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“Così chiudete la chimica italiana”. Lettera-denuncia di Landini a Urso

Maurizio Landini e Adolfo Urso

 

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Il segretario generale della Cgil accusa il ministro delle Imprese di “decisioni ambigue”. E parla di “rischi industriali e strategici”
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ROMA – La chimica di base muore. E Maurizio Landini scrive al ministro Adolfo Urso. Una lettera aperta con cinque domande che Repubblica ha potuto visionare. Riassunte da un unico interrogativo: «È questa la politica industriale del Paese?». Il documento è molto duro. Lo firma il leader Cgil, insieme al segretario generale della Filctem Marco Falcinelli. Inviato anche ai capigruppo di Camera e Senato, alle commissioni Industria e ai governatori di sei Regioni: Emilia Romagna, Lombardia, Puglia, Sardegna, Sicilia e Veneto.

La chiusura della lettera con le firme 

Le cinque domande

Landini chiede innanzitutto al ministro delle Imprese e del Made in Italy «cosa o chi le ha impedito di sostenere con Eni la necessità di mantenere operativi i cracking», ovvero i siti italiani di distillazione del petrolio, mentre il resto del mondo va in direzione opposta. Se abbia consapevolezza che l’Italia stia …

ROMA – La chimica di base muore. E Maurizio Landini scrive al ministro Adolfo Urso. Una lettera aperta con cinque domande che Repubblica ha potuto visionare. Riassunte da un unico interrogativo: «È questa la politica industriale del Paese?». Il documento è molto duro. Lo firma il leader Cgil, insieme al segretario generale della Filctem Marco Falcinelli. Inviato anche ai capigruppo di Camera e Senato, alle commissioni Industria e ai governatori di sei Regioni: Emilia Romagna, Lombardia, Puglia, Sardegna, Sicilia e Veneto.

La chiusura della lettera con le firme 

Le cinque domande

Landini chiede innanzitutto al ministro delle Imprese e del Made in Italy «cosa o chi le ha impedito di sostenere con Eni la necessità di mantenere operativi i cracking», ovvero i siti italiani di distillazione del petrolio, mentre il resto del mondo va in direzione opposta. Se abbia consapevolezza che l’Italia stia «volontariamente rinunciando alla propria autonomia industriale», mentre esplodono le tensioni sulle rotte energetiche e delle materie prime.

Perché «non ha promosso una soluzione alternativa, favorendo la cessione degli impianti a grandi operatori internazionali, invece di accompagnarne la chiusura». Se sia «consapevole dell’impatto occupazionale e per l’intero sistema degli appalti e dell’indotto» di queste scelte. E se abbia chiaro «che la chiusura di Brindisi e Priolo, a cui si aggiunge il rischio imminente sul polietilene, produrrà un effetto domino su Ferrara, Ravenna e Mantova, accelerando la dissoluzione dell’intera chimica di base italiana».

Le decisioni ambigue

La decisione di smantellare la capacità produttiva nazionale è definita «strategicamente irresponsabile». Landini accusa il ministro di «decisioni ambigue» che «continuano a esporre il nostro Paese a rischi industriali e strategici sempre più evidenti». Nel mirino c’è la data del 10 marzo 2025, quando Urso ha firmato il protocollo con Eni «che sancisce, nei fatti, la dismissione della chimica di base nel nostro Paese, affermando che tali produzioni non sarebbero più sostenibili in Europa». Una posizione che cozza con il «non-paper» sottoscritto dal ministro a livello Ue pochi giorni dopo: una «contraddizione non chiarita».

La chiusura dell’impianto a Brindisi

La lettera evidenzia poi un «elemento di estrema gravità»: la prossima scadenza dell’accordo — «che non abbiamo sottoscritto» — sulla chiusura dell’impianto di polietilene di Brindisi. Per Landini è un «colpo ulteriore e forse definitivo» che sta «accelerando la desertificazione industriale». L’accusa è che il governo stia esponendo l’Italia a una «dipendenza strutturale dall’estero», con il rischio concreto di diventare «l’unico grande Paese europeo privo di una propria chimica di base». Una scelta autolesionista, visto che «senza impianti di cracking l’Italia perderà anche la possibilità di sviluppare il riciclo della plastica».

Accordi opachi. Le responsabilità di Eni

Landini censura anche il metodo: la «gestione del confronto resta gravissima», segnata da una «stagione di accordi frammentati, opachi e privi di una regia pubblica chiara». Poi il passaggio su Eni. È «ancora più preoccupante», scrive, che un’azienda partecipata dallo Stato «dismetta la chimica e ostacoli possibili soluzioni industriali alternative, impedendo l’ingresso di grandi operatori internazionali interessati a investire nel mercato delle poliolefine». Una «strategia sbagliata e dannosa per il Paese».

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