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Murano: “Sconcerta il governo sugli extra-profitti ai petrolieri. Stiamo contenendo i prezzi”

Gianni Murano 

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Il presidente dell’Unem: “Raffinerie già colpite con il decreto bollette. Limitino il nostro jet fuel per compagnie straniere”
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Il nostro sconcerto, quando sentiamo parlare di tassare gli extraprofitti, deriva dal fatto che da settimane stiamo contenendo gli aumenti, senza ribaltarli interamente e direttamente alla pompa. E lo dimostra il fatto che gli automobilisti svizzeri vengono a fare il pieno in Italia. E non sono gli unici». Gianni Murano, presidente dell’Unem, l’associazione che raccoglie i petrolieri italiani, è polemico rispetto alla lettera firmata dal ministro all’Economia, Giancarlo Giorgetti, che chiede, insieme ad altri quattro colleghi europei a Bruxelles di introdurre imposte straordinarie sulle aziende del settore per sostenere aiuti alle imprese e famiglie.

Perché siete stupiti dalla mossa di Giorgetti?

«Per due ragioni. La prima è che il settore ha mostrato responsabilità, evitando di trasferire subito gli aumenti del mercato internazionale alla pompa. I prezzi sono competitivi rispetto alla media europea, tanto che assistiamo ai “transfrontalieri al contrario”, con automobilisti svizzeri e…

Il nostro sconcerto, quando sentiamo parlare di tassare gli extraprofitti, deriva dal fatto che da settimane stiamo contenendo gli aumenti, senza ribaltarli interamente e direttamente alla pompa. E lo dimostra il fatto che gli automobilisti svizzeri vengono a fare il pieno in Italia. E non sono gli unici». Gianni Murano, presidente dell’Unem, l’associazione che raccoglie i petrolieri italiani, è polemico rispetto alla lettera firmata dal ministro all’Economia, Giancarlo Giorgetti, che chiede, insieme ad altri quattro colleghi europei a Bruxelles di introdurre imposte straordinarie sulle aziende del settore per sostenere aiuti alle imprese e famiglie.

Perché siete stupiti dalla mossa di Giorgetti?

«Per due ragioni. La prima è che il settore ha mostrato responsabilità, evitando di trasferire subito gli aumenti del mercato internazionale alla pompa. I prezzi sono competitivi rispetto alla media europea, tanto che assistiamo ai “transfrontalieri al contrario”, con automobilisti svizzeri e sloveni che fanno rifornimento in Italia. La seconda è che il governo sembra ignorare la struttura della nostra industria: per il 90% è raffinazione e distribuzione, non estrazione. Colpire chi acquista greggio per raffinarlo e venderlo significa scoraggiare gli investimenti».

Però i vostri fatturati e margini crescono...

«C’è un equivoco, il prezzo del Brent è quello medio, non è quello finale. Sul greggio si sono aggiunti premi legati a qualità e disponibilità, saliti fino a 25 dollari al barile. Altri costi sono saliti, come i noli dei porti, non solo nell’area legata alla crisi, ma in generale, anche a livello nazionale. E sono tutti elementi che le compagnie assorbono. Poi una tassa sugli extraprofitti, sotto altro nome, il governo l’ha già messa».

Sarebbe?

«Con il decreto bollette l’aumento di due punti dell’Irap riguarda anche le raffinerie. È un errore continuare a colpire un settore che garantisce la sicurezza degli approvvigionamenti. In Francia abbiamo visto 1.600 distributori bloccati per il fermo delle raffinerie. In Italia questo non accade grazie alla tenuta del sistema. Sarebbe meglio non mortificarlo».

Però il prezzo del gasolio è volato alle stelle. Perché?

«Sì, ma non è colpa delle sole dinamiche di mercato, ma è il segno di una miopia industriale.

L’Europa importa ogni anno 20 milioni di tonnellate di gasolio, praticamente quanto consuma l’Italia in un anno. Le raffinerie hanno chiuso, quello russo non arriva più. E ora si sono aggiunte le tensioni nello Stretto di Hormuz. Servirebbe ridisegnare una strategia europea realistica, che riconosca come petrolio, gas, benzina e gasolio resteranno necessari ancora per decenni».

Si è acceso l’allarme jet-fuel. Gli aeroporti italiani rischiano di rimanere a secco?

«L’Italia ha una base solida: produce circa 2,5 milioni di tonnellate su un fabbisogno di 5 milioni. Il resto viene importato. La domanda è scesa del 10% a marzo, anche per la riduzione di alcuni voli legata al conflitto, ma la situazione va monitorata. Il nodo vero è il tankering: con scorte più basse e prezzi più alti in altri Paesi, come Francia e Regno Unito, molti aerei potrebbero preferire far rifornimento in Italia, attingendo alle nostre riserve».

Qual è l’autonomia del nostro Paese rispetto all’aviocarburante?

«La difficoltà di Bp Italia era legata all’arrivo in ritardo di una nave. La produzione nazionale copre una parte rilevante della domanda e abbiamo scorte d’emergenza per un mese. Il governo dovrebbe intervenire per evitare che altri Paesi inducano le compagnie ad attingere ai nostri depositi perché più convenienti. Qualche limitazione andrebbe introdotta».

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