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Cattani (Farmindustria): “Farmaci più cari, con Trump e la guerra produzione italiana a rischio”

Il presidente di Farmindustria Marcello Cattani 

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Per il presidente dell'associazione delle aziende di settore, “l’aumento dei costi può arrivare al 40%, siamo a un punto critico”
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ROMA – Da un lato i rincari causati dalla guerra in Medio Oriente. Dall’altro la spinta di Trump per ridurre i prezzi delle medicine. La farmaceutica italiana – prima industria nazionale per volume di esportazioni – affronta un doppio shock, spiega Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, associazione delle imprese del settore. «Siamo a un punto critico per la sostenibilità della produzione in Italia».

Le filiere della farmaceutica non passano da Hormuz. In che senso la guerra vi danneggia?

«Le nostre merci non passano da Hormuz e le materie critiche per la produzione viaggiano in aereo. Ma c’è un effetto indiretto importante. I principi attivi vengono da industrie energivore di Cina e India, e hanno avuto incrementi del 50%, l’allum…

ROMA – Da un lato i rincari causati dalla guerra in Medio Oriente. Dall’altro la spinta di Trump per ridurre i prezzi delle medicine. La farmaceutica italiana – prima industria nazionale per volume di esportazioni – affronta un doppio shock, spiega Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, associazione delle imprese del settore. «Siamo a un punto critico per la sostenibilità della produzione in Italia».

Le filiere della farmaceutica non passano da Hormuz. In che senso la guerra vi danneggia?

«Le nostre merci non passano da Hormuz e le materie critiche per la produzione viaggiano in aereo. Ma c’è un effetto indiretto importante. I principi attivi vengono da industrie energivore di Cina e India, e hanno avuto incrementi del 50%, l’alluminio per gli imballaggi del 120%. Dal 2022 i costi erano già cresciuti del 20% e ora si rischia di arrivare al 40, specie se questa crisi durasse».

Molti sono convinti che possa rientrare a breve. Troppo ottimisti?

«Lo scenario è instabile e incerto, ci attendiamo che la pressione sui costi prosegua almeno per le prossime settimane. Le imprese hanno scorte per due-tre mesi, poi vedremo gli effetti dei rincari».

I prezzi dei farmaci da banco potrebbero salire?

«Potrebbero. Quelli dei farmaci “etici” (con prescrizione, ndr) sono invece amministrati negoziati con l’Agenzia del farmaco. In quel caso i rincari saranno assorbiti dalle stesse imprese, che però dopo il terzo shock energetico in pochi anni sono a un punto di rottura».

I margini del settore sono sani, dicono le analisi.

«La farmaceutica è molto diversificata. Le aziende che investono molto e fanno innovazione hanno margini superiori, tante altre che producono farmaci tradizionali lavorano a margini bassi. La sostenibilità produttiva di farmaci molto diffusi ma poco valorizzati dal sistema sanitario - antibiotici e anticoagulanti, per l’ipertensione o il colesterolo - è a forte rischio. Se non reagiamo subito rischiamo di perdere la competizione con la Cina e gli Stati Uniti».

Per anni le case hanno venduto i farmaci a prezzi molto superiori negli Usa, ora Trump le obbliga ad uniformarli a quelli europei. Questo impatta più di Hormuz?

«Trump ha deciso di cambiare paradigma e ribilanciare i valori, chiedendo ai Paesi europei di alzare gli investimenti e contribuire in misura maggiore alla ricerca e allo sviluppo di nuovi farmaci. È una svolta da cui non si torna indietro».

E per rispondere a questo doppio shock voi chiedete che i sistemi sanitari europei paghino di più?

«Europa e Italia devono cambiare paradigma se non vogliono perdere gli investimenti di un’industria strategica, e la prima per saldo commerciale. Questo significa misurare il valore dei farmaci sulla loro efficacia, non seguire la logica del massimo sconto, ma anche rimuovere barriere come il “payback” (l’obbligo per le aziende di restituire la parte di fatturato che eccede un tetto di spesa regionale, ndr) e tutelare i brevetti, anziché indebolirli come vuole fare la Ue».

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