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Il Primo maggio dei contratti “pirata”

(ansa)

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Le misure del governo contro i salari poveri: sgravi e bonus senza coperture. E i sindacati, riuniti, dicono no ad accordi al ribasso
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ROMA – Un “pagherò” sul futuro per coprire un presente di scontro totale. La strategia del governo Meloni per il prossimo Primo maggio prende forma in una bozza di decreto legislativo in sedici articoli che Repubblica ha potuto visionare. È un testo che, per ora, va maneggiato con la prudenza che si deve ai documenti ancora suscettibili di limature, ma che già oggi appare come il tentativo di comporre un puzzle impossibile: dare una risposta al lavoro povero senza scontentare le sigle sindacali amiche, ma finendo per irritare tutti gli altri. Giovedì in Parlamento, la premier Giorgia Meloni è stata chiara: «In vista della Festa dei lavoratori vareremo ulteriori regole per combattere il lavoro povero, rafforzando i diritti attraverso la contrattazione collettiva».

ROMA – Un “pagherò” sul futuro per coprire un presente di scontro totale. La strategia del governo Meloni per il prossimo Primo maggio prende forma in una bozza di decreto legislativo in sedici articoli che Repubblica ha potuto visionare. È un testo che, per ora, va maneggiato con la prudenza che si deve ai documenti ancora suscettibili di limature, ma che già oggi appare come il tentativo di comporre un puzzle impossibile: dare una risposta al lavoro povero senza scontentare le sigle sindacali amiche, ma finendo per irritare tutti gli altri. Giovedì in Parlamento, la premier Giorgia Meloni è stata chiara: «In vista della Festa dei lavoratori vareremo ulteriori regole per combattere il lavoro povero, rafforzando i diritti attraverso la contrattazione collettiva».

Caos normativo e politico

Dietro questa formula rassicurante si nasconde però un caos normativo e politico che dura da giorni. Il nodo resta la traduzione pratica di quel salario «giusto ed equo» previsto dalla delega di settembre. Nella bozza, la definizione di salario minimo meloniano è talmente larga da risultare opaca: la retribuzione è quella stabilita dalla contrattazione «negoziata tra datori e organizzazioni di lavoratori». Una dicitura che omette l’aggettivo chiave — “maggiormente rappresentativi” — e che rischia di spalancare le porte del diritto ai contratti “pirata”, quelli firmati da sigle fantasma che garantiscono paghe da fame.

I contratti equivalenti

Proprio su questo punto la tensione è esplosa. Il sottosegretario al Lavoro, il leghista Claudio Durigon, nei giorni scorsi aveva lanciato la provocazione su Repubblica, citando l’articolo 39 della Costituzione contro il «monopolio» dei grandi sindacati e introducendo il concetto di “equivalenza” contrattuale. Una linea che ha provocato un terremoto nella Cisl di Daniela Fumarola. Il sindacato cattolico, finora il più dialogante con Palazzo Chigi, ha alzato il muro: «Giù le mani dalla buona contrattazione», ha avvertito Fumarola sempre su queste colonne, denunciando come la competizione al ribasso sui salari medi possa costare ai lavoratori fino a seimila euro l’anno rispetto ai contratti leader. Cgil dice che se il governo va avanti così «legalizza il dumping».

La buona contrattazione

Il malumore non è solo sindacale. Il fronte della “buona contrattazione” vede schierate anche le imprese. Confindustria, Confcommercio e Confesercenti sono arrivate a boicottare i tavoli del ministero del Lavoro pur di non sedersi accanto a organizzazioni che firmano accordi al ribasso. Un cortocircuito che ha costretto la ministra Marina Calderone a cancellare le convocazioni. Ma la vera sorpresa della bozza visionata da Repubblica riguarda le coperture. Il decreto somiglia a una mezza manovra di bilancio anticipata, ma con una particolarità: è un decreto senza denari immediati. Ben otto bonus tra vecchi e nuovi vengono resi strutturali, dai premi di produttività detassati al welfare aziendale, ma i finanziamenti sono rimandati alla legge di bilancio 2027 e ai «successivi provvedimenti di finanza pubblica». Si promette oggi quello che si pagherà tra un anno o due.

I bonus da confermare

Tra le misure spicca la detassazione al 5% sui rinnovi contrattuali (per redditi fino a 33mila euro) e quella al 15% per il lavoro notturno e festivo. I premi di produttività all’1%. Sul fronte del welfare, l’esenzione fiscale per i fringe benefit salirebbe a tremila euro per tutti. Poi un nuovo credito d’imposta al 20% fino a duemila euro per le aziende che erogano benefit per la natalità: asili nido, babysitter e borse di studio. E 500 euro esentasse a dipendente, se versate dal datore alla sanità integrativa. Per tentare di placare l’ira dei confederali sulla perdita di potere d’acquisto, la bozza introduce anche un meccanismo “punitivo” per accelerare i rinnovi. Se un contratto scade e non viene siglato il rinnovo entro sei mesi, scatta un’indennità automatica pari al 30% dell’inflazione programmata, che sale al 60% dopo un anno di vacanza. Un cerotto che difficilmente basterà a sanare la ferita aperta con Cgil, Cisl e Uil.

La battaglia sul salario minimo

In questo scenario, il decreto del Primo maggio appare come un’operazione politica di contenimento. Da un lato c’è la necessità di Meloni di “spiazzare” l’opposizione che proprio in questi giorni ha rilanciato in commissione Lavoro alla Camera la proposta di legge sul salario minimo a 9 euro l’ora, supportata da oltre 600mila firme. Dall’altro c’è l’esigenza di tenere unito il centrodestra, con la Lega di Durigon che preme per legittimare sigle come Ugl, Confsal, Cisal a costo di incrinare i rapporti con i corpi intermedi storici.

Il risultato è un pacchetto “di tutto un po’”, dove la centralità della contrattazione viene sbandierata a parole, ma messa a rischio nei fatti da formulazioni ambigue. Se la filosofia del governo è quella di delegare ai privati la definizione della paga minima, il rischio è che, senza paletti sulla rappresentanza, la “competizione” evocata da Durigon diventi una corsa al ribasso. Il clima sociale è ai minimi termini. Il Primo maggio del governo rischia di nascere sotto il segno di una tregua finita e di una pioggia di promesse ancora tutte da finanziare.

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