Dubai, grattacieli di paura e resistenza
dal nostro inviato Filippo SantelliDal solaio del piano 24, in mezzo ai grattacieli della Marina di Dubai, già si intravvedono il mare e l’iconica penisola a forma di palma. Ne mancano altri 98 e poi il Six Senses sarà sopra a tutti: il più alto palazzo residenziale al mondo. Select Group, lo sviluppatore, lo ha comprato all’asta che era un moncherino non finito e riprogettato come “un santuario del benessere”, appartamenti da 1,5 a 40 milioni di euro, quattro piani di “amenità” – tra cui una clinica per la longevità – un altro, il 109, con piscina e terrazza scoperta per lo yoga sopra le nuvole. La consegna è prevista nel 2029 ma il 78% delle case è già venduto sulla carta, come si usa qui, quattrocento operai sono al lavoro per rispettare i tempi. In una città che è un unico sconfinato cantiere, anche questo è sempre andato avanti, nonostante droni e missili lanciati dall’Iran. «Ogni volta che c’è una crisi Dubai si risolleva più forte di prima», dice Israr Liaqat, il manager inglese ad vent’anni in città che oggi gu…
Dal solaio del piano 24, in mezzo ai grattacieli della Marina di Dubai, già si intravvedono il mare e l’iconica penisola a forma di palma. Ne mancano altri 98 e poi il Six Senses sarà sopra a tutti: il più alto palazzo residenziale al mondo. Select Group, lo sviluppatore, lo ha comprato all’asta che era un moncherino non finito e riprogettato come “un santuario del benessere”, appartamenti da 1,5 a 40 milioni di euro, quattro piani di “amenità” – tra cui una clinica per la longevità – un altro, il 109, con piscina e terrazza scoperta per lo yoga sopra le nuvole. La consegna è prevista nel 2029 ma il 78% delle case è già venduto sulla carta, come si usa qui, quattrocento operai sono al lavoro per rispettare i tempi. In una città che è un unico sconfinato cantiere, anche questo è sempre andato avanti, nonostante droni e missili lanciati dall’Iran. «Ogni volta che c’è una crisi Dubai si risolleva più forte di prima», dice Israr Liaqat, il manager inglese ad vent’anni in città che oggi guida il Gruppo Select.
COME CAMBIANO GLI SCENARI ECONOMICI
Alberghi e ristoranti vuoti
È il messaggio di resilienza su cui tutta Dubai si è allineata, dalle autorità all’ultimo degli influencer a bordo piscina, dopo che i primi attacchi di Teheran hanno minacciato il suo valore più prezioso: il brand di porto sicuro, di oasi dove i ricchi di ogni nazionalità possono vivere e investire sereni. La reazione è stata immediata. Mentre la famiglia reale si faceva vedere a passeggio nei centri commerciali o alle corse dei cavalli, le autorità hanno dato una bella stretta all’informazione, minacciando l’arresto per chi diffonde notizie false o immagini di esplosioni. Gli Emirati sono il Paese del Golfo più attaccato, oltre 3mila tra droni e missili in un mese, ma il loro efficace sistema di difesa ne respinge il 95%. In città si vive una parvenza di normalità, i residenti rimasti lavorano e vanno in spiaggia con i bambini. Ma anche se la guerra si vede poco – messaggi di allerta a parte – c’è: la minaccia balistica ha azzerato turismo e fiere, gli alberghi viaggiano tra il 10 e il 20% della capienza, ristoranti e mall sono semivuoti.
Anche il mercato immobiliare, dice Liaqat, è in modalità «aspettare e vedere». Nel suo scenario base il conflitto si risolverà nel giro di qualche settimana e tutto questo potrebbe passare alla storia come una semplice pausa, un’estate (qui bassa stagione, visto il caldo torrido) un po’ più lunga del normale. Ci vorrebbe qualche mese ma nell’ultimo trimestre dell’anno Dubai potrebbe ripartire, magari con una «sana correzione dei prezzi», cresciuti a dismisura negli ultimi anni. Riconosce però che c’è anche un’ipotesi peggiore: che il conflitto non finisca o addirittura si allarghi. Questo, dicono gli analisti, significherebbe recessione prolungata, crollo delle valutazioni, uscita degli expat e dei capitali verso altri porti, Singapore, la Svizzera o chissà quale esotica isola caraibica.
