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L’economista Radjou: “La ricetta frugale anti-crisi”

L'economista Navi Radjou 
L’intervista al ricercatore, dal 2021 inserito da Thinkers50 tra i 50 pensatori di management più influenti al mondo: “L’Europa deve accelerare per ridurre le sue dipendenze”
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ROMA – Produzione locale ma conoscenza globalizzata: è la ricetta di Navi Radjou, teorico e consulente dell’economia frugale, ex ricercatore alla Business School di Cambridge, dal 2021 inserito da Thinkers50 tra i 50 pensatori di management più influenti al mondo. Economia frugale è anche il titolo del suo ultimo libro, che verrà pubblicato in Italia il 24 aprile da Egea.

La frugalità è tornata in auge in questi anni segnati dagli shock energetici. Può aiutarci a superare l’impatto della crisi?

«Sì, a patto che però si facciano delle scelte strutturali. Nel 2022, quando ci ritrovammo in una situazione di forte rincaro dei costi energetici per via della guerra in Ucraina, il governo francese introdusse il concetto di sobrietà energetica, venne chiesto a tutti di ridurre i consumi del 10 per cento. Il problema è che le aziende trovarono il modo di risparmiare energia, ma senza cambiare i processi, la catena del valore, i modelli di business. Quindi, una volta tolta la restrizione, sono …

ROMA – Produzione locale ma conoscenza globalizzata: è la ricetta di Navi Radjou, teorico e consulente dell’economia frugale, ex ricercatore alla Business School di Cambridge, dal 2021 inserito da Thinkers50 tra i 50 pensatori di management più influenti al mondo. Economia frugale è anche il titolo del suo ultimo libro, che verrà pubblicato in Italia il 24 aprile da Egea.

La frugalità è tornata in auge in questi anni segnati dagli shock energetici. Può aiutarci a superare l’impatto della crisi?

«Sì, a patto che però si facciano delle scelte strutturali. Nel 2022, quando ci ritrovammo in una situazione di forte rincaro dei costi energetici per via della guerra in Ucraina, il governo francese introdusse il concetto di sobrietà energetica, venne chiesto a tutti di ridurre i consumi del 10 per cento. Il problema è che le aziende trovarono il modo di risparmiare energia, ma senza cambiare i processi, la catena del valore, i modelli di business. Quindi, una volta tolta la restrizione, sono tornate a fare quello che facevano prima, e il termine “sobrietà” ha ripreso un’accezione negativa. Per questo quando si parla di economia frugale, aggiungo sempre la parola innovazione, per far capire che si tratta anche di innovare in modo diverso».

Cosa significa quindi essere frugali?

«La parola frugale viene dalla radice latina frug, che richiama il frutto, il fruttificare. Quindi non significa necessariamente ridurre i consumi, ma piuttosto valorizzare le risorse di cui disponiamo, anche quelle che non apprezziamo o non usiamo abbastanza. È qualcosa che in Europa dobbiamo iniziare a fare al più presto, per non essere più dipendenti dalle importazioni».

Ci sono già esperienze positive?

«Apple lo fa da dieci anni: analizza tutte le materie prime che utilizza e cerca di capire quali diventeranno scarse, o magari arrivano dalla Cina o da altri luoghi dai quali le forniture potrebbero essere interrotte. Anche in Italia ci sono molti esempi virtuosi, a cominciare dalle cooperative di comunità in Emilia Romagna , Regione che ha l’obiettivo di arrivare a emissioni zero al 2050. Se vogliamo diventare circolari, se vogliamo arrivare a zero emissioni, dobbiamo produrre localmente. L’Italia, in particolare, è già predisposta a farlo, molto più della Francia, dove ho vissuto per alcuni anni».

Perché?

«L’Italia è sempre stata decentralizzata, storicamente. Anche in Francia il concetto piace, ma è difficile metterlo in pratica, perché è tutto molto centralizzato».

In Francia ha avuto più successo la teoria della decrescita felice.

«Adesso sono tornato a vivere in India, dove, purtroppo, dobbiamo ancora migliorare il tenore di vita di milioni di persone, quindi abbiamo ancora bisogno della crescita, magari sostenibile, ma sempre crescita. E non si tratta solo dell’India: anche in Francia, tolta l’area intorno a Parigi, ci sono diverse regioni in sofferenza. Il 45% della popolazione non ha denaro sufficiente per acquistare prodotti per l’igiene personale: è scioccante, nella terra dei profumi».

Utilizzare risorse locali, quindi. E la globalizzazione? È finita?

«Io sono un indiano che ha vissuto anche in Francia e negli Stati Uniti: sono un cittadino globale, e credo nella globalizzazione delle idee, e della conoscenza, e sono anche per l’apertura agli immigrati. Ma utilizzare le risorse locali, anche attraverso l’aiuto dell’intelligenza artificiale, per trovare i materiali giusti, ci aiuta anche ad essere responsabili, perché se compriamo dalla Cina possiamo ignorare l’impatto ambientale, quando è lontano da noi».

L’IA può aiutarci, ma consuma moltissime risorse.

«Esiste già l’IA frugale, un movimento importante, che arriva dall’India, dall’Africa, dalla Cina, ma anche dall’Università di Cambridge. L’idea di fondo è quello di sviluppare l’IA in modo efficiente dal punto di vista energetico, con modelli specifici per settori, anche perché in Paesi come l’India non abbiamo il denaro per sviluppare grandi data center. Economia frugale significa anche produrre beni e servizi che la gente si possa permettere, riducendo i costi, e restituendo anche ai poveri dignità e opportunità».

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