MILANO – Nuovi dati sulla fuga dal private credit rilanciano i dubbi della comunità finanziaria sul mondo popolato dai fondi specializzati che raccolgono soldi (in gran parte dagli investitori istituzionali, ma sempre più anche dal retail) per prestarli direttamente alle società fuori dai tradizionali mercati regolamentati. Secondo il Financial Times i grandi portafogli (quelli degli investitori facoltosi del wealth management) hanno provato a riportare a casa 20,8 miliardi di dollari nel primo trimestre, preoccupati dall’evoluzione dello scenario: Apollo, Ares, Blackstone, Blue Owl e Kkr sono tra i titolari dei fondi che hanno registrato le maggiori richieste di riscatto (complessivamente gestiscono portafogli per 300 miliardi di dollari) e hanno soddisfatto soltanto poco più della metà delle richieste di rimborso ricevute.
Il fenomeno è ormai consistente: lunedì i titoli di Blue Owl Capital, ex fiore all’occhiello del private credit quotato in Borsa dal maggio 2021, hanno segnato il…
MILANO – Nuovi dati sulla fuga dal private credit rilanciano i dubbi della comunità finanziaria sul mondo popolato dai fondi specializzati che raccolgono soldi (in gran parte dagli investitori istituzionali, ma sempre più anche dal retail) per prestarli direttamente alle società fuori dai tradizionali mercati regolamentati. Secondo il Financial Times i grandi portafogli (quelli degli investitori facoltosi del wealth management) hanno provato a riportare a casa 20,8 miliardi di dollari nel primo trimestre, preoccupati dall’evoluzione dello scenario: Apollo, Ares, Blackstone, Blue Owl e Kkr sono tra i titolari dei fondi che hanno registrato le maggiori richieste di riscatto (complessivamente gestiscono portafogli per 300 miliardi di dollari) e hanno soddisfatto soltanto poco più della metà delle richieste di rimborso ricevute.
Il fenomeno è ormai consistente: lunedì i titoli di Blue Owl Capital, ex fiore all’occhiello del private credit quotato in Borsa dal maggio 2021, hanno segnato il minimo storico.
Minimi che continuano a interrogare gli addetti ai lavori sulla portata della crisi. I fondi specializzati sono partiti nelle loro campagne per sensibilizzare clienti e opinione pubblica, racconta il quotidiano della City, ma gli analisti vedono un quadro fosco. Morgan Stanley prevede che il tasso di insolvenza del settore salirà all'8% nel corso del prossimo anno dall'attuale 5%, data la sua elevata esposizione nei confronti delle società di software.
Anche Jamie Dimon, potente banchiere di JPMorgan, ha avvertito che le perdite per i finanziatori di aziende fortemente indebitate saranno superiori a quanto molti si aspettino.
In una recente nota di Scope Ratings si rimarcava come le caratteristiche del credito privato finora gli abbiano permesso di colmare il vuoto lasciato dalle banche quando queste avevano inasprito le condizioni di prestito dopo la crisi finanziaria del 2008. “Gli investitori ottenevano rendimenti e i debitori guadagnavano in rapidità, flessibilità e rapporto diretto con i finanziatori”, ricordano gli specialisti dell’agenzia. I tassi di insolvenza storici nel credito privato si sono attestati in media intorno al 2%-3%, in linea con i più tradizionali prestiti sindacati.
“Tuttavia, diversi indicatori segnalano oggi un deterioramento del credito”. Scope punta il dito, in prticolare, sulla quota di prestiti che utilizzano strutture di pagamento in natura (Pik, strumenti nei quali si possono capitalizzare gli interessi da versare, o pagare in beni e servizi, anziché cash): è salita all’11 per cento, rispetto al 5% circa registrato all’inizio del decennio. “È qui che gli standard del mercato pubblico assumono importanza. Secondo le metodologie delle agenzie di rating, il passaggio dagli interessi in contanti a quelli “in natura” viene spesso interpretato come un segnale di allarme per le difficoltà del mutuatario e, in determinate circostanze, potrebbe essere considerato un evento di default”. Se fossimo alla luce del sole, in sostanza, qualche spia in più sul cruscotto si sarebbe accesa: “La flessibilità associata al credito privato offre una maggiore liquidità, ma può mascherare i forti segnali di credito tipici dei mercati pubblici”, sintetizzano gli analisti. Concludendo con la domanda chiave, ossia se un mercato – opaco ma di dimensioni ormai rilevanti – “possa mantenere la fiducia degli investitori durante i periodi di stress senza le garanzie dei mercati pubblici”.