Il nuovo “sogno” italiano? Per il governo si racchiude in una sola parola: «Sospensione». Del Patto di Stabilità e Crescita dell’Unione europea. Ossia di quell’insieme di regole concordate e riformate appena due anni fa per far sì che le economie di tutti gli Stati membri procedano di pari passo. Per dare soprattutto alla moneta unica una base comune. E che prevedono di non esagerare con il deficit, non più del 3 per cento del Pil, e con il debito pubblico.
Una “stabilità instabile”
Con la guerra nel Golfo Persico che sta scuotendo la stabilità economica e commerciale del Vecchio Continente, allora, l’esecutivo del nostro Paese è tornato ad invocare la possibilità di mettere in pausa quelle regole come avvenne durate la pandemia. Sostanzialmente poter fare più deficit e più debito. Ma con una furbizia. Il “sogno” deve riguardare tutti e non solo l’Italia.
Il nuovo “sogno” italiano? Per il governo si racchiude in una sola parola: «Sospensione». Del Patto di Stabilità e Crescita dell’Unione europea. Ossia di quell’insieme di regole concordate e riformate appena due anni fa per far sì che le economie di tutti gli Stati membri procedano di pari passo. Per dare soprattutto alla moneta unica una base comune. E che prevedono di non esagerare con il deficit, non più del 3 per cento del Pil, e con il debito pubblico.
Una “stabilità instabile”
Con la guerra nel Golfo Persico che sta scuotendo la stabilità economica e commerciale del Vecchio Continente, allora, l’esecutivo del nostro Paese è tornato ad invocare la possibilità di mettere in pausa quelle regole come avvenne durate la pandemia. Sostanzialmente poter fare più deficit e più debito. Ma con una furbizia. Il “sogno” deve riguardare tutti e non solo l’Italia.
Una richiesta, però, che la Commissione europea e la gran parte degli Stati membri non condividono affatto. Perché? Perché le condizioni per attivare quella clausola di salvaguardia non si stanno verificando. Sono temute e forse previste per alcuni partner, ma al momento non esistono. Basta leggere la norma per capire che adesso non si può ricorrere a questo strumento. In particolare se si parla della regola “generale”, ossia quella che sospenderebbe l’obbligo di rispettare i parametri per tutti i 27. «In caso di gravi shock per la zona euro o per l’Unione nel suo complesso — si legge nel Trattato — è necessario prevedere una clausola di salvaguardia generale in grado di gestire una grave congiuntura negativa nella zona euro o nell’Unione nel suo complesso, che consenta una deviazione dal percorso della spesa netta stabilito dal Consiglio, a condizione che tale deviazione non comprometta la sostenibilità di bilancio nel medio termine». Il nodo si stringe proprio intorno a queste parole. Perché nonostante le difficoltà, nessuno Paese europeo si trova in recessione. La “congiuntura” non è negativa. È vero che le previsioni sono diventate molto meno rosee — semmai lo siano state — rispetto a qualche mese fa. Eppure le stime non indicano un segno meno per il Pil continentale, bensì un rallentamento.
Il paragone con il Covid
La tensione si concentra sui prezzi dell’energia. Il paragone con la crisi Covid non è calzante. In quegli anni tutti i 27 erano crollati in una vera e propria recessione con il Prodotto interno loro che versava costantemente al di sotto dello zero. Anche di diversi punti come è accaduto nel nostro Paese. La Commissione europea ha dunque chiarito che attivare la clausola adesso equivarrebbe a non rispettare la legge. Oltre al fatto che servirebbe un voto in Consiglio europeo e non esiste una maggioranza qualificata a questo proposito. Siamo infatti dinanzi ad una crisi asimettrica. Gli effetti si ripercuotono sui ventisette in maniera molto diversa. Per di più le ragioni dell’attuale momento di difficoltà risiedono nella dipendenza europea dalle fonti di energia. Né la fine della guerra con l’Iran né l’autonomia dal gas e dal petrolio possono essere oggetto di una scelta o di un provvedimento dell’Unione. Ma in particolare la resilienza dei singoli si esplicita con capacità del tutto differenti. Una “sospensione generale” del Patto appare inadeguata.
L’Italia, se volesse, avrebbe un’alternativa: attivare la clausola di salvaguardia nazionale. Il Patto, infatti, pone tre condizioni per ricorrere a questa possibilità: la presenza di “circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro”; effetti in grado di provocare “rilevanti ripercussioni” sulle finanze pubbliche nazionali; infine sforare i parametri con l’impegno a non compromettere “la sostenibilità di bilancio nel medio termine”. Tre “paletti” che in teoria potrebbero attagliarsi alla situazione italiana. Una eventuale scelta del governo di Roma in questo senso potrebbe essere avallata da una proposta della Commissione e dal Consiglio con un voto entro quattro settimane. In quel caso la flessibilità può arrivare fino alla somma corrispondente all’1.5 del Pil, per ogni anno di attivazione della clausola e per un periodo massimo di quattro anni.
Il punto, però, è proprio questo: nonostante le intemerate anti-Commissione di Matteo Salvini, Palazzo Chigi non ha alcuna intenzione di utilizzare la “sospensione” nazionale del Patto. Per due motivi: in primo luogo verrebbe pregiudicata definitivamente anche per il prossimo anno l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo. Una circostanza che comprometterà la prossima manovra economica: nei progetti del centrodestra avrebbe dovuto dare via alla campagna elettorale allentando i cordoni della borsa. Il secondo aspetto si concentra sullo stigma dei mercati nei confronti di un solo Paese che chiede di non rispettare i parametri europei: il giudizio sarebbe pesantissimo. Le conseguenze sui tassi del debito pubblico ci esporrebbero al pericolo di una speculazione finanziaria.
Va infine ricordato che nell’aprile del 2024, quando il nuovo Patto di Stabilità venne approvato dal Parlamento Ue né Fratelli d’Italia né la Lega votarono contro ma si astennero. E in occasione dell’esame da parte del Consiglio europeo, l’esecutivo di Roma si espresse a favore. A due anni di distanza cosa è cambiato?