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Le rinnovabili battono Big Oil. È boom di investimenti, anche negli Stati Uniti

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La crisi di Hormuz mette in discussione il ruolo del petrolio, ma il trend delle energie verdi era già in corso. E la guerra sulle fonti green per Trump è contro la Cina
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I primi a muoversi, come sempre, sono stati i soldi. I mesi di strangolamento di Hormuz han voluto dire che mai, negli ultimi cinque anni, tanti soldi erano arrivati, in poche settimane, nei fondi per gli investimenti “green”. Solo durante aprile, 3 miliardi di dollari. Non è una cifra impressionante, ma è il 10 per cento, in un colpo, del totale investito finora.

Sicurezza o transizione?

“A spingere gli investitori – dice un operatore – non è la prospettiva della transizione, ma il bisogno di sicurezza degli approvvigionamenti”. Altro che Drill, baby drill, il grido di battaglia trumpiano di Big Oil. In Borsa, nonostante il boom del barile, l'indice globale S&P delle petrolifere, in queste settimane, è cresciuto meno di quello del clean-tech. Le azion…

I primi a muoversi, come sempre, sono stati i soldi. I mesi di strangolamento di Hormuz han voluto dire che mai, negli ultimi cinque anni, tanti soldi erano arrivati, in poche settimane, nei fondi per gli investimenti “green”. Solo durante aprile, 3 miliardi di dollari. Non è una cifra impressionante, ma è il 10 per cento, in un colpo, del totale investito finora.

Sicurezza o transizione?

“A spingere gli investitori – dice un operatore – non è la prospettiva della transizione, ma il bisogno di sicurezza degli approvvigionamenti”. Altro che Drill, baby drill, il grido di battaglia trumpiano di Big Oil. In Borsa, nonostante il boom del barile, l'indice globale S&P delle petrolifere, in queste settimane, è cresciuto meno di quello del clean-tech. Le azioni Oersted (eolico) del 37 per cento, Siemens Energy 50 per cento, Nordex (ancora eolico) più 67 per cento.

Il fascino del green colpisce i consumatori

Poi, sono arrivati i consumatori. A marzo, in Europa, l'immatricolazione di auto elettriche è salita del 51,3 per cento, in Italia addirittura del 65 per cento. In Francia, in questi mesi, la vendita delle pompe di calore (l'alternativa elettrica alla caldaia a metano) è aumentata del 34 per cento, in Germania del 21 per cento. In questa ultima classifica, l'Italia non c'è perché, da noi, l'elettricità (anche prima di tasse e voci aggiuntive) costa fra il doppio e il triplo degli altri Paesi, visto che il 60 per cento continuiamo a prenderlo proprio dai combustibili fossili, come quelli bloccati nel Golfo Persico.

Percentuali così cospicue, quasi da boom, per le scelte verdi, si spiegano anche con basi di partenza spesso modeste (in Europa, in media un'auto su sei era, l'anno scorso, elettrica). Ma sono la spia di un trend spumeggiante. Del resto, a metà aprile, il rincaro della bolletta europea per petrolio e metano era già arrivato a 22 miliardi di euro, per soli 44 giorni di guerra: un miliardo in più ogni due giorni.

Non è solo l’effetto Hormuz

E, tuttavia, per quanto dirompente, l'effetto Hormuz non basta a spiegare questa impressione di svolta. Il blocco dei collegamenti con uno dei grandi bacini petrolieri mondiali ha dato un potente colpo di acceleratore a un processo già in corso, sostenuto, oggi, da qualcosa di assai più potente della buona volontà ambientalista: uno scontro duraturo con la realtà. Non per scelta, insomma, ma per forza. Anche oltre Hormuz e la necessità di non rimanere appesi a una fonte di energia che, come il petrolio, da un giorno all'altro, può sparire.

La conferma viene dalla direzione più inaspettata: l'America di Trump e della glorificazione di Big Oil. Qui i barili ci sono, nonostante il Golfo Persico. Solo che non bastano a soddisfare la sete di energia della corsa ai data center dell'intelligenza artificiale. E, allora, nonostante la crociata martellante della Casa Bianca contro le energie alternative, nonostante il taglio dei sussidi varati da Biden, nonostante i dazi sull'importazione di componenti, è boom.

Boom di investimenti green negli States

Nelle aziende del drill, baby drill, l'anno scorso sono stati investiti 35 miliardi di dollari, in quelle del vento, del sole, delle batterie 100 miliardi. Il solare è cresciuto del 28 per cento nel 2025: il grosso della produzione di elettricità resta ancora nelle fonti tradizionali, ma a farla crescere più di tutti, l'anno scorso, sono stati i pannelli del fotovoltaico. E, in barba al presidente, a marzo, per la prima volta negli Usa si è prodotta più elettricità dalle rinnovabili che dal metano del fracking.

È molto più che una smentita alle politiche della Casa Bianca. Piuttosto “è la seconda guerra che Trump sta perdendo, contemporaneamente a quella con l'Iran” dice un economista famoso come Paul Krugman.

La Cina, l’avversario sulle rinnovabili

Qui, l'avversario è l'altra superpotenza globale: la Cina. In un perfido gioco di specchi, il mix fra l'attacco americano a Teheran, il blocco dello stretto di Hormuz e il tentativo di strozzare le energie alternative si è rivelato, infatti, uno straordinario volano per l'incontrastata protagonista dell'industria verde. Secondo le classifiche della Iea (l'agenzia per l'energia dell'Ocse, l'organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati) la Cina controlla più del 70 per cento della capacità di sfornare i prodotti del clean-tech: pannelli, turbine, batterie.

La corsa verso l'energia solare, infatti, è una corsa verso Pechino: a marzo l'export cinese di pannelli fotovoltaici è raddoppiato. Allo stesso tempo, la Cina controlla il 90 per cento della raffinazione di quelle terre rare, essenziali per il clean-tech e per buona parte dell'industri contemporanea.

Qualche economista azzarda il paragone fra questa invasione del clean-tech cinese e il “China shock” che, sulle industrie dell'Occidente, fu scatenato dal boom delle esportazioni di Pechino a inizio secolo, dopo l'accesso al Wto. Qualcun altro osserva che l'Europa per prima rischia di passare dalla dipendenza dagli sceicchi, per il petrolio, a quella da Pechino, per la transizione verde. Può darsi: ma, almeno, un pannello non bisogna ricaricarlo, un giorno sì e uno no, alla pompa di benzina.

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