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Dal Medio Oriente verso Africa e Asia: le nuove rotte delle aziende italiane

FILE PHOTO: An Aramco oil tank is seen at the Production facility at Saudi Aramco's Shaybah oilfield in the Empty Quarter, Saudi Arabia May 22, 2018. Picture taken May 22, 2018. REUTERS/Ahmed Jadallah/File Photo 
Nel primo trimestre, Saipem controbilancia i minori volumi mediorientali grazie ad altri Paesi, tra cui l’Italia, e Maire riorganizza il business guardando all’Algeria e al Kazakistan
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Contrordine: se dopo la guerra della Russia in Ucraina molte grandi aziende italiane avevano riorganizzato il business lungo le direttrici che portano in Medio Oriente, ora il conflitto iraniano impone nuovi cambiamenti. La parola d’ordine, ancora una volta, è diversificare, così da rendere le catene di fornitura e di vendita il più possibile flessibili e resilienti, all’interno di un quadro geopolitico indecifrabile e in continuo mutamento. Quanto questo sia importante lo afferma chiaramente Paolo Rocca, presidente di Tenaris, gruppo produttore di tubi soprattutto per l’industria energetica, nella lettera datata 30 marzo 2026 e allegata al bilancio: «Grazie al nostro sistema industriale globale e a una catena di approvvigionamento flessibile, nel 2025 siamo stati in grado di rispondere ai dazi. Le stesse caratteristiche ci aiuteranno a far fronte alle sfide in arrivo». A cominciare, appunto, dal conflitto in Iran che ha condotto alla chiusura dello Stretto di Hormuz e che, «quanto pi…

Contrordine: se dopo la guerra della Russia in Ucraina molte grandi aziende italiane avevano riorganizzato il business lungo le direttrici che portano in Medio Oriente, ora il conflitto iraniano impone nuovi cambiamenti. La parola d’ordine, ancora una volta, è diversificare, così da rendere le catene di fornitura e di vendita il più possibile flessibili e resilienti, all’interno di un quadro geopolitico indecifrabile e in continuo mutamento. Quanto questo sia importante lo afferma chiaramente Paolo Rocca, presidente di Tenaris, gruppo produttore di tubi soprattutto per l’industria energetica, nella lettera datata 30 marzo 2026 e allegata al bilancio: «Grazie al nostro sistema industriale globale e a una catena di approvvigionamento flessibile, nel 2025 siamo stati in grado di rispondere ai dazi. Le stesse caratteristiche ci aiuteranno a far fronte alle sfide in arrivo». A cominciare, appunto, dal conflitto in Iran che ha condotto alla chiusura dello Stretto di Hormuz e che, «quanto più sarà prolungato, tanto più peserà sull’industria energetica e sull’economia globale».

Intanto, avverte il bilancio di Tenaris, da marzo, alcuni carichi «diretti verso il Medio Oriente hanno cominciato a essere influenzati» da questi eventi «e i nostri costi di logistica e dell’energia in Europa sono saliti». Per il gruppo partecipato a maggioranza dalla famiglia Rocca, il Medio Oriente pesa per circa il 15% dei ricavi (11,98 miliardi di dollari il giro d’affari totale del 2025): oltre a essere presente negli Emirati, Tenaris in Arabia Saudita controlla il produttore di tubi saldati per l’industria locale del petrolio e del gas Sspc.

Come fa notare Alberto Villa, responsabile equity research di Intermonte, «negli anni, l’area del Middle East ha attratto massicci investimenti diretti soprattutto da parte del settore dell’energia, con società come Saipem e Maire, mentre i grandi progetti infrastrutturali hanno richiamato gruppi come Webuild. In generale, ci aspettiamo una certa resilienza per il business delle società che operano in Medio Oriente. Detto ciò, un conflitto di lunga durata con annessa chiusura dello Stretto di Hormuz avrebbe conseguenze più problematiche».

Dopo la guerra della Russia in Ucraina, Maire, fornitrice di servizi di ingegneria ai settori dell’energia e alla chimica, aveva puntato forte sull’area mediorientale, che oggi vale 4,7 miliardi in termini di ricavi su un totale di 7 miliardi. Nella nota sui conti del 2025 diffusa a inizio marzo, la società ha precisato che tutto il personale dell’area del Golfo, «inclusa la forza lavoro dei subappaltatori, opera in condizioni di sicurezza» e che «i progetti proseguono in accordo con le direttive ricevute dai clienti».

