Petrolio scivola sotto i 100 dollari poi risale. La proposta dell’Iran frena la corsa dei prezzi
di Emma BonottiMILANO – Spiragli di pace frenano il prezzo delle materie prime. A cominciare dal petrolio, che dopo i record sfiorati nelle ultime sedute, oggi ripiega sulla notizia che Teheran abbia presentato al Pakistan una proposta per riprendere i colloqui con gli Stati Uniti, rapidamente criticata dal presidente Usa, Donald Trump. E così le quotazioni del Wti texano sono sprofondate sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, anche se solo per pochi minuti, prima di risalire a quota 102 (-2,7%), mentre il Brent europeo è sceso sotto i 110, a 108,5 dollari (-1,7%).
Ancora tensione sui mercati
Oltre al greggio, la notizia ha scosso anche i future del gas, che al Ttf di Amsterdam hanno chiuso la seduta in calo di oltre l’1% a 45,4 euro al megawatto…
MILANO – Spiragli di pace frenano il prezzo delle materie prime. A cominciare dal petrolio, che dopo i record sfiorati nelle ultime sedute, oggi ripiega sulla notizia che Teheran abbia presentato al Pakistan una proposta per riprendere i colloqui con gli Stati Uniti, rapidamente criticata dal presidente Usa, Donald Trump. E così le quotazioni del Wti texano sono sprofondate sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, anche se solo per pochi minuti, prima di risalire a quota 102 (-2,7%), mentre il Brent europeo è sceso sotto i 110, a 108,5 dollari (-1,7%).
Ancora tensione sui mercati
Oltre al greggio, la notizia ha scosso anche i future del gas, che al Ttf di Amsterdam hanno chiuso la seduta in calo di oltre l’1% a 45,4 euro al megawattora. Nonostante i segnali di allentamento, la tensione sui mercati rimane alta. Manca il primo elemento per allontanare la volatilità: la fiducia in un futuro meno incerto. Non sarebbe la prima volta che una delle due delegazioni (o entrambe) facesse marcia indietro poco prima dei colloqui. Inoltre, con lo Stretto di Hormuz sotto doppio embargo gli investitori faticano rimanere ottimisti sul medio periodo. In tempi di pace, da lì passavano oltre un quarto del petrolio e un quinto del gas naturale liquefatto mondiale.
L’Iran potrebbe dover frenare la produzione
A Teheran l’economia del petrolio comincia a mostrare qualche crepa. Con le petroliere iraniane prese di mira dalla Marina Usa, i carichi di greggio e condensato nei suoi porti sono crollati da 2,1 milioni a soli 567.000 barili al giorno, secondi i dati della società di monitoraggio delle navi Kpler. Non potendolo esportare, l’Iran dovrà iniziare a riempire i propri serbatoi di petrolio e, quando gli stoccaggi saranno pieni, non potrà che ridurre la produzione.
“Ci vorranno almeno 26 giorni prima che i suoi serbatoi si riempiano e i tagli alla produzione diventino inevitabili”, racconta a Cnbc Fernando Ferreira, responsabile del servizio di rischio geopolitico di Rapidan Energy. La stima ipotizza 26 milioni di barili di stoccaggio a terra e 21 milioni di barili di stoccaggio galleggiante in 18 petroliere vuote e soggette a sanzioni nella regione.
Chevron ed Exxon incassano il colpo della guerra
Anche gli Stati Uniti mostrano i primi contraccolpi. La benzina è salita ai livelli più alti da luglio 2022 (è di 4,34 dollari al gallone la media nazionale registrata da GasBuddy). In California i prezzi alla pompa hanno superato perfino i sei dollari al gallone, un record a livello federale e il massimo dal 2023 per il Golden State. Proprio nei giorni in cui si celebra il centenario della U.S. Route 66.
Ma la guerra nel Golfo Persico ha colpito profondamente anche le due compagnie texane. L’impennata dei prezzi del petrolio non ha portato guadagni eccezionali a Chevron ed Exxon, come invece è accaduto per l’italiana Eni, che sui rincari degli idrocarburi ha basato il raddoppio del proprio buyback. Anzi, le due maggiori compagnie petrolifere statunitensi hanno registrato un drastico calo negli utili rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: -36% per Chevron, -45% per Exxon. Quest’ultima ha dichiarato che la sua produzione nell’area subirebbe un calo di 750.000 barili al giorno rispetto al 2025 se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso per l'intero secondo trimestre. Chevron è meno esposta alla guerra: ha attività in Arabia Saudita, Kuwait e Israele, ma si tratta di operazioni di modesta entità rispetto a quelle in Nord e Sud America, Asia e Africa.