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“Sei troppo pessimista”. Meloni punge Giorgetti e chiede una mano all’Ue

(ansa)

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La battuta in consiglio dei ministri: “Un po’ di ottimismo, facciamo gli scongiuri”. L’idea è il modello Covid: non calcolare le spese di guerra
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ROMA – «A Giancà, e dai! Un po’ di ottimismo.. facciamo gli scongiuri». Da qualche settimana l’umore di Giorgia Meloni è un pendolo: rabbia a tratti, la trincea del romanesco per esorcizzare il caos. E così, quando in pieno consiglio dei ministri il titolare dell’Economia annuncia che la battaglia del 3% è perduta, tracciando scenari venati di «profondo pessimismo» e ammettendo che anche per il prossimo anno il traguardo è a forte rischio, la premier frena il suo ministro. Meglio non evocare lo sforamento in “solitaria” dei parametri di bilancio, è il messaggio a Giorgetti e al resto del gruppo, anche se tutti pensano che lì alla fine si arriverà. Perché lanciare in questa fase segnali del genere ai mercati significa, in potenza, soffiare sullo spread. Certo non può farlo lei, a poche ore dal Consiglio europeo informale che si apre oggi a Cipro. Sull’isola, la leader chiederà all’Europa di non calcolare come deficit le risorse che Roma dovrà investire per la guerra e la crisi energeti…

ROMA – «A Giancà, e dai! Un po’ di ottimismo.. facciamo gli scongiuri». Da qualche settimana l’umore di Giorgia Meloni è un pendolo: rabbia a tratti, la trincea del romanesco per esorcizzare il caos. E così, quando in pieno consiglio dei ministri il titolare dell’Economia annuncia che la battaglia del 3% è perduta, tracciando scenari venati di «profondo pessimismo» e ammettendo che anche per il prossimo anno il traguardo è a forte rischio, la premier frena il suo ministro. Meglio non evocare lo sforamento in “solitaria” dei parametri di bilancio, è il messaggio a Giorgetti e al resto del gruppo, anche se tutti pensano che lì alla fine si arriverà. Perché lanciare in questa fase segnali del genere ai mercati significa, in potenza, soffiare sullo spread. Certo non può farlo lei, a poche ore dal Consiglio europeo informale che si apre oggi a Cipro. Sull’isola, la leader chiederà all’Europa di non calcolare come deficit le risorse che Roma dovrà investire per la guerra e la crisi energetica. Insomma gli aiuti di Stato, modello Covid. Già è complesso strappare qualcosa dopo aver fallito l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione, figurarsi farlo minacciando strappi sui conti non concordati con Bruxelles.

Dal 3% bisogna ripartire. E dalla rabbia per aver fallito un traguardo indicato mesi fa come emblema della riscossa: in questo modo il governo si mostrerà solido, era la tesi, l’esecutivo potrà approfittare dei vantaggi. Palazzo Chigi si ritrova invece senza ombrello. Significa non poter approfittare delle concessioni di Safe, dover rallentare nel percorso di incremento delle spese militari, care a Trump. Vuol dire, soprattutto, dover affrontare una campagna elettorale – perché a questo già pensano tutti, nel cerchio magico meloniano – senza lo slogan sul 3%, con vincoli pesanti di bilancio e con il rischio concreto di uno scostamento o una manovra correttiva.

È un vicolo cieco, o comunque: un quadro complesso e in deterioramento. «Finora – è il senso dei ragionamenti del ministro dell’Economia – ci siamo mossi con misure tampone, ma non possiamo continuare così a lungo». Per questo, Giorgetti lascia intendere ai colleghi che in qualche modo Roma potrebbe dover sforare da sola, ma Meloni sparge cautela. Comunicativa, tattica. Il titolare di via XX settembre illustra ai ministri tre scenari per affrontare la crisi. Il primo, positivo: l’Europa comprende la portata della sfida e permette a tutti i partner di modificare gli obiettivi da raggiungere. Il secondo, accettabile: Bruxelles accetta di farlo soltanto per alcune capitali, a determinate condizioni. Il terzo, spingendosi in terreni inesplorati: l’Ue resta immobile e l’Italia valuterà autonomamente cosa fare, in base alle necessità.

Non è quello che Meloni può sostenere in pubblico, però. Perché è complesso chiedere alla Commissione europea di sospendere il Patto di stabilità, o immaginare soluzioni creative per gli Ets o gli extraprofitti, se poi si minacciano avventure sul terreno scivoloso del bilancio. Stasera, nel primo giorno del vertice a Ventisette, la leader sosterrà allora che è importante almeno lavorare sulla proposta di aiuti di Stato, in modo da renderli uno strumento accessibile anche a chi – come Roma – ha carenza di risorse. In altri termini: si trovi il modo di non computarli nei bilanci pubblici. Già in queste ore la premier sta cercando sponde nel continente.

È una strada in salita. Che genera frustrazione, ma anche rabbia. Anche in privato, si apprende, la premier non ha mancato di lamentarsi dell’Istat. Non ce l’ha con i suoi vertici, piuttosto con la struttura, erede a suo dire di altri equilibri politici di un’altra fase. All’istituto, questa è la tesi (per ora senza riscontri) che viene veicolata, non era stato chiesto di elaborare i dati a favore dell’esecutivo, ma di accompagnare l’esecutivo nel modo giusto nel percorso di rientro. Forse anche per questo, nel corso del cdm Giorgetti ha fatto sapere di aver trovato qualche «incongruenza» nei numeri certificati da Eurostat, annunciato l’intenzione di rianalizzare i numeri. Di fatto, un Var del 3%. Senza troppe speranze.

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