Kammer (Fmi): “Dalla guerra in Iran l’Italia rischia quasi un punto di Pil”
dal nostro inviato Paolo MastrolilliWASHINGTON – L’Italia rischia la recessione, se gli scenari peggiori della guerra in Iran diventeranno realtà. Si capisce dalle previsioni che fa in questa intervista con Repubblica Alfred Kammer, direttore dell’European department dell’Fmi: «La stima meno severa riduce il Pil dello 0,5%, quella peggiore 0,9».
Quali effetti sta avendo l’Iran sull’economia europea?
«Prima della guerra preparavamo un aggiornamento positivo della crescita. La ripresa procedeva come previsto e lo slancio era un po’ più forte. L’impatto sull’area euro è una perdita cumulativa di produzione in due anni pari a 0,5 punti percentuali e l’Italia è in questa media. L’effetto si manifesta attraverso due canali: uno è l’aumento dei prezzi dell’energia, l’altro è la riduzione della domanda e…
WASHINGTON – L’Italia rischia la recessione, se gli scenari peggiori della guerra in Iran diventeranno realtà. Si capisce dalle previsioni che fa in questa intervista con Repubblica Alfred Kammer, direttore dell’European department dell’Fmi: «La stima meno severa riduce il Pil dello 0,5%, quella peggiore 0,9».
Quali effetti sta avendo l’Iran sull’economia europea?
«Prima della guerra preparavamo un aggiornamento positivo della crescita. La ripresa procedeva come previsto e lo slancio era un po’ più forte. L’impatto sull’area euro è una perdita cumulativa di produzione in due anni pari a 0,5 punti percentuali e l’Italia è in questa media. L’effetto si manifesta attraverso due canali: uno è l’aumento dei prezzi dell’energia, l’altro è la riduzione della domanda esterna. Quanto all’inflazione, prevediamo un aumento di 0,6 punti in media, in tutta l’area euro. Il problema è che siamo ancora in guerra e c’è un’alta incertezza».
Cosa significa?
«Secondo lo scenario più grave, le perdite di produzione nell’area euro sarebbero pari allo 0,9% quest’anno e allo 0,8 il prossimo».
La soluzione dipende solo dalla guerra o anche dalle decisioni economiche dei Paesi?
«Principalmente dalla guerra, ma le cose possono peggiorare se i paesi smettono di coordinarsi e impongono controlli sulle esportazioni. Non si tratta solo di petrolio e gas, ma anche prodotti specialistici e fertilizzanti. L’altro aspetto è la risposta fiscale. Suggeriamo di non distorcere il price signal, concentrando il sostegno sulle componenti più vulnerabili della popolazione e evitando sussidi non mirati. Insistiamo perché lo spazio fiscale in Europa è limitato e avremo ulteriori pressioni sulla spesa entro il 2040 attraverso difesa, invecchiamento, salute e trasformazione delle economie, pari al 5% del Pil».
Cosa devono fare le banche centrali?
«La notizia positiva è che prima della guerra la Bce era in buona posizione. L’economia europea era nel target, come il divario di produzione e l’inflazione. Quindi la banca centrale può osservare come si sviluppa la guerra e poi vedere in che scenario ci troviamo e cosa fare. Per quest’anno ci aspetteremmo ancora un aumento di 50 punti base del tasso nominale».
Si discute di interrompere per il 2027 il bando del gas russo.
«Le importazioni di energia sono una grande vulnerabilità dell’Europa, ma conta che avanzi con fermezza sul Green deal e attui la transizione energetica, senza mettere in pausa il sistema di scambio delle emissioni. Perché alla fine di questo processo l’Europa farà affidamento sulle proprie risorse energetiche, eliminando la grande vulnerabilità che ha a causa degli shock energetici. Decarbonizzerà il mix portando a un’energia accessibile, che ora costa due-tre volte in più rispetto agli Usa influendo sulla competitività».
Cosa deve fare l’Italia?
«Qualunque intervento va attuato con molta attenzione per limitare ciò che richiede dal punto di vista del bilancio. L’Italia non ha margine fiscale. Il governo negli ultimi anni è stato molto serio, lo abbiamo visto nelle riduzioni dello spread. Deve continuare. Non vuoi che il mercato ti dica che il tuo bilancio è troppo lascivo e non hai margine finanziario, perché ciò è costoso. Poi la questione principale per l’Italia non è il problema fiscale, ma crescita e produttività».
Il recovery plan finirà a giugno, ne serve uno nuovo?
«Sì, proseguire con le riforme strutturali sarebbe estremamente vantaggioso».
Quali?
«Tagliare i red tape, la burocrazia. Poi il sistema educativo, perché guardando al futuro le competenze diventeranno più importanti e servirà una forza lavoro più formata. Ciò aiuterà a creare un clima favorevole agli investimenti privati nelle tecnologie di frontiera».
Il rapporto tra deficit e Pil però resta al 3,1%.
«I dati non sono definitivi, so che il ministro spera ancora di scendere sotto il 3% per poter uscire dalla procedura di deficit eccessivo. Lo sforzo di aggiustamento fiscale è stato un grande successo e ha aiutato sui mercati».