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L’alleato americano e le prime insofferenze dei paesi del Golfo

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Washington fornisce armi e apparati di sicurezza. Ma la crisi iraniana ora li sta spingendo a cooperare fra loro militarmente
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DOHA – Legate a doppio filo con Washington, ma esposte in prima linea alla violenza della reazione militare iraniana e adesso preoccupate per il loro futuro e quello della regione. Dopo oltre un mese di guerra con migliaia di missili e droni lanciati contro di loro, e poi una fragile tregua, le monarchie del Golfo devono fare i conti con il loro rapporto strategico con gli Stati Uniti. E il bilancio è negativo, anche se questo difficilmente significherà uno strappo.

Il legame tra le monarchie del Golfo e gli Usa

La dipendenza dei Paesi del Golfo dalla difesa americana è infatti prima di tutto nei numeri e nei meccanismi con cui comprano sicurezza. Attraverso il sistema Fms – vendite dirette governo-governo – Washington non fornisce solo armi, ma …

DOHA – Legate a doppio filo con Washington, ma esposte in prima linea alla violenza della reazione militare iraniana e adesso preoccupate per il loro futuro e quello della regione. Dopo oltre un mese di guerra con migliaia di missili e droni lanciati contro di loro, e poi una fragile tregua, le monarchie del Golfo devono fare i conti con il loro rapporto strategico con gli Stati Uniti. E il bilancio è negativo, anche se questo difficilmente significherà uno strappo.

Il legame tra le monarchie del Golfo e gli Usa

La dipendenza dei Paesi del Golfo dalla difesa americana è infatti prima di tutto nei numeri e nei meccanismi con cui comprano sicurezza. Attraverso il sistema Fms – vendite dirette governo-governo – Washington non fornisce solo armi, ma pacchetti completi che includono addestramento, manutenzione e gestione operativa. Oggi, così, l’Arabia Saudita ha oltre 100 miliardi di dollari di forniture e ordini in corso, gli Emirati circa 29 miliardi, il Qatar 25, il Kuwait quasi 20, mentre Bahrain e Oman hanno programmi più piccoli ma comunque legati agli Stati Uniti. Si tratta soprattutto di sistemi di difesa aerea, caccia, missili e tecnologie di sorveglianza. A questa dipendenza industriale si aggiunge quella sul terreno: la Quinta Flotta Usa in Bahrain, la base di Al Udeid in Qatar, le installazioni in Kuwait, Emirati e Arabia Saudita fanno del Golfo una rete militare integrata sotto comando americano. I Paesi del Golfo, insomma, non comprano solo armi: comprano accesso a un sistema di sicurezza che senza gli Stati Uniti faticherebbe a funzionare.

Ma qualcosa si è incrinato. A dimostrarlo anche le dichiarazioni tiepidissime arrivate dall’area dopo il cessate il fuoco e l’insistenza sulla necessità di un nuovo assetto stabile per la regione. L’Arabia Saudita, notoriamente il più duro avversario dell’Iran nel Golfo, chiede una «pacificazione sostenibile», il Kuwait una «soluzione permanente», mentre gli Emirati Arabi — tra i paesi colpiti dai missili iraniani — hanno alzato la voce, con il ministro degli Esteri Abdullah bin Zayed: «Non ci faremo ricattare dai terroristi». Il Qatar, pur di norma meno duro con Teheran, già chiede riparazioni per i danni subiti. Unica voce dissonante quella dell’Oman, trattativista a oltranza e risparmiato dal fuoco di Teheran, che chiede la fine immediata delle ostilità. Parole, insomma, ben diverse da quelle trionfalistiche usate dalle propagande Usa e iraniane che da entrambi i lati parlano di grande vittoria.

Il nodo petrolio e gas

Posizioni così fredde sul cessate il fuoco sono prima di tutto una questione di petrolio e gas: un Iran in ginocchio ma non domato, e soprattutto un Iran che si avvicina pericolosamente al controllo di fatto dello Stretto di Hormuz, è un’ipoteca inaccettabile sul futuro delle esportazioni energetiche. Ma c’è anche dell’altro: in questi anni i paesi dell’area stanno cercando di diversificare le loro economie, puntando in sostanza su turismo, tecnologia, servizi finanziari, proprio per staccarsi dal modello estrattivo. Un quadro regionale di conflitto, o comunque di tensione, colpisce al cuore il successo di standard internazionali – vedi Doha o Dubai – che parevano consolidati e garantiti e invece scoprono di non esserlo.

Nelle conversazioni con esponenti governativi dell’area, poi, l’insofferenza per la tattica Usa – l’attacco deciso senza informare gli alleati, ma anche il cessate il fuoco che lascia bloccato Hormuz e incerto il suo futuro – emerge senza filtri. Il patto incrinato con lo storico alleato americano – da qui il petrolio e le basi militari, da là la protezione – apre una fase in cui i paesi del Golfo potrebbero non accettare più di essere semplici anfitrioni del potere statunitense nella regione.

Un’alleanza regionale

Il primo passo potrebbe essere una spinta sulla cooperazione militare nel Gcc, il Consiglio di cooperazione del Golfo. I Paesi non hanno uno “scudo spaziale” integrato, ma come spiega Rashid Al-Mohanadi, del Middle East Council on Global Affairs qatarino, «il Gcc ha sostenuto in questo periodo migliaia di attacchi con missili e droni, mantenendo allo stesso tempo una vita normale. Questo mostra che il sistema funziona». Una cooperazione che parte dal basso e dal campo è l’inizio, ma non può far dimenticare alcune differenze di fondo – sulla questione iraniana, ma anche sugli interessi strategici legati prima di tutto alla sicurezza delle esportazioni di gas e petrolio – dei tre principali attori del Gcc, ossia Arabia Saudita, Emirati e Qatar.

Anche gli Usa sono consapevoli che i nuovi scenari potrebbero cambiare le alleanze nel Golfo: «Un cessate il fuoco instabile o temporaneo potrebbe spingere i paesi del Gcc ad approfondire per necessità i legami reciproci e quelli con gli Stati Uniti o con altri attori», notava due settimane fa un rapporto del servizio studi del Congresso Usa. Se i legami con gli Usa appaiono difficilmente recidibili, quelli con partner fuori dall’area – Europa in primis – potrebbero aumentare. Due visite di Stato nell’area in una settimana, prima Giorgia Meloni e poi il premier britannico Keir Starmer, sono anche un segnale che se qualcosa si muoverà sul piano delle alleanze, un pezzo di Occidente in ordine sparso ha intenzione di contare di più.

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