Le montagne russe
Di certo con settori così legati alla fiducia – immobiliare, turismo, eventi – Dubai è abituata a stare sulle montagne russe. Più volte la sua età dell’oro è stata data per finita, salvo poi tornare a risplendere. A Mapei ne sanno qualcosa: lo stabilimento dell’azienda chimica italiana a Dubai South, tra lo sconfinato porto di Jebr Ali e il nuovo mega aeroporto in costruzione, è stato inaugurato nel 2009, quando la crisi finanziaria sembrava aver demolito il sogno immobiliare degli sceicchi e i topi rosicchiavano i cavi negli appartamenti deserti. Invece la giostra è ripartita, e ancora dopo il Covid, ancora più scintillante e veloce. Anche la fabbrica di Mapei – il più grande investimento italiano negli Emirati – è sempre rimasta accesa, sebbene il blocco di Hormuz abbia rallentato l’arrivo delle materie prime e dimezzato la produzione. I sacchi di sabbia, cemento, colle e fuganti, di solito impilati fino al soffitto, si fermano a mezza altezza. «Non ho la sfera di cristallo - dice dall’Italia la Ceo Veronica Squinzi - ma continuiamo a credere in questo mercato, sono convinta che gli Emirati proseguiranno nella loro opera di modernizzazione e di investimento nelle infrastrutture».
Il boom dei residenti
In nessun posto d’altra parte si vuole costruire così tanto: una città che quindici anni fa aveva due milioni di residenti lo scorso anno ha superato i quattro e nella visione dello sceicco Al Maktoum dovrà arrivare a 5,8 nel 2040. Un’altra palma artificiale, più grande della prima, è già costruita e pronta per essere ricoperta di palazzi.
Per spiegare la resilienza degli Emirati tutti citano una serie fattori. Il primo è la volontà del governo di ascoltare, eredità dell’antica tradizione dei majlis, i consigli tribali. Qualche giorno fa il ministro del Commercio ha incontrato anche gli imprenditori italiani, appuntandosi problemi e richieste. Il secondo è la rapidità di reazione di questo regime autoritario in politica, liberale in economia e manageriale nell’amministrazione, già vista nella rapida riapertura post-Covid: per aggirare il blocco di Hormuz sono stati subito creati dei corridoi doganali verso i porti oltre lo Stretto, compresi quelli di Oman e Arabia. Il terzo – appunto – è l’orizzonte lungo di chi sa che resterà al potere senza dover affrontare elezioni. «VARA è stata ideata proprio durante il Covid, un altro periodo di difficoltà», racconta Ruben Bombardi, avvocato italiano che dal 2024 dirige le attività legali dell’autorità di Dubai che regola le criptomonete. «Oggi le società sotto la nostra supervisione gestiscono il 70% degli scambi globali e l’80% delle opzioni: Dubai è il primo mercato degli asset digitali al mondo, sopra a Singapore. È un periodo di opportunità per investire qui».
Una città a braccia aperte
Vero, ogni volta che c’è una crisi tutti vogliono venire a Dubai. Del resto la città accoglie a braccia aperte, con tasse zero, poche domande sull’origine dei capitali, “free zone” dove le imprese possono stabilirsi con un livello di regole minimo, una sottocasta di manodopera a basso costo proveniente dal terzo mondo. L’ultimo boom post Covid è coinciso con l’afflusso in città di Paperoni e Paperini russi, in fuga dal servizio militare e dalle sanzioni per la guerra in Ucraina. Una differenza però c’è: le crisi che hanno spinto Duabi erano globali, questa invece è locale. Una crisi potenzialmente esistenziale per una città-piattaforma che vive di flussi, vendendo stabilità, sicurezza e connettività. E una crisi che rischia di restare aperta anche dopo la fine delle ostilità, se il Golfo rimanesse esposto alle decisioni unilaterali di Israele e alla costante minaccia asimmetrica dell’Iran. Basta un drone al mese per bloccare tutto, dal traffico di navi attraverso Hormuz alle mega fiere. Anche per questo gli Emirati si trovano in una posizione scomoda, tra la necessità di preservare la neutralità e la richiesta di una soluzione “completa” al problema iraniano.
Bisogna parlare di geopolitica, quello che Dubai si è sempre illusa di poter evitare. E di questi tempi la geopolitica rassicura poco. Liaqat di Select Group dice che un nuovo equilibrio nel Golfo si troverà, perché di mezzo ci sono gli interessi energetici ed economici di tutto il mondo, Europa e Cina comprese. Altri spiegano che i “fondamentali” che attirano a Dubai sono ancora tutti intatti, e anzi rovesciano non senza efficacia la questione: dove si è mai vista una città così sicura anche in guerra? La realtà è che ad un mese dall’inizio del conflitto è troppo presto per capire se questo sarà solo un rallentamento temporaneo o qualcosa di più profondo, e quanto profondo. Per Dubai e il suo brand mostrare dubbi è un danno, ma perfino lei ora fatica a vendere certezze.