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Marco Landi: “Da presidente di Apple riportai Steve Jobs in azienda e lui ne fece un mito”

Steve Jobs presenta il primo iPhone il 9 gennaio 2007 

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Parla l’ingegnere originario di Chianciano al vertice della Mela a Cupertino tra il ’95 e il ’97: “Quando arrivai nessuno parlava del fondatore là dentro, era come se non fosse mai esistito”
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ROMA – Il primo incontro con Steve Jobs è in una sala del ristorante Il Fornaio, a Mountain View, Silicon Valley. «Era famosissimo nella zona per gli incontri di business, non molto distante da Menlo Park. Facevamo le riunioni lì per non far capire che l’allora Apple Computer era in cattive acque». Marco Landi, 82 anni, ingegnere globetrotter con il trolley sempre pronto, occhi cerulei e curiosità insaziabile, è stato l’unico italiano a sedersi nella stanza dei bottoni di Cupertino come presidente e direttore generale della Mela. Il manager che ha contribuito a riportare a bordo il fondatore dell’azienda a 11 anni dalle dimissioni. E anche il ponte tra la Telecom Italia e Jobs, quando gli italiani si misero in testa di rilevare la società madre del Mac.

Ricorda il vostro primo incontro? «Come posso dimenticare lo sguardo fulminante che aveva in quel ristorante. Lanciava strali di luce, sentivi forte il suo carisma».

ROMA – Il primo incontro con Steve Jobs è in una sala del ristorante Il Fornaio, a Mountain View, Silicon Valley. «Era famosissimo nella zona per gli incontri di business, non molto distante da Menlo Park. Facevamo le riunioni lì per non far capire che l’allora Apple Computer era in cattive acque». Marco Landi, 82 anni, ingegnere globetrotter con il trolley sempre pronto, occhi cerulei e curiosità insaziabile, è stato l’unico italiano a sedersi nella stanza dei bottoni di Cupertino come presidente e direttore generale della Mela. Il manager che ha contribuito a riportare a bordo il fondatore dell’azienda a 11 anni dalle dimissioni. E anche il ponte tra la Telecom Italia e Jobs, quando gli italiani si misero in testa di rilevare la società madre del Mac.

Ricorda il vostro primo incontro? «Come posso dimenticare lo sguardo fulminante che aveva in quel ristorante. Lanciava strali di luce, sentivi forte il suo carisma».

Lei è originario di Chianciano, com’è arrivato su quella poltrona? «Sicuramente per l’esperienza in Texas Instruments, 24 anni in giro per il mondo, compreso un periodo stimolante a Hong Kong. Poi per aver risollevato la Apple Europa».

Risollevato? «Quando sono arrivato lì perdeva 300 milioni di dollari, in un anno abbiamo risalito la china fino a 100 milioni di profitti. Chiusi il quartier generale di Parigi e trasferii la sede a Bruxelles: era più economica. Puntai su tre cose. Primo: un solo magazzino in Olanda, niente più inventari e stock locali. Secondo: distribuzione centralizzata. Terzo: produzione solo in Irlanda».

Chi la contattò? «Un cacciatore di teste della Heidrick & Struggles. Ricordo quella telefonata agli inizi del ’94. Mi disse: “Vuole continuare a vendere silicio o venire a cambiare il mondo?”. Scelsi la seconda opzione».

Marco Landi, 82 anni, ex presidente Apple

 

La prima volta a Cupertino. «Fu per il colloquio con il ceo, Michael Spindler. Avevano già cacciato il predecessore, John Sculley, ex Pepsi-Cola, l’uomo che aveva portato alle dimissioni di Jobs nel 1985. Spindler mi assunse subito: “Sei la persona giusta”, disse. L’ho aiutato moltissimo, però non era un manager con una visione chiara».

L’esperienza al vertice di Apple Europa dura poco. «Essendomi fatto notare dal board, un anno dopo il nuovo ad, Gil Amelio, il terzo dall’addio di Jobs, mi fece chiamare dal suo braccio destro, George Scalise. Venne a trovarmi a Bruxelles e accettai la proposta di diventare il presidente globale. Era il 1995, avrei avuto in mano le vendite, il marketing, la strategia di prodotto e tutte le attività delle controllate. Mancavano solo finanza, produzione e risorse umane».

