Petrolio, il prezzo resta sotto 100 dollari. L’Fmi: “Cicatrici permanenti”
di Filippo SantelliKristalina Georgieva, 72 anni, dal 2019 è direttrice dell’Fmi di Washington
ROMA – Dopo l’euforia per il cessate il fuoco, ieri i mercati finanziari hanno vissuto una giornata sull’altalena: prima appesantiti dai dubbi sulla fragilità della tregua e la mancata riapertura di Hormuz, poi di nuovo incoraggianti dall’avvio dei colloqui tra Israele e Libano. Risalito oltre i 100 dollari a metà giornata, quando le prospettive negoziali apparivano traballanti, il petrolio ha infatti ripiegato sotto quella soglia psicologica, non lontano da dove era partito (Brent a 96,5). Mentre Wall Street, dopo un inizio incerto, ha chiuso in positivo di mezzo punto. Leggero negativo (con l’esclusione di Milano, +0,5%) per le Borse europee, che per questioni di fuso non hanno fatto in tempo a registrare gli ultimi sviluppi di giornata. L’indice Vix che misura la volatilità, anche detto “termometro della paura”, ha continuato a precipitare fin sotto i 20 punti, a livelli ordinari.
Le cicatrici dell’Fmi
Resta però una situazione di estrema incertezza, in cui basta un tweet a inverti…
ROMA – Dopo l’euforia per il cessate il fuoco, ieri i mercati finanziari hanno vissuto una giornata sull’altalena: prima appesantiti dai dubbi sulla fragilità della tregua e la mancata riapertura di Hormuz, poi di nuovo incoraggianti dall’avvio dei colloqui tra Israele e Libano. Risalito oltre i 100 dollari a metà giornata, quando le prospettive negoziali apparivano traballanti, il petrolio ha infatti ripiegato sotto quella soglia psicologica, non lontano da dove era partito (Brent a 96,5). Mentre Wall Street, dopo un inizio incerto, ha chiuso in positivo di mezzo punto. Leggero negativo (con l’esclusione di Milano, +0,5%) per le Borse europee, che per questioni di fuso non hanno fatto in tempo a registrare gli ultimi sviluppi di giornata. L’indice Vix che misura la volatilità, anche detto “termometro della paura”, ha continuato a precipitare fin sotto i 20 punti, a livelli ordinari.
Le cicatrici dell’Fmi
Resta però una situazione di estrema incertezza, in cui basta un tweet a invertire gli umori. E resta anche, fin dall’inizio del conflitto, una certa disconnessione tra il relativo ottimismo dei mercati, che prezzano una risoluzione abbastanza rapida e indolore della crisi, e il maggiore pessimismo – o realismo – dell’economia – appunto – reale. Ieri è stata la direttrice generale del Fondo monetario, Kristalina Georgieva, a ribadire che il mondo sta vivendo una crisi nell’offerta di idrocarburi «di vasta portata» – sono spariti dal mercato circa il 13% del petrolio e il 20% del gas liquefatto provenienti dal Golfo – e che i suoi effetti a catena «continueranno nel tempo» lasciando «cicatrici permanenti».
Taglio alla crescita
Quanto profonde? Tutto dipende dalla durata del conflitto e dai danni che lascerà dietro, ha spiegato Georgieva, anticipando – senza spoilerare – le tradizionali previsioni economiche che il Fondo presenterà la prossima settimana ai Meeting di primavera. I suoi economisti hanno costruito tre scenari, uno di risoluzione relativamente breve della guerra, uno intermedio e uno in cui le quotazioni di gas e petrolio resteranno alte a lungo, producendo i temuti “effetti secondari” su prezzi e aspettative di inflazione (per il momento non mutate). Anche nello scenario migliore, ha detto l’economista bulgara, il Fondo ridurrà le attese di crescita per l’anno in corso, che senza questa guerra sarebbero invece state riviste al rialzo grazie alla spinta degli investimenti nella IA. Negli scenari peggiori, ovviamente, il taglio sarà ben più ampio.
“Sostegni mirati e temporanei”
Ma la parte più interessante del discorso di Georgieva è stata quella dedicata alla risposta dei governi, perché la direttrice dell’Fmi ha detto chiaro che uno shock di offerta come questo «non si può attraversare senza dolore», e che quindi «un aggiustamento (al ribasso, ndr) della domanda è inevitabile». Significa che i Paesi devono evitare misure unilaterali come i blocchi alle esportazioni. Ma soprattutto limitarsi a interventi di natura fiscale «temporanei e mirati ai più vulnerabili», evitando invece quelli universali che sosterrebbero artificialmente la domanda di prodotti energetici, impedirebbero ai prezzi di fare il loro lavoro e finirebbero per farli salire ancora di più. Diversi Paesi stanno in effetti adottando misure di risparmio energetico, ma Georgieva si è detta «preoccupata» per i tanti che hanno introdotto sostegni universali. Tra questi anche l’Itala, con il taglio delle accise sui carburanti.
Il rischio è che, nello scenario peggiore, politiche fiscali generose rendano ancora più difficile il lavoro delle Banche centrali, che per ora restano in modalità di attesa ma nel caso le aspettative di inflazione andassero fuori controllo, ha detto Georgieva, «dovrebbero intervenire con decisione aumentando i tassi».