Il peso del Medio Oriente nel portafoglio ordini di Maire

In ogni caso, poiché il business presenta un evidente focus in Medio Oriente, Maire fa sapere tra le righe del bilancio che si sta muovendo per «frazionare maggiormente le iniziative su più clienti» e per aprire «a nuovi mercati, come dimostrato con le acquisizioni del 2024, maggiormente concentrate in Africa e precisamente in Algeria, e con quelle del 2025, maggiormente concentrate in Kazakistan». Un’altra area di interesse è il Nord America. Così, i nuovi ordini acquisiti in Africa nel 2024 hanno pesato per il 62,5% sul totale, rispetto al 14,1% del Medio Oriente, mentre nel 2025 si è distinta con il 74,7% l’Asia (0,3% il Middle East).

La scorsa settimana, Saipem, nell’annunciare ricavi totali del primo trimestre in linea a 3,5 miliardi, ha fatto sapere che i minori volumi registrati in Medio Oriente sono stati compensati grazie all’Africa del Nord, all’area Asia Pacifica e in parte anche all’Italia. «Il conflitto - ha spiegato Alessandro Puliti, ad della società che opera nei grandi progetti dell’energia e delle infrastrutture - non ha avuto un impatto negativo significativo sulle nostre performance operative e finanziarie nel primo trimestre. Gran parte del nostro portafoglio ordini da inizio anno proviene dal Medio Oriente, confermando la resilienza dell’attività commerciale nella regione. Dall’inizio dell’anno, ci sono stati assegnati da Aramco (compagnia nazionale saudita di idrocarburi, ndr) tre contratti per un totale di 900 milioni di dollari». Tendenzialmente, le aziende che lavorano nell’area del Golfo con società e manodopera locali stanno incontrando meno difficoltà di quelle che invece ricorrono in qualche modo agli Stati Uniti.

Saipem, dal canto suo, opera principalmente in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, con un portafoglio ordini pari a 12 miliardi alla fine di dicembre e ricavi di 5,9 miliardi nel 2025, sui 15,5 miliardi totali. Puliti ha, tuttavia, notato «che una prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe avere un impatto sulla consegna di alcuni componenti critici per i progetti di Saipem a livello globale». D’altra parte, ha aggiunto, «l’attuale crisi è anche destinata a rafforzare ulteriormente le prospettive già positive per gli investimenti energetici a livello globale, oltre a richiedere investimenti aggiuntivi per riparare alcune infrastrutture energetiche in Medio Oriente». Queste ultime considerazioni aiutano a capire perché, quando aumenta il prezzo del petrolio, che di recente ha superato di slancio i 100 dollari al barile, spesso tendono a crescere anche le quotazioni delle azioni Saipem, con Eni e Tenaris.

Il portafoglio ordini di Webuild nel settore costruzioni

Tra le società che negli ultimi anni hanno puntato sul Medio Oriente, c’è poi il gruppo di costruzioni Webuild, che in particolare ha sfruttato la forte crescita dell’Arabia Saudita nel settore delle infrastrutture. Per esempio, nel 2024, il gruppo partecipato a maggioranza dalla famiglia Salini ha siglato un contratto da 4,7 miliardi di dollari per realizzare un sistema di tre dighe che alimenteranno il lago d’acqua dolce del complesso sciistico della futuristica regione di Neom. Sta di fatto che, alla fine del 2025, l’Arabia Saudita, con 5,7 miliardi di euro, pesava per l’11% sui 50,9 miliardi del portafoglio ordini complessivo del settore costruzioni. Webuild, in occasione della presentazione dei numeri del 2025, ha comunque specificato che le proprie attività nell’area mediorientale «si svolgono regolarmente e in condizioni di piena sicurezza per tutto il personale del gruppo e dei subappaltatori».

Chi, a un certo punto, ha preferito sospendere temporaneamente le spedizioni di auto di lusso verso il Medio Oriente è Ferrari, che il 19 marzo ha spiegato che sta «gestendo solo poche consegne via aereo», verosimilmente a fronte di maggiori costi di trasporto e di assicurazione. Del resto, anche la consegna “via cielo” è un modo di riorganizzare il business davanti alle incertezze geopolitiche.

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