ROMA – «La politica riempie i vuoti. Sono quindici anni che si fanno memorandum e protocolli senza che accada nulla: non stupisce che ora il governo Meloni voglia intervenire. Ma attenzione a come si mette a terra la delega: il rischio di farlo senza le parti sociali, basandosi su criteri scivolosi come i contratti “più applicati” o l’“equivalenza”, è quello di legittimare lo shopping contrattuale. La realtà è che le retribuzioni italiane sono sotto del 6,8% rispetto al 2021. Le famiglie hanno tenuto, ma lavorando di più: di fatto quasi venti giorni “gratis” all’anno per guadagnare uguale. Se la guerra spingesse di nuovo l’inflazione, stavolta non avremmo paracadute. Non potremo più compensare con un aumento delle ore di lavoro».
Andrea Garnero, economista dell’Ocse, analizza il momento delicato che precede le mosse del governo sul lavoro. Tra il decreto del Primo maggio e le polemiche sulla legge delega, il sistema della contrattazione italiana è a un bivio.
Il governo punta sulla de…
ROMA – «La politica riempie i vuoti. Sono quindici anni che si fanno memorandum e protocolli senza che accada nulla: non stupisce che ora il governo Meloni voglia intervenire. Ma attenzione a come si mette a terra la delega: il rischio di farlo senza le parti sociali, basandosi su criteri scivolosi come i contratti “più applicati” o l’“equivalenza”, è quello di legittimare lo shopping contrattuale. La realtà è che le retribuzioni italiane sono sotto del 6,8% rispetto al 2021. Le famiglie hanno tenuto, ma lavorando di più: di fatto quasi venti giorni “gratis” all’anno per guadagnare uguale. Se la guerra spingesse di nuovo l’inflazione, stavolta non avremmo paracadute. Non potremo più compensare con un aumento delle ore di lavoro».
Andrea Garnero, economista dell’Ocse, analizza il momento delicato che precede le mosse del governo sul lavoro. Tra il decreto del Primo maggio e le polemiche sulla legge delega, il sistema della contrattazione italiana è a un bivio.
Il governo punta sulla delega per i salari minimi basata sui contratti “maggiormente applicati”. Perché la preoccupa?
«Un criterio puramente numerico può rivelarsi un boomerang. Sappiamo che esiste già una forte fluidità nell’uso dei Ccnl: alcune imprese scelgono il contratto che costa meno, non il più dignitoso. Una norma simile rischierebbe di legalizzare lo shopping contrattuale, dando valore legale proprio a quei contratti che si vogliono combattere. Si potrebbe addirittura rendere prevalente un contratto pirata solo perché molto diffuso. Non mi risultano criteri simili in altri Paesi Ocse: lì la rappresentanza si misura su iscritti ed elezioni».
Il sottosegretario Durigon suggerisce il criterio dell’“equivalenza”. È una soluzione solida?
«Il concetto ha senso in teoria, ma non ovvio da applicare. Come si calcola l’equivalenza? Non è solo una cifra salariale. Bisogna quantificare tutele, maternità, permessi. Ridurre tutto a un’unica cifra per stabilire se un contratto è equivalente a quello “leader” rischia di lasciare margini di opacità enormi, dove il dumping continuerebbe a proliferare sotto nuove forme».
Cgil, Cisl e Uil, ma anche le imprese, sono sul piede di guerra. Si può riformare il mercato del lavoro contro le parti sociali?
«Le riforme delle relazioni industriali che funzionano meglio sono quelle condivise. Se una norma viene percepita come un’intrusione esterna, le parti finiranno per ignorarla. Tuttavia, sindacati e imprese devono farsi un esame di coscienza: questo intervento arriva perché per anni si è lasciato un vuoto in cui si erano già infilati magistratura ed enti locali».
L’Italia resta il fanalino di coda dell’area Ocse per i salari. È solo colpa dell’inflazione?
«Scontiamo un ritardo strutturale in termini di produttività, ma anche di reattività del sistema di contrattazione. E più si cumula ritardo, più il gap diventa incolmabile. Solo i metalmeccanici hanno una clausola di recupero. Altrove si è rinnovato ben sotto l’inflazione. Persino i contratti “leader” a volte non proteggono: il caso dei vigilanti, con paghe da fame bocciate dalle procure, dimostra che il sistema non tiene più il passo».
Lei parla spesso di una contrattazione troppo rigida. Cosa intende?
«Il sistema è rimasto identico per 70 anni: fino a poco tempo fa c’erano ancora contratti che prevedevano la figura della “dattilografa”. Ma il problema è anche geografico: un contratto unico da Merano a Lampedusa non riflette l’eterogeneità della nostra economia. Dalla crisi finanziaria abbiamo assistito a un’“aziendalizzazione” dei contratti nazionali: testi che nascono solo per cercare flessibilità al ribasso. Dobbiamo passare da una “centralizzazione disorganizzata”, dove comanda il più furbo, a una “decentralizzazione organizzata”».
In cosa consiste questo modello nordico?
«Il contratto nazionale deve definire un “corridoio” di minimi e massimi, lasciando margini di aggiustamento a livello aziendale o territoriale. Questo permetterebbe di adattare i salari al costo della vita locale o alla produttività reale. Oggi l’incentivo a rinegoziare per le piccole imprese è scarso perché si può fare solo al rialzo: con una flessibilità controllata, ne beneficiano tutti».
Sui redditi familiari i numeri sembrano meno drammatici. È un’illusione?
«Il reddito ha tenuto perché le famiglie hanno lavorato di più. Ma gli interventi sul “netto” – dalle decontribuzioni agli 80 euro – arrivano al limite. I costi e le distorsioni nel sistema fiscale sono importanti e comunque non risolvono il problema della povertà delle pensioni future».