Ricorda come fu accolto? «Il San José Mercury news (oggi The Mercury News, ndr) dette notizia del mio arrivo. Fu entusiasmante, ma ricordo un ufficio un po’ tetro. Sì, il building era triste, come l’umore di tanti. Non respiravi gioia, non c’erano colori».

Eppure il logo era ancora quello con la mela multicolore. «Però la sensazione era diversa. L’altra cosa che mi colpì era che nessuno parlava di Jobs là dentro, era come se non fosse mai esistito».

Come se la passava Apple? «Male. Avevamo tre sistemi operativi con tre microprocessori diversi, mentre il duo Microsoft-Intel ne aveva solo uno; poi l’arrivo sul mercato di Windows 95 fu sottovalutato. Apple non riusciva ad avere un Os, operating system, all’altezza del marchio praticamente dall’uscita di Jobs».

Così parte la caccia a un nuovo software. «Gil Amelio mette su una specie di troika, una task force per trovare sul mercato un sistema operativo in grado di rimettere Apple al passo con i tempi. Con lui c’eravamo io e Ellen Hancock, il nuovo direttore tecnico, che suggerì di cercare all’esterno un rimedio».

La prima trattativa? «Fu con la Be Inc., fondata da Jean-Louis Gassée, ex direttore tecnico Apple».

Ma non se ne fece niente. «Credo si stia ancora “mangiando le mani”. La sua società, secondo le stime dell’epoca, valeva 60 milioni di dollari. Il board gliene offrì 200, lui chiese ancora di più: 300-350 milioni. L’affare saltò e la seconda azienda nel mirino era la Next di Steve, che però era sull’orlo della bancarotta ed era già stata salvata da un investimento dei giapponesi di Canon. Non ebbe successo sul mercato, ma il suo Os era valido».

E torniamo all’incontro con Jobs al Fornaio. «Fu l’inizio di una trattativa molto veloce, Amelio fremeva. Rilevammo Next per 400 milioni. Il ceo conosceva la drammatica situazione finanziaria e sapeva che avrebbe dovuto annunciare altre perdite per il quarto trimestre ’96. Nel frattempo credeva che dare notizia del ritorno di Steve, al Macworld Expo di San Francisco, che si sarebbe tenuto a gennaio al Moscone Center, avrebbe entusiasmato appassionati e investitori».

Non andò così, il resto è storia. «Steve diventò consulente di Amelio e capimmo subito che non avrebbe fatto l’advisorper molto e che anzi avrebbe piazzato i suoi uomini nel cda. Jobs infatti si sbarazza di lui nel luglio ’97. Io avevo deciso di lasciare Cupertino qualche mese prima».

L’ha più rivisto? «Ero rimasto in buoni rapporti e lo chiamai nel 1998 per un incontro: fu subito disponibile. Da capo di Apple Europa avevo conosciuto Francesco De Leo, chiamato nel team di Telecom Italia dal presidente Gian Mario Rossignolo. Mi chiese di entrare nel cda di Telecom International e di sondare Jobs per rilevare il controllo della Apple. Avevamo un progetto: acquistare un milione di iMac e metterli in tutte le scuole».

Un genio non si riconosce dal suo curriculum: quello del diciottenne Steve Jobs lo dimostra

Come reagì Jobs? «Disse che era già in trattativa. Non sono sicuro, ma penso che fosse con Oracle. Poi la cosa naufragò, anche perché cambiò il cda e dopo ci fu l’Opa dei capitani coraggiosi guidati da Roberto Colaninno».

Senza il ritorno di Jobs la Apple sarebbe un’altra cosa. «Non solo la Apple, Steve ha innescato una rivoluzione tecnologica che ha cambiato il mondo. La sua vita è un esempio di come bisogna avere fiducia, perché le singole esperienze assumono un altro valore, un senso compiuto, nel futuro. A Stanford ha detto ai giovani di imparare a unire i puntini, che poi è il titolo del mio libro, “Da Chianciano a Cupertino”, nella versione in inglese. Io ripeto sempre quel messaggio ai giovani: Connecting the dots».

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