Ets, come funziona il mercato del carbonio dove chi inquina paga
di Emma BonottiChi inquina, paga. Il principio che nel 2005 ha portato alla nascita degli Ets, acronimo di Emissions Trading System, è molto semplice: coinvolgere chi emette gas a effetto serra negli obiettivi di decarbonizzazione dell’Unione europea. Come? Imponendo maggiori costi alle imprese che rilasciano più anidride carbonica – dai produttori di energia termoelettrica e calore ai settori industriali altamente energivori all’aviazione e al trasporto marittimo – e con il ricavato finanziare progetti per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.
Che cosa sono gli Ets?
Una quota Ets, detta Eua, è un permesso che autorizza l’emissione di una tonnellata di CO2 (o la quantità equivalente di un altro gas a effetto serra) nel mercato del carbonio dell’Unione eur…
Chi inquina, paga. Il principio che nel 2005 ha portato alla nascita degli Ets, acronimo di Emissions Trading System, è molto semplice: coinvolgere chi emette gas a effetto serra negli obiettivi di decarbonizzazione dell’Unione europea. Come? Imponendo maggiori costi alle imprese che rilasciano più anidride carbonica – dai produttori di energia termoelettrica e calore ai settori industriali altamente energivori all’aviazione e al trasporto marittimo – e con il ricavato finanziare progetti per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.
Che cosa sono gli Ets?
Una quota Ets, detta Eua, è un permesso che autorizza l’emissione di una tonnellata di CO2 (o la quantità equivalente di un altro gas a effetto serra) nel mercato del carbonio dell’Unione europea. Tecnicamente, si tratta di un sistema “cap and trade”, dove la Commissione fissa un tetto alla quantità massima di gas che può essere emessa da determinati settori. Ogni anno il tetto si riduce, in linea con gli obiettivi climatici dell’Ue, e di pari passo anche l’offerta di quote diminuisce. Le aziende possono acquistarle partecipando alle aste di Bruxelles, unico produttore monopolista, e in quantità residuali possono riceverle gratuitamente dalla stessa Commissione. Il prezzo lo fa il mercato e gli operatori più efficienti possono cederle a chi ne ha maggior bisogno.
La macchina è ben oliata: oggi siamo nella quarta fase del sistema, in vigore dal 2021 al 2030. Per questo periodo, l’obiettivo stabilito dall’Unione è ridurre le emissioni di gas serra del 62% rispetto ai livelli del 2005. Le aziende devono monitorare e comunicare il proprio andamento e restituire un numero di quote sufficiente a coprire interamente le emissioni annuali. Pena multe salate.
Qual è l’impatto?
Numeri alla mano, le risorse raccolte dal meccanismo hanno un potenziale rilevante, ma faticano a essere tradotte in misure concrete. Dall’analisi delle rendicontazioni pubbliche presentate alla Commissione europea emerge che tra il 2012 e il 2024 le aste Ets hanno generato circa 18 miliardi di euro di entrate per le casse degli Stati membri. Dall’avvio della quarta fase, le aste hanno generato in media 40 miliardi, di cui circa 3 per l’Italia, secondo i dati Eex. Tuttavia, notano gli esperti di Ecco, dai documenti disponibili risulta che solo 1,6 miliardi di euro (circa il 9% del totale) siano stati spesi.
Inoltre, la direttiva Ets prevede sì strumenti per ridurre i costi delle bollette di famiglie e imprese, come l’utilizzo dei proventi per sostenere la modernizzazione dei sistemi di riscaldamento dei nuclei a basso reddito, ma non comprende misure per stimolare la progressiva riduzione della dipendenza da fonti fossili, se non attraverso gli extra costi per chi inquina.
Dal fisico alla finanza
Oltre ad acquistare certificati sul mercato fisico, aziende e operatori li possono “prenotare” per una certa data futura, assicurandosi un certo prezzo per una determinata quantità di quote. In questo caso si parla di contratti future, scambiati sui vari mercati secondari delle materie prime, come l’European Energy Exchange (Eex).
Alle negoziazioni partecipano le aziende che desiderano ottenere copertura finanziaria sul prezzo degli Ets, banche per soddisfare le proprie necessità di liquidità, trading house (come Vitol e Trafigura) e, in misura minore, fondi speculativi: questi acquistano i future e, se sono investitori autorizzati, a scadenza “incassano” il certificato. Altrimenti devono rivenderlo. Oggi il prezzo dei future con scadenza il prossimo dicembre, tra i più liquidi, oscilla intorno ai 70 euro per tonnellata di CO2 equivalente.
Perché ora parliamo di Ets
Nell’attuale sistema italiano, gli Ets contribuiscono a formare il prezzo dell’elettricità all’ingrosso, il Pun, che a sua volta determina le bollette. Il decreto energia propone di scardinare questo meccanismo, prevedendo per chi genera elettricità da gas naturale un rimborso del costo degli Ets attraverso l’introduzione di una componente tariffaria sulle bollette dei consumatori.
L’obiettivo è contenere il costo di generazione termolettrica, che nel sistema marginale italiano detta il prezzo dell’elettricità per la maggior parte delle ore di una giornata tipo. Tuttavia, alcuni osservatori temono che riducendo arbitrariamente e rapidamente i prezzi, i produttori da fonti rinnovabili possano essere meno incentivati a investire. Il rischio? Un rallentamento nelle fonti verdi, proprio quelle su sui l’Ue vorrebbe puntare.
La discussione europea
Come in Italia, anche in Europa la “tassa” per chi inquina sta perdendo supporto politico. A partire dal 2027, dovrebbe diventare operativo un nuovo sistema, battezzato Ets 2, che estende il mercato del carbonio ai settori dell’edilizia, del trasporto su strada e delle piccole industrie fino a ora non coperte. Oggi però nell’emiciclo Ue il vento è cambiato e da più parti, ormai disinnamorate di una delle politiche simbolo del Green Deal, si auspica a una revisione dell’intero meccanismo.
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