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Argirò (Elettricità futura): “Il gas ci espone a tutte le crisi, acceleriamo sulle rinnovabili”

Giuseppe Argirò, amministratore delegato del Gruppo Cva, vicepresidente di Elettricità futura e autore del saggio “Energy Shock” 

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Il manager del settore energetico commenta il nuovo schock energetico provocato dalla guerra contro l’Iran: “Sia per la sicurezza nazionale che per la competitività serve una strategia che spinga l’elettrificazione di generazione e consumi. Invece al momento stiamo rallentando”
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ROMA – «Il gas non può restare l’elemento centrale del nostro mix energetico altrimenti continueremo ad essere esposti ad altri shock geopolitici», dice Giuseppe Argirò, amministratore delegato del Gruppo Cva, tra i maggiori operatori italiani delle rinnovabili, vicepresidente di Elettricità futura e autore del saggio “Energy Shock”. «Sia per la sicurezza nazionale che per la competitività dell’industria serve una strategia che acceleri l’elettrificazione».

Ora tra Stati Uniti e Iran è tregua. Lo shock energetico provocato dalla mancanza di forniture dal Golfo può rientrare in tempi brevi?

«Tutti auspichiamo sorprese positive ma almeno per ora la tregua pare fragile ed è probabile che la tensione ai protragga. Questa crisi però non ha …

ROMA – «Il gas non può restare l’elemento centrale del nostro mix energetico altrimenti continueremo ad essere esposti ad altri shock geopolitici», dice Giuseppe Argirò, amministratore delegato del Gruppo Cva, tra i maggiori operatori italiani delle rinnovabili, vicepresidente di Elettricità futura e autore del saggio “Energy Shock”. «Sia per la sicurezza nazionale che per la competitività dell’industria serve una strategia che acceleri l’elettrificazione».

Ora tra Stati Uniti e Iran è tregua. Lo shock energetico provocato dalla mancanza di forniture dal Golfo può rientrare in tempi brevi?

«Tutti auspichiamo sorprese positive ma almeno per ora la tregua pare fragile ed è probabile che la tensione ai protragga. Questa crisi però non ha ancora generato un vero shock come fu con il gas russo».

In che senso?

«Uno shock energetico è un evento macroeconomico in cui i rincari si scaricano su costi di produzione e poi sui prezzi, generando politiche monetarie restrittive . L’attuale crisi di approvvigionamento non è ancora a quei livelli, anche se avrà in ogni caso conseguenze che dureranno mesi e la carenza di prodotti raffinati come cherosene e fertilizzanti è già un grosso problema».

Fatto sta che quattro anni dopo il divorzio dal gas russo l’Europa e l’Italia si trovano di nuovo in mezzo a una crisi geo-energetica. Perché?

«L’Europa è esposta a queste crisi, sempre più frequenti e sempre più gravi, prima di tutto per l’indisponibilità di materie prime. L’Italia poi è tra i Paesi più esposti perché è la seconda manifattura europea e perché è il Paese più dipendente dalle fonti fossili nel suo mix energetico. Un terzo del gas che importiamo serve per produrre elettricità e garantisce ancora metà della generazione».

Sostituire con la Russia con altri fornitori – Qatar, Algeria, Stati Uniti – e investire in infrastrutture legate al gas è una strategia che ci ha consegnato ad altre dipendenze?

«Ridurre la dipendenza dai fossili importati è una questione di sicurezza nazionale, e lo si può ottenere da un lato elettrificando i consumi, da quelli domestici alla mobilità, e dall’altro modificano il mix di produzione, quindi accelerando l’installazione di rinnovabili, accumuli e gli investimenti nella rete. Oggi le rinnovabili sono la migliore fonte in termini di costo. Il gas servirà ancora ma deve essere visto come un’infrastruttura di accompagnamento».

Invece l’installazione di rinnovabili rallenta, ben sotto i livelli necessari a raggiungere gli obiettivi al 2030. E il governo ha introdotto ulteriori paletti, per esempio con il decreto Agricoltura.

«Ci sono norme che considero sbagliate ma il vero punto è che la governance dell’energia è frammentata, divisa tra Stato e regioni, cosa che crea complessità e rallenta le autorizzazioni. Serve una presa di consapevolezza sul fatto che si tratti di una priorità di sicurezza e competitività, quindi una regia centrale che subordini ogni intervento a questa priorità».

Il decreto Energia vuole togliere il costo degli Ets agli impianti termoelettrici e spostarlo a valle, in modo da far scendere il prezzo all’ingrosso. Rischia di rendere le rinnovabili meno competitive?

«Credo che in una condizione di emergenza, per abbassare i costi, il governo non potesse che provare a intervenire sulla componente gas, e anche se l’Europa ci autorizzasse a eliminare del tutto l’Ets con gli attuali prezzi del metano le rinnovabili resterebbero competitive. Serve però nel contempo accelerare la loro penetrazione, semplificando e programmando con regolarità le aste del FerX, altrimenti avremmo fatto un intervento parziale che – da solo – rischia di incidere negativamente sul mix energetico».

Lei parla di sicurezza nazionale, ma secondo alcuni la transizione ci consegna nella mani della Cina, che domina le filiere greentech. Il ricatto che oggi fa l’Iran con Hormuz lo potrà fare domani Pechino con le batterie?

«Trovo l’obiezione sbagliata. Un conto è la necessità di forniture quotidiane che pongono gas e petrolio, un altro la fornitura di un impianto cinese, che una volta acquistato e installato poi genera energia per 30 anni».

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