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Lovaglio: “Non lascerò Siena”. La rimonta costruita tra azionisti e politici

Luigi Lovaglio (ansa)

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Il banchiere ha sfruttato i rapporti con i grandi fondi e il canale aperto con Giorgetti che lo aveva voluto in quel ruolo
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SIENA – La casa che affitta, affacciata su Piazza del Campo, non l’aveva lasciata. Nemmeno nei giorni più bui, quando il 4 marzo il cda della banca da lui ripresa per i capelli chiudendo sul filo la ricapitalizzazione 2022 si era “dimenticato” di inserirlo nei 20 nomi per il rinnovo.

O quando, due settimane dopo, i consiglieri con cui era in rotta da mesi ne votavano il licenziamento, per la rottura del patto di fiducia dopo l’ingaggio nella lista rivale di Plt Holding.

Ieri si è capito meglio perché Luigi Lovaglio non aveva mai lasciato Siena, dove vive solo da quattro anni in modalità casa-banca (tendenzialmente in banca, raccontano i suoi colleghi). «Lavorerò fino al 15», diceva a tutti masticando amaro. E così ha fatto, il banchiere lucano cresciuto nell’Unicredit di Alessandro Profumo, per lo più in Polonia.

Quadruplicati in 4 anni

Da una parte, ha ripercorso i rapporti con gli investitori, molti dei quali malgrado le recenti disavventure lo vedono come il risanatore del Monte e …

SIENA – La casa che affitta, affacciata su Piazza del Campo, non l’aveva lasciata. Nemmeno nei giorni più bui, quando il 4 marzo il cda della banca da lui ripresa per i capelli chiudendo sul filo la ricapitalizzazione 2022 si era “dimenticato” di inserirlo nei 20 nomi per il rinnovo.

O quando, due settimane dopo, i consiglieri con cui era in rotta da mesi ne votavano il licenziamento, per la rottura del patto di fiducia dopo l’ingaggio nella lista rivale di Plt Holding.

Ieri si è capito meglio perché Luigi Lovaglio non aveva mai lasciato Siena, dove vive solo da quattro anni in modalità casa-banca (tendenzialmente in banca, raccontano i suoi colleghi). «Lavorerò fino al 15», diceva a tutti masticando amaro. E così ha fatto, il banchiere lucano cresciuto nell’Unicredit di Alessandro Profumo, per lo più in Polonia.

Quadruplicati in 4 anni

Da una parte, ha ripercorso i rapporti con gli investitori, molti dei quali malgrado le recenti disavventure lo vedono come il risanatore del Monte e dei suoi titoli, quadruplicati in quattro anni.

Ma il network che Lovaglio ha riacceso nell’ultimo mese - dice chi lo conosce bene - è anzitutto istituzionale e politico. Quel canale con il ministro Giancarlo Giorgetti, che lo volle a Siena quando era il Tesoro a comandare (anche se ieri il Tesoro, cui resta un 4,86%, ha disertato l’assemblea). I buoni rapporti con Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Palazzo Chigi, mai sopiti.

E l’asse manageriale con Vittorio Grilli, presidente di Mediobanca che nel progetto di Lovaglio ha creduto fin dalla prima ora, nel gennaio 2025, quando era advisor di Delfin con la casacca di Jp Morgan e vedette nella fusione tra la più commerciale delle banche italiane e la banca d’affari di Cuccia un prototipo di “Jp Morgan italiana”.

Le crepe con Caltagirone

E proprio l’integrazione stretta tra due realtà così diverse, che Lovaglio aveva voluto accelerare presentandola già nel piano 2030 approvato a febbraio dal cda Mps (prima di cacciarlo), aveva allargato le crepe nel rapporto con Caltagirone e con il management di Mediobanca, che avrebbe preferito restare quotato e più autonomo possibile da un banchiere vecchio stampo, che ha fama di accentratore e di decisionista.

Ora Lovaglio dovrà ripartire da dov’era rimasto quel 27 febbraio, illustrando un piano che ha promesso 16 miliardi agli azionisti, e la fusione totale con Mediobanca per spremere 700 milioni di sinergie.

Significativamente, a chi gli chiedeva ieri se il piano che prevede l’assemblea straordinaria per incorporare Piazzetta Cuccia verso l’estate sarà confermato o cambierà, ieri Lovaglio ha risposto: «Noi vogliamo essere protagonisti del sistema bancario italiano, con distribuzione di 16 miliardi di dividendi nei prossimi 5 anni e mantenendo una solidarietà patrimoniale che ci consenta di essere ancora protagonisti nel futuro».

Sette miliardi in Borsa

Una conferma di quanto aveva già detto: sul prossimo round di fusioni a cui il nuovo polo senese può aspirare: anche se per esserci servisse sacrificare una parte della quota in Generali, moneta di scambio da 7 miliardi in Borsa. «Generali continua a essere un nice to have, come ho sempre detto», ha ribadito ieri.

E da ieri, la prima fermata del nuovo risiko che verrà ha sempre più le fattezze di Banco Bpm: anche se per arrivarci andrà prima istradato il cantiere con Mediobanca, e sul fronte avverso andrà trovata una mediazione con le aspirazioni di Crédit Agricole, che ha approfittato del primo giro di risiko per salire oltre il 20 di Banco Bpm.

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