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Scossa saudita sui mercati, il petrolio per l’Europa verso 140 dollari

Una nave in navigazione nel Golfo Persico, vicino allo stretto di Hormuz

 (reuters)
La compagnia Aramco alza il prezzo per il Vecchio continente fino a 30 dollari al barile sopra il Brent. Rimbalza il Bitcoin
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DOHA – Il petrolio corre e, assieme al prezzo del barile, galoppa anche il rischio di uno shock più ampio sull’economia globale. I prezzi di riferimento oscillano attorno ai 108-110 dollari al barile per il Brent, ma il mercato reale è già molto più avanti. La spinta alle quotazioni arriva dall’Aramco, la compagnia petrolifera pubblica dell’Arabia Saudita, che ieri ha alzato i prezzi ufficiali di vendita a livelli record. Per l’Asia, il premio sulla qualità “Arab Light” nei contratti con consegna a maggio sale a 19,50 dollari sopra il prezzo Oman-Dubai, che è per l’appunto quello di riferimento per il mercato asiatico. Il gap non era mai stato sopra i 10 dollari negli ultimi 26 anni.

Per l’Europa, il rincaro è ancora più netto: 24-30 dollari sop…

DOHA – Il petrolio corre e, assieme al prezzo del barile, galoppa anche il rischio di uno shock più ampio sull’economia globale. I prezzi di riferimento oscillano attorno ai 108-110 dollari al barile per il Brent, ma il mercato reale è già molto più avanti. La spinta alle quotazioni arriva dall’Aramco, la compagnia petrolifera pubblica dell’Arabia Saudita, che ieri ha alzato i prezzi ufficiali di vendita a livelli record. Per l’Asia, il premio sulla qualità “Arab Light” nei contratti con consegna a maggio sale a 19,50 dollari sopra il prezzo Oman-Dubai, che è per l’appunto quello di riferimento per il mercato asiatico. Il gap non era mai stato sopra i 10 dollari negli ultimi 26 anni.

Per l’Europa, il rincaro è ancora più netto: 24-30 dollari sopra il Brent, portando il costo effettivo del greggio saudita verso quota 130-140 dollari al barile, ai massimi dal 2008. È anche così che si misura la tensione sulle sorti dello Stretto di Hormuz – dove di regola passa un quinto della produzione mondiale – e a risalire si paga l’incertezza globale sulle prossime mosse dell’attacco di Usa e Israele all’Iran.

A marzo, secondo i dati di tracciamento, Riyad ha esportato circa la metà dei volumi abituali di greggio e la carenza a breve termine preoccupa: tanto che a essere sotto pressione sono più i prezzi attuali che non i contratti future a lunga scadenza, a oggi più economici di almeno 10 dollari al barile. Le buone intenzioni sbandierate dall’Opec, che domenica ha deciso un leggero aumento della produzione, non valgono: anche se i produttori sono disposti a mettere qualche barile in più sul mercato non possono certo risolvere il blocco di Hormuz.

La tensione si trasferisce rapidamente a valle. Negli Stati Uniti il prezzo della benzina è salito di circa un dollaro al gallone nelle ultime settimane. Le compagnie aeree, all’infuori di quelle del Golfo che fanno qualsiasi prezzo pur di riempire i voli, iniziano a ritoccare le tariffe. L’inflazione energetica torna a essere una variabile centrale. È su questo punto che l’amministratore delegato di JP Morgan, Jamie Dimon, insiste nella sua lettera annuale agli azionisti: avverte che la guerra in Iran rischia di provocare «significativi shock per i prezzi del petrolio e delle materie prime», con effetti diretti su inflazione e tassi di interesse. Il pericolo, scrive ancora il banchiere, è quello di una «inflazione più persistente» e di «tassi più elevati rispetto alle attese dei mercati».

Una lettura che converge con quella dell’Agenzia internazionale dell’energia. Il suo numero uno Fatih Birol parla di una fase in cui la sicurezza energetica torna centrale e avverte: «Esorto tutti i Paesi a non imporre divieti o restrizioni alle esportazioni, è il momento peggiore: i partner commerciali, gli alleati e i loro vicini ne soffriranno».

I mercati finanziari aspettano gli sviluppi e oscillano tra i due poli del rischio e dell’adattamento a quella che, nel peggiore dei casi, potrebbe essere la nuova normalità. È in questo scenario così volatile che va inquadrato anche il piccolo ruggito del Bitcoin, tornato sopra i 70mila dollari e ieri in rialzo di circa l’1,5% dopo aver perso il 23% nel primo trimestre dell’anno. Un recupero che segnala più una riallocazione del rischio in momenti di grande confusione e incertezza che un ritorno alla fiducia nelle criptovalute.

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