Non tutti i mali vengono per nuocere. L’arrivo di Kevin Warsh alla Fed potrebbe rientrare in questa fenomenologia. La sua elezione è stata la più divisiva della storia dell’istituzione con la commissione finanziaria del Senato che si è spaccata a metà.
Per far passare la nomina, i 13 senatori repubblicani si sono compattati, perché altrettanto compattamente gli 11 democratici hanno votato contro. Cosa mai successa. Una situazione non troppo diversa da quella del Fomc, dove non esiste l’unanimità tra i membri del comitato di politica monetaria su come affrontare il da farsi. L’ultima decisione dell’era Powell ha visto la Fed tenere i tassi fermi al 3,5-3,75%, ma ha di nuovo evidenziato le contrapposizioni.
Stephen Miran, economista vic…
Non tutti i mali vengono per nuocere. L’arrivo di Kevin Warsh alla Fed potrebbe rientrare in questa fenomenologia. La sua elezione è stata la più divisiva della storia dell’istituzione con la commissione finanziaria del Senato che si è spaccata a metà.
Per far passare la nomina, i 13 senatori repubblicani si sono compattati, perché altrettanto compattamente gli 11 democratici hanno votato contro. Cosa mai successa. Una situazione non troppo diversa da quella del Fomc, dove non esiste l’unanimità tra i membri del comitato di politica monetaria su come affrontare il da farsi. L’ultima decisione dell’era Powell ha visto la Fed tenere i tassi fermi al 3,5-3,75%, ma ha di nuovo evidenziato le contrapposizioni.
Stephen Miran, economista vicino a Trump, ha votato contro perché avrebbe preferito una riduzione dei tassi dello 0,25%. Sulla sua stessa linea, tra le colombe, figurano, sebbene silenti nell’ultimo voto, i consiglieri Waller, Bowman e Paulson. Si sono invece fatti sentire i falchi, perché tre di loro, Hammack, Kashkari e Logan, hanno pure votato contro, ma con l’idea che sebbene andasse bene tenere i tassi fermi, sarebbe stato meglio nella nota diffusa non dare nessuna indicazione su un possibile allentamento monetario. In mezzo a questi due schieramenti, ci sono le civette, più vicine a una linea istituzionale, ma soprattutto orientati da una politica “wait and see” guidata dai dati economici. Qui si collocano oltre a Powell, Williams, Barr, Jefferson e Cook.
Ora l’arrivo di Warsh, non getta scompenso, perché Powell ha già fatto sapere che rimarrà all’interno del board, come è suo diritto, fino al 2028, togliendo a Trump la possibilità di eleggere un altro consigliere “colomba”.
Eppure l’atteggiamento morbido della Fed che Warsh sembrerebbe prediligere, potrebbe in questo momento storico non giocare a sfavore dell’economia Usa e mondiale. Le due precedenti crisi innescate dal caro petrolio (1973 e 1979) hanno visto oltre all’impennata dei prezzi energetici, il determinante intervento restrittivo della Fed che ha strozzato un’economia in difficoltà per paura che l’inflazione sfuggisse di mano. Un rialzo anticipato dei tassi potrebbe, ora come allora, zavorrare, l’economia con conseguenze pesanti come la recessione. Per di più la politica monetaria, a detta di alcuni economisti, ha una capacità limitata di contrastare l’inflazione causata da shock energetici.
I tassi funzionano meglio contro l’inflazione trainata dalla domanda e non dall’offerta. Per tenere a bada i costi legati all’energia servono più investimenti sulle rinnovabili, incentivi dei governi e sgravi sulle bollette e un rialzo repentino dei tassi impedirebbe queste politiche rendendo i capitali e i titoli di stato più costosi. Ecco perché l’arrivo della colomba Warsh potrebbe non essere una cattiva notizia, lasciando più tempo ai Paesi e alle loro economie di prendere le misure contro questa nuova crisi petrolifera.
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