: questo deve essere molto chiaro”. Roberto Cingolani, già ministro e alla guida dell’Istituto italiano di tecnologia, è il ceo di Leonardo, il maggior gruppo italiano della difesa. Qui spiega come di fronte alle nuove minacce l’Europa possa e debba muoversi in modo coordinato.
Che cosa ci dicono i recenti attacchi missilistici nello scenario della guerra in Medio Oriente?
“Ormai possiamo distinguere due grandi categorie di attacco dal cielo. Da un lato i missili a lunghissima gittata — anche oltre i 2.000 chilometr…
MILANO – “Ho sempre fatto lo scienziato e certamente non ho lavorato per costruire macchine che dovessero offendere. Qui si tratta di costruire macchine per difenderci, per fare deterrenza. Il riarmo serve alla deterrenza: questo deve essere molto chiaro”. Roberto Cingolani, già ministro e alla guida dell’Istituto italiano di tecnologia, è il ceo di Leonardo, il maggior gruppo italiano della difesa. Qui spiega come di fronte alle nuove minacce l’Europa possa e debba muoversi in modo coordinato.
Che cosa ci dicono i recenti attacchi missilistici nello scenario della guerra in Medio Oriente?
“Ormai possiamo distinguere due grandi categorie di attacco dal cielo. Da un lato i missili a lunghissima gittata — anche oltre i 2.000 chilometri — che possono arrivare fino all’Europa e che diventano pericolosi non solo per la distanza ma per la velocità: se lanciati da vicino, arrivano in 2-3 minuti. Dall’altro lato gli attacchi saturanti: meno veloci, a corto raggio, ma composti da sciami di droni o missili in numero molto elevato. Il singolo oggetto è più facile da intercettare, ma il problema è la quantità: bisogna fermarli tutti insieme”.
Che cosa è diverso dal passato?
“La velocità di reazione. Oggi le minacce si concretizzano in pochissimi minuti, quindi tutto deve avvenire quasi in tempo reale: servono supercalcolo e intelligenza artificiale per calcolare traiettorie, tempi e impatti e assegnare la risposta più efficace”.
E qui entrano in campo gli scudi spaziali, di cui alcuni Paesi si sono dotati, o il vostro progetto che si chiama Michelangelo Dome.
“La nostra idea è costruire un’architettura aperta che possa respingere entrambe le minacce: quelle saturanti e quelle dei missili veloci, balistici o ipersonici. Nel primo caso si lavora sulla “dead zone”, una zona in cui nulla può penetrare, difesa con artiglieria veloce, radar e sistemi di visione. Per i missili a lunga gittata la risposta è più complessa: satelliti, radar a lunga portata, tracciamento anticipato e scelta in tempo reale della contromisura migliore”.
Che cosa significa avere un’architettura aperta?
”Quello che proponiamo non è un sistema chiuso in cui si comprano piattaforme tutte dello stesso costruttore. I Paesi possono mettere insieme i propri asset, anche diversi tra loro. Aerei, navi, batterie missilistiche di produttori differenti vengono resi interoperabili da un sistema di comunicazione comune”.
Ma non c’è il rischio che sistemi diversi collegati siano meno efficienti degli scudi “tradizionali”?
“I vantaggi sono di tempi e di costi, perché costruire uno scudo completo richiede anni e investimenti enormi. Con Michelangelo si può iniziare subito, federando quello che già esiste e dando anche a Paesi piccoli e medi la possibilità di usufruire di un sistema comune. Significa anche, ad esempio, la possibilità di non utilizzare missili da milioni di euro ma proiettili da pochi euro, per intercettare con una precisione del 98% gli sciami di droni”.
Quando potrà essere operativo il sistema e con quali impegni delle singole Difese nazionali?
“La tecnologia c’è già, non è qualcosa che vedremo solo nel 2030. Abbiamo già dimostrato, in simulazioni avanzate, l’intercettazione di un missile a 76 chilometri dall’obiettivo. Entro giugno mostreremo capacità innovative di gestire i droni e parteciperemo a esercitazioni Nato. Detto questo si tratta di un sistema “sartoriale” che dipende da cosa si vuole difendere e dagli asset disponibili”.
E chi lo utilizzerà, in concreto?
“Abbiamo un team dedicato che sta lavorando con oltre venti Paesi. E oggi abbiamo le nostre persone in Ucraina e realizzeremo il primo sistema “dead zone” in un’area critica, con consegna entro fine anno. Insomma, già quest’anno mettiamo a terra sistemi che funzionano, inizialmente su aree limitate ma con un’architettura modulare e scalabile”.
In Germania si convertono le fabbriche di auto alla difesa. Perché da noi non accade?
“L’Europa è uscita all’improvviso da 80 anni di pace in cui pensava che si trattasse di una condizione garantita e gratuita. Oggi invece vede tensioni crescenti: Ucraina, confini orientali, Medio Oriente. In Italia, su alcuni settori, noi abbiamo anche raddoppiato o triplicato la nostra produzione. Ma penso anche che ci voglia equilibrio: non si possono costruire nuove fabbriche senza considerare che le dinamiche sono cicliche e poi rischiamo di trovarci con prodotti che non vuole nessuno”.
Ma imprese e governo stanno costruendo la difesa del futuro o rincorrendo un’emergenza?
“L’emergenza c’è, e l’Europa non era pronta: è frammentata e fatica a costruire una difesa comune. Credo però che la Nato resti fondamentale e che un’Europa più forte la rafforzi. Nessuno può farcela da solo: per questo lavoriamo su alleanze industriali e in questo fungiamo un po’ da “sherpa” che aprono la strada anche a collaborazioni tra governi”.