✕

Donnet: “Possibili sviluppi con Unicredit, per Banca Generali aperti a tutte le opzioni”

Da sinistra: Andrea Sironi, presidente Generali, e il ceo Philippe Donnet 

Ascolta l'audio

Il ceo delle Assicurazioni Generali e il presidente Sironi parlano in Senato davanti alla Commissione d’inchiesta sulle banche. Legge capitali da rivedere
4 minuti di lettura

MILANO – “La partnership tra Unicredit e Generali va bene e spero che ci saranno possibilità di ulteriori sviluppi, sono fiducioso, su tutti i fronti. L’operazione Natixis non è più sul tavolo e per banca Generali sono aperte tutte le opzioni”. Sono le parole di Philippe Donnet, group ceo di Generali, prima dell'audizione davanti alla Commissione d'inchiesta sulle banche.

Dopo un anno vissuto pericolosamente per Donnet e Andrea Sironi, ceo e presidente di Generali, le acque ora sembrano più tranquille. Rispetto a un anno fa, infatti, l’azionista di controllo di Mediobanca, che ha in pancia il 13,2% di Generali, è cambiato. Mps è subentrato a Caltagirone e Delfin e il management con in testa Alberto Nagel non è più al suo posto, ma alla guida della banca senese è stato confermato Luigi Lovaglio, che non sembra avere velleità combattive. Il banchiere ha sempre definito la partecipazione in Generali “nice to have”, dunque all’orizzonte non sembrano arrivare nuovi scossoni.

…

MILANO – “La partnership tra Unicredit e Generali va bene e spero che ci saranno possibilità di ulteriori sviluppi, sono fiducioso, su tutti i fronti. L’operazione Natixis non è più sul tavolo e per banca Generali sono aperte tutte le opzioni”. Sono le parole di Philippe Donnet, group ceo di Generali, prima dell'audizione davanti alla Commissione d'inchiesta sulle banche.

Dopo un anno vissuto pericolosamente per Donnet e Andrea Sironi, ceo e presidente di Generali, le acque ora sembrano più tranquille. Rispetto a un anno fa, infatti, l’azionista di controllo di Mediobanca, che ha in pancia il 13,2% di Generali, è cambiato. Mps è subentrato a Caltagirone e Delfin e il management con in testa Alberto Nagel non è più al suo posto, ma alla guida della banca senese è stato confermato Luigi Lovaglio, che non sembra avere velleità combattive. Il banchiere ha sempre definito la partecipazione in Generali “nice to have”, dunque all’orizzonte non sembrano arrivare nuovi scossoni.

L’unica novità importante è la presenza nell’azionariato di Unicredit con il 9% che si avvicina al 10, una posizione funzionale ad accordi industriali, come dichiarato da Andrea Orcel e appena confermato da Donnet. E a chi gli chiede su quali fronti questo sarà possibile, se solo in campo assicurativo o anche del risparmio gestito, Donnet risponde "su tutti i fronti". Generali e Unicredit hanno una partnership per la distribuzione di prodotti assicurativi in vari paesi dell'Europa centro-orientale. Nell’asset management, Generali aveva annunciato una partnership al 50% con i francesi di Natixis gennaio 2025, operazione che era stata osteggiata fortemente dai soci Caltagirone e Delfin ma anche dal governo, che aveva minacciato l’utilizzo del Golden power per neutralizzarla. Proprio questa ostilità diffusa aveva poi convinto il cda di Generali, a novembre scorso, a rinunciare all’operazione. “Le condizioni per fare l'operazione non si sono verificate e quindi abbiamo deciso insieme alla controparte di non andare avanti e di chiudere la trattativa", ha detto Donnet.

Nel corso della battaglia per il controllo di Mediobanca sul piatto era finita anche Banca Generali, controllata al 51% da Generali ma oggetto di un’Ops lanciata dalla stessa Mediobanca, non approvata dall’assemblea di piazzetta Cuccia dell’agosto 2025. "Per Banca Generali viviamo di opzioni. Più abbiamo opzioni, più siamo forti nelle trattative e creare valore – dice Donnet – siamo un azionista soddisfatto di Banca Generali, potremo continuare a collaborare senza essere azionista di controllo come ho già detto agli analisti. Tutte le opzioni sono sul tavolo".

Il ceo di Generali oggi si sente più forte e rimarca l’indipendenza della compagnia di Trieste, anche dagli azionisti più pesanti, come la Delfin della famiglia Del Vecchio che ne detiene il 10% e che è al centro di un faticoso riassetto azionario basato sull’incremento del debito.

"Gli affari dei nostri azionisti sono affari dei nostri azionisti" e noi "non definiamo la strategia del gruppo in funzione dei vincoli dei nostri azionisti, quindi che abbiano debito o che non lo abbiano non c'entra niente con noi", risponde Donnet. "Come management team, noi lavoriamo con i migliori colleghi sulla definizione della strategia - spiega ancora il manager - questa strategia va sottoposta all'approvazione del cda e il cda è l'espressione di tutti gli azionisti del gruppo". "Quindi quello che succede in Delfin – conclude – non c'entra niente con il nostro operato".

Il gruppo "porta con orgoglio la bandiera italiana nel mondo e deve restare italiana, indipendente e internazionale". Donnet ricorda che nell'ultimo decennio il gruppo "ha effettuato acquisizioni per 8,3 miliardi dimostrando che la crescita industriale se ben governata porta creazione di valore sostenibile per l'impresa e la collettività". Negli ultimi dieci anni le Generali hanno aumentato costantemente il dividendo riconosciuto ai soci e il risultato operativo in un decennio è cresciuto di oltre il 70 per cento".

Davanti alla commissione del Senato, Donnet rimarca il fatto che il 70% dell'azionariato sia italiano e che i dividendi cumulati nell'ultimo decennio hanno raggiunto i 2,5 miliardi e l’ad, forse non a caso, ricorda che la cedola del bilancio 2015, "l'ultimo prima della mia entrata in carica come amministratore delegato del gruppo, era stato di 72 centesimi, meno della metà, quindi, rispetto a quello attuale" (1,64 euro per azione).

Nei rapporti con gli azionisti di Generali in passato "ci sono stati rapporti tesi" con qualcuno, osserva Sironi, che segue l'interlocuzione con i soci. Nell'ultima assemblea, annota Sironi, è cresciuta la quota di Unicredit ed "è cambiato l'azionariato di Mediobanca". La compagnia ha "interlocuzioni periodiche con gli azionisti". Sironi afferma che prima dell'ultima assemblea ha incontrato tutti i soci con quote sopra il 2-3% del capitale e, tra loro, ricorda i nomi di Delfin, Unicredit e Caltagirone. Con loro "affrontiamo i temi oggetto dell'assemblea: i soci sono sempre i sovrani".

Nell'ultima assemblea, sostiene il presidente di Generali, "si sono registrate maggioranze bulgare" su tutti i punti all'ordine del giorno. Non così l'anno precedente, in occasione del rinnovo del cda. Per Sironi, c'è stato nel 2025 chi "non ha sposato appieno, con candidature diverse" quanto era stato proposto dal cda uscente, ma poi, in assemblea, le proposte del cda sono state condivise "a maggioranza" ma questo non vuol dire, rimarca Sironi, che non ci sia stata, anche nel 2024, un'interlocuzione con i soci che è periodica.

Il management di Generali saluta con favore il risultato del 15 aprile scorso dell’assemblea Mps dove la lista del cda, sostenuta da Caltagirone con il 13,5% del capitale, ha dovuto subire il ritorno di fiamma della lista Plt che ripresentava Lovaglio come ad. Il test della legge Capitali non è stato molto brillante, come conferma Sironi: “Noi facciamo engagement con gli azionisti e vi assicuro che il tempo passato per spiegare i cavilli di questa legge è stato lungo. Avere anomalie è penalizzante per nostro mercato, frena l'arrivo degli investitori stranieri".

La legge ha messo molti paletti sul funzionamento della lista del cda uscente, disincentivandone, di fatto, l’utilizzo. “La premessa della legge è 'mettiamo degli ostacoli alla lista del consiglio', ma nel caso Mps non ha vinto la lista del consiglio", dice Sironi. "Il fatto che il cda uscente formuli le proposte sui candidati per il consiglio successivo è prassi consolidata in quasi tutti i principali paesi. La legge Capitali introduce alcuni elementi nuovi che sono sono positivi. Altri sono paletti come la super maggioranza per l'approvazione della lista del consiglio e la previsione di un numero di candidati superiori a quelli necessari. Poi la seconda votazione aperta anche a soci che hanno votato altre liste". La conclusione di Sironi è lapalissiana. "Per quanto riguarda il mercato dei capitali non possiamo ragionare come se il nostro non fosse integrato", ricorda ai legislatori.

Leggi i commenti