ROMA – Il decreto Primo maggio perde il salario «giusto ed equo», lascia fuori la rappresentanza e prova a salvare almeno una norma contro i rinnovi lumaca. Martedì alle 17 il provvedimento è atteso in Consiglio dei ministri: vale circa 800 milioni, tra risorse nazionali e fondi europei, ma le coperture sono ancora da chiudere. Dopo settimane di bozze, proteste e retromarce, il cuore del testo diventa la retroattività degli aumenti contrattuali: se il rinnovo di un contratto arriva in ritardo, gli incrementi scattano comunque dalla data di scadenza del vecchio.
Una proposta per rendere più cara la vacanza contrattuale, senza infilarsi nel terreno minato dei contratti più rappresentativi, dei contratti più applicati e del salario minimo legale. Anche perché proprio qui il governo si è fermato. Prima ha lasciato scadere, il 18 aprile scorso, la delega del 2025 sul salario «equo e giusto», nata dopo l’affossamento della proposta delle opposizioni sul salario minimo legale a 9 euro all’ora. Poi ha provato a recuperare nel decreto alcuni principi della delega. Tutti evaporati uno dopo l’altro.
Il pressing di imprese e sindacati
Il ripiegamento arriva dopo un pressing largo. Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto al governo di non esercitare la delega e di lasciare alle parti sociali il tavolo sulla rappresentanza. Confcommercio ha avvertito che un decreto avrebbe rischiato di intralciare il negoziato. Confindustria con il presidente Emanuele Orsini: «Non ci dobbiamo trovare con salari fatti per decreto». Annuiva Maurizio Landini, leader Cgil, giovedì sullo stesso palco: «Speriamo di chiudere un accordo entro l’estate o siamo a tempo scaduto per i rinnovi dei contratti in autunno».
Le misure per la sicurezza sul lavoro
Il secondo blocco del decreto riguarda la sicurezza sul lavoro. Diverse novità. La formazione obbligatoria dovrà essere certificata e caricata entro cinque giorni nel fascicolo del lavoratore, a carico del datore. Un fascicolo interoperabile con il Siisl, la piattaforma del ministero del Lavoro: meno corsi fantasma, più controlli. Sale anche l’indennità Inail per inabilità temporanea assoluta in caso di infortunio o malattia professionale. Oggi dal quarto al novantesimo giorno vale il 60% della retribuzione giornaliera e sale al 75% solo dal novantunesimo. Il decreto porta il 75% già dal quarto giorno.
Arriva poi una copertura Inail sperimentale per i caregiver familiari nel triennio 2026-2028, ma con paletti stretti: almeno 91 ore settimanali di assistenza a una persona non autosufficiente, redditi da lavoro entro 3 mila euro lordi annui e Isee non superiore a 15 mila euro. Copertura obbligatoria Inail anche per i volontari della Protezione civile, in via sperimentale nel triennio 2027-2029.
Bonus badanti, giovani, donne e Sud
Nel pacchetto potrebbe entrare un incentivo per i badanti. L’ipotesi è una mini decontribuzione triennale che sostituisca il bonus previsto dal decreto Primo maggio di due anni fa e mai diventato operativo. Rifinanziato il Fondo nuove competenze per la formazione dei lavoratori: si ragiona su 350 milioni in più.
La partita più urgente è però quella degli incentivi all’occupazione. Bonus giovani e bonus Zes scadono giovedì. Il decreto punta a prorogarli fino a fine anno e ad allargare il perimetro. Dovrebbe cadere il paletto più contestato dalle imprese: l’esonero non scenderà dal 100 al 70% se le nuove assunzioni non saranno incrementali rispetto alla media degli occupati dell’anno precedente. Anche il bonus donne, che scade il 31 dicembre, sarà ampliato e rafforzato.
Quattordicesima, detassazione sui rinnovi e rider
Sullo sfondo restano misure più costose e per questo in bilico: un incentivo sulla quattordicesima e la proroga della detassazione al 5% sui rinnovi contrattuali, in scadenza a fine anno. Infine i rider. Il governo punta sull’identità digitale: accesso alle App con Spid o carta d’identità elettronica per rendere il lavoratore riconosciuto e riconoscibile e spezzare il mercato degli account affittati o subappaltati. Contro il caporalato digitale, dunque. Non sulle paghe da fame.