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Daniel Gros: “La supertassa non serve, i nuovi dazi sono un’arma politica”

Daniel Gros, direttore Institute for European policymaking - Università Bocconi (ansa)

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Intervista all’economista, che spiega: “Anche dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina si tentò di intervenire sulle compagnie energetiche: con risultati pietosi”
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ROMA – «Di tutto avrei pensato tranne che si sarebbe tornati a parlare di dazi in un vertice europeo, in questo caso la Comunità politica europea (il formato “allargato” voluto da Macron con la presenza tutt’altro che casuale del premier canadese “like-minded” Mark Carney, ndr). Sembrava tutto risolto, la Corte Suprema americana aveva imposto limiti rigidissimi e invece ecco qua, con l’ennesimo colpo di teatro, che Trump riesce a riportare al centro della scena la questione». È sorpreso, Daniel Gros, l’economista tedesco che dirige l’Institute for European Policymaking della Bocconi, ma non del tutto incredulo: «Le auto sono un settore importantissimo ma considerato non strategico, per cui sfuggono alla pronuncia della Corte Suprema che ha bocciato in febbraio gran parte delle tariffe, la parola preferita nel lessico di Trump, perché bollate illegalmente come “strategiche” dal presidente. Per le auto la procedura è meno rigorosa. Intendiamoci, a Trump è consentito di gravarle di dazi …

ROMA – «Di tutto avrei pensato tranne che si sarebbe tornati a parlare di dazi in un vertice europeo, in questo caso la Comunità politica europea (il formato “allargato” voluto da Macron con la presenza tutt’altro che casuale del premier canadese “like-minded” Mark Carney, ndr). Sembrava tutto risolto, la Corte Suprema americana aveva imposto limiti rigidissimi e invece ecco qua, con l’ennesimo colpo di teatro, che Trump riesce a riportare al centro della scena la questione». È sorpreso, Daniel Gros, l’economista tedesco che dirige l’Institute for European Policymaking della Bocconi, ma non del tutto incredulo: «Le auto sono un settore importantissimo ma considerato non strategico, per cui sfuggono alla pronuncia della Corte Suprema che ha bocciato in febbraio gran parte delle tariffe, la parola preferita nel lessico di Trump, perché bollate illegalmente come “strategiche” dal presidente. Per le auto la procedura è meno rigorosa. Intendiamoci, a Trump è consentito di gravarle di dazi ma per non più di 150 giorni, dopodiché un passaggio in Congresso è comunque indispensabile».

Insomma, vendetta pura e semplice, e pure con il fiato corto.

«Ma certo, parliamoci chiaro, è stata una tipica “weaponization” (trasformazione in arma, ndr) politica in ritorsione al mancato appoggio all’operazione iraniana. Non a caso, colpisce proprio due fra i Paesi che più decisamente si sono opposti alla guerra, Germania e in qualche modo anche l’Italia».

Altro argomento di discussione, la supertassazione per i profitti delle compagnie petrolifere. È plausibile?

«Non serve. C’è lo sfavorevole precedente della guerra in Ucraina. Nel 2022 si tentò qualcosa di simile, con pietosi risultati: le compagnie, temendosi supertassate, hanno investito meno negli anni successivi. Ne paghiamo le conseguenze ora. Senza contare che sarebbero coinvolte anche le compagnie americane, il che rende tutto più complicato, e Trump ha tagliato gli organici della Sec incaricati di accertare eventuali casi di irregolarità fiscali e quindi di valutare l’intera partita tributaria».

Ancora: si è parlato di eurobond, soprattutto perché Zelensky era in aula e senza debito comune non si sa come finanziare i 90 miliardi di finanziamenti all’Ucraina promessi per non toccare gli asset russi. Come comportarsi?

«Certo, tutto sarebbe più semplice se fosse stata completata l’unione monetaria e finanziaria sul tavolo da decenni, in possesso di una solida base patrimoniale e di una governance meno casuale, e invece ci siamo ritrovati ancora una volta con i presunti frugali contro i presunti spendaccioni. Come se non fossero passati quindici anni dalla crisi europea e un greco, il prestigioso economista Kyriakos Pierrakakis, non fosse presidente dell’Eurogruppo. E come se l’Ucraina, un Paese geograficamente europeo, dopo il tradimento americano, non ne avesse un disperato bisogno per sopravvivere. Qualcuno ne porterà la responsabilità